Il G7 lascia le multinazionali in paradiso (fiscale) - di Cristian Perniciano

Dopo anni di trattative, all’interno del G7 è stato raggiunto un accordo per una tassazione minima delle imprese e una nuova distribuzione dei profitti tra gli Stati. Non si è purtroppo arrivati alla soglia del 21% ipotizzata dal presidente Biden, né al 25% richiesto da istanze sindacali e della società civile. Ci si è invece fermati al 15%, aliquota sui redditi delle imprese più bassa di quella ora vigente nella gran parte dei paesi più ricchi, e di poco superiore al 12,5% che identifica i paradisi fiscali.

L’aliquota minima opererà come soglia internazionale per la tassazione di quei redditi delle imprese che, essendo ascrivibili a più paesi, fruiscono di norme che impediscono la doppia tassazione. Per esemplificare, un’impresa italiana che abbia prodotto un reddito in Irlanda e abbia adempiuto al pagamento dell’imposta (12,5%) in quella nazione, è oggi sollevata dal pagamento dell’imposta in Italia su quegli stessi redditi. Quando questo accordo sarà operativo, in una analoga situazione, l’Italia potrà comunque assoggettare quel reddito ad una Ires con aliquota pari alla differenza tra 15% di soglia e 12,5% applicato dall’Irlanda.

Altro elemento di novità è la nuova determinazione dei profitti per le imprese globali “maggiori e più redditizie” con margini di profitto superiori al 10%, che vedranno il 20% di tutti gli utili sopra tale soglia tassati nei diversi paesi in cui sono stati prodotti. Con tale misura si vorrebbe ridurre la convenienza delle pianificazioni fiscali aggressive finalizzate a trasferire ricavi nei paesi a bassa tassazione, imputando invece i costi (che riducono l’imponibile) nel luogo in cui il business viene effettivamente svolto.

Pur se va riconosciuta l’importanza di un accordo che, per la prima volta, almeno nelle intenzioni, non mette più al primo posto la libertà economica delle grandi imprese in spregio al benessere dei cittadini, il contenuto appare tuttavia di basso profilo, e non privo di aspetti negativi o preoccupanti.

L’aliquota-soglia è bassa. Una delle esigenze era fermare la concorrenza fiscale e la corsa al ribasso delle aliquote sui redditi delle imprese. Stabilendo la soglia al 15%, però, di fatto si autorizza una nuova “corsa al 15%”. Infatti, se viene fermata la precedente tendenza verso l’aliquota zero, nei fatti, salvo Irlanda e Ungheria, tutti i maggiori paesi, che già praticano aliquote superiori, potranno abbassarle fino al 15% senza conseguenze, se lo riterranno opportuno.

Occorre ricordare che l’aliquota formale non è lo strumento principale per “attrarre” le imprese multinazionali. Essa è infatti una percentuale di prelievo che si applica a un imponibile, la cui formazione è un campo di battaglia assai più praticato e sofisticato attraverso esenzioni, incentivi, interpelli preventivi, deduzioni di questa o quella voce dell’imponibile. È questo, in genere, che ha portato l’imposta effettivamente pagata da alcune multinazionali a sfiorare lo zero, pur in presenza di aliquote formali più elevate del 15%. Se una impresa ha un reddito imponibile pari a zero, diventa poco importante con quale aliquota questo sarà tassato. E nulla è stato previsto in relazione alla base imponibile. L’accordo si tradurrà in norme cogenti con tempi lunghi, e questo lo espone al rischio di rimanere sulla carta. Inoltre questa intesa coinvolge solo le più forti economie dell’Occidente, riunite nel G7, e si confronta prevalentemente con le elaborazioni sul tema coordinate dall’Ocse (anch’essa rappresentativa di economie di mercato e paesi più sviluppati). I paesi del Sud del mondo, dove gran parte dei profitti viene effettivamente generata, non hanno avuto voce nel determinare questa intesa.

Più in generale bisognerebbe riflettere sul senso delle politiche messe in atto per attrarre le imprese. Oltre all’ovvietà per cui, a seconda del punto di vista, ogni impresa che sposta la sua sede, se da una parte si insedia da un’altra delocalizza, bisognerebbe rendersi conto che la concorrenza fiscale, che spesso avvantaggia imprese orientate agli azionisti, in realtà impoverisce tutti (salvo gli azionisti). Un investimento che cede alle sirene della convenienza fiscale non sarà mai radicato nel territorio, e per valutarne davvero i costi bisognerebbe sommare entrate e perdite tributarie globali, più che stilare classifiche di competitività.

Si tratta, in conclusione, di un accordo al ribasso rispetto alle premesse, che sembra arrendersi al fatto che la tassazione sulle imprese debba essere inferiore a quella sulle persone, che rinuncia a impegnarsi per combattere davvero i comportamenti elusivi dei grandi gruppi e che, pur se ha introdotto elementi necessitati da tempo, non può soddisfare chi, come il sindacato, da anni si batte perché la ricchezza generata dalle imprese venga redistribuita (anche) attraverso la leva fiscale. Ed è imprescindibile che a questo compito siano chiamate anche le imprese multinazionali.

 

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