Algeria: il tentativo di normalizzazione sembra fallito. Una nuova fase per l’Hirak - di Luciano Ardesi

L elezioni legislative del 12 giugno aprono un periodo di grande incertezza in Algeria, a dispetto del tentativo del potere e del presidente Abdelmadjid Tebboune di consacrare una nuova legittimità delle forze politiche e del futuro governo. Il tutto fondato sull’onda di una dura repressione nei confronti di un movimento popolare di protesta, l’Hirak, nato nel febbraio 2019 per impedire la quinta candidatura del presidente Bouteflika, poi costretto alle dimissioni.

Il dato più significativo delle elezioni è il tasso di partecipazione ufficiale del 23%. Se a ciò si aggiunge che un milione di schede, su 5,6 milioni di votanti, è nullo, ciò significa che il Parlamento ha il sostegno del 18,8% degli elettori. Il punto più basso nella storia del voto in Algeria, che traduce perfettamente la sfiducia e la disillusione che regnano da anni nel Paese, e la risposta al boicottaggio dei partiti di opposizione e del movimento.

Il tentativo di facilitare la partecipazione al voto con l’ammissione di 1.253 liste di indipendenti, sovvenzionati dallo Stato, a fronte di 1.237 liste di partito, è fallito. In questo scenario i “vincitori” sono del tutto secondari. Lo storico Fronte di liberazione nazionale (Fln), dato per moribondo dagli osservatori, si conferma per l’ennesima volta il primo partito col 24,1% dei seggi, in seconda posizione il partito islamista Msp (Movimento della società per la pace) col 16%, seguito dal laico Rnd col 14,3%.

Le quattro formazioni islamiste entrate in Parlamento rappresentano circa un quarto dei seggi. I candidati indipendenti conquistano 84 dei 407 seggi (20,6%) e si porrebbero così come “seconda forza” del Paese, in realtà tanto diversa quanto eterogenea da simbolizzare semplicemente la frammentazione del quadro politico, e il suo mancato rinnovamento.

Per comprendere il significato del voto, va ricordato che lo scioglimento anticipato del Parlamento venne deciso dal presidente Tebboune, il 21 febbraio scorso, dopo tre mesi di quasi totale assenza dal Paese per farsi curare dal Covid 19. Seguito da una grazia presidenziale per alcune decine di detenuti dell’Hirak, l’annuncio di elezioni anticipate è coinciso con la ripresa delle manifestazioni settimanali, il venerdì per la protesta popolare e il martedì per quella degli studenti, dopo dieci mesi di autosospensione per evitare il diffondersi dell’epidemia.

Da quel momento è cominciato il braccio di ferro tra potere e movimento. Le manifestazioni settimanali sono rimaste ufficialmente proibite, ma di fatto tollerate, tuttavia con arresti selettivi via via crescenti, in particolare nei confronti di giornalisti e attivisti dei social, nel tentativo di soffocare le voci del dissenso. Alla ripresa, il movimento si è trovato confrontato a due nuovi fronti: la liberazione dei suoi prigionieri politici e la crisi economica resa più acuta dalla pandemia. Il potere, da parte sua, ha cercato di giocare la carta del recupero e della divisione del movimento, attraverso un discorso ambiguo che da una parte riconosceva legittima la richiesta di cambiamento, e dall’altra respingeva ogni ipotesi di processo di rinnovamento dal basso.

La svolta a metà marzo, quando le elezioni legislative vengono fissate al 12 giugno e il presidente le identifica col cambiamento. Il netto rifiuto dell’Hirak di accettare il voto, nelle condizioni di mancanza di libertà e di ricambio del potere, porta allo scontro. Le forze dell’ordine moltiplicano da quel momento gli arresti in tutte le città dove si tengono le manifestazioni. Se nelle piazze e nelle strade la polizia aveva fatto un uso moderato della forza, ora interviene con brutalità per impedire le marce di protesta o per disperderle. Gli arrestati denunciano gravi episodi di tortura, mentre le inchieste promesse dalla autorità non hanno seguito.

Con l’apertura della campagna elettorale le manifestazioni vengono semplicemente impedite, a cominciare dalla capitale, da presidi in massa della polizia. Tuttavia le proteste continuano, soprattutto nelle regioni a prevalenza berbera, così come gli arresti. Alla vigilia delle elezioni, il Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld) pubblica l’elenco di oltre 220 prigionieri di opinione.

È dunque in questo clima che si sono tenute le elezioni parlamentari. Per molti detenuti lo sciopero della fame è diventato lo strumento estremo per attirare l’attenzione sulla propria sorte. Ed è in questo contesto che il Paese avrà un nuovo governo senza legittimità, e l’Hirak dovrà fare prova di una nuova maturità.

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