Venti anni dopo, nel nome di Carlo, il seme di Genova resta pronto a germogliare - di Alfio Nicotra

Del movimento di Genova 2001, anche vent’anni dopo, dobbiamo parlare attraverso la lente di un caleidoscopio: tanti frammenti di colori capaci di esaltarsi a vicenda. Multiforme e mutevole, polimorfo e variopinto, il Genoa Social Forum fu un capolavoro della politica di movimento. Seicentocinquanta sigle, senza contare le reti europee. Uno spettro così vasto da rendere facile ogni previsione avversa. Invece il Gsf sorprese tutti. Mesi di duro lavoro per curare le relazioni, avvicinare i linguaggi, rendere conveniente camminare insieme.

Ci siamo voluti bene nel costruirlo giorno dopo giorno, passando da Praga, Nizza, Napoli, Porto Alegre. Una valanga di attivismo e impegno politico e sociale che aveva avuto visibilità mondiale al vertice Wto a Seattle due anni prima.

Organizzazioni di lavoratori e campagne contro il neoliberismo scendevano insieme in piazza nel cuore del capitalismo. Questa saldatura fra il movimento operaio tradizionale e quello del precariato, dei contadini della rete “Via Campesina”, ambientalisti, pacifisti, attivisti dei diritti umani e sociali e per i beni comuni, apriva la strada a una straordinaria stagione di mobilitazioni, che aveva il suo punto di forza nell’essere un movimento globale.

Genova fu un capolavoro perché l’elemento dell’unità fu superiore a quello della diversità. Scegliemmo come parola d’ordine il “Voi G8 Noi 6miliardi”. Per noi il G8 era il summit dell’arroganza: un pugno di persone in rappresentanza dei Paesi ricchi che pretendeva di dettare legge al resto dell’umanità. Arrivammo ai giorni del G8 con questo spirito e retroterra.

Iniziammo con seminari ed incontri stracolmi, con la gioia festosa del corteo per i migranti e la musica di Manu Chao. I genovesi furono straordinari: non solo il ricchissimo tessuto associativo ma chi disobbediva, dentro alle gabbie di acciaio in cui avevano chiuso la città, anche alle disposizioni sul decoro, come quella di non stendere i panni ai balconi. Una mutanda appesa come bandiera, moltissime mutande irriverenti.

Le manifestazioni del 20 luglio, l’assedio dei no global alla zona rossa, tutte autorizzate, furono aggredite dalle forze di polizia con una ferocia senza precedenti. Un piano preordinato di repressione, ingiustificato. Suore, parlamentari, giornalisti, pacifici manifestanti furono oggetto dei “tonfa”, i nuovi manganelli che non si limitavano a colpire ma strappavano la pelle e creavano ferite sanguinanti. I lacrimogeni al Cs, gas a uso bellico proibito dalle convenzioni internazionali, sparati sui manifestanti. Il corteo dei disobbedienti, anch’esso autorizzato, arrivato in via Tolemaide venne aggredito a freddo, con blindati lanciati sui manifestanti.

L’inseguimento dei Defender nelle vie adiacenti, con una jeep dei carabinieri che, dopo aver provato ad investire alcune persone, si incaglia nei cassonetti. Da lì due colpi di pistola ad altezza d’uomo. Uno di questi uccide un ragazzo, Carlo Giuliani, che insieme agli altri difendeva il diritto costituzionale a manifestare. Si contano i feriti e molti di loro saranno prelevati illegalmente dagli ospedali e portati a Bolzaneto, luogo di detenzione e anche di tortura.

Il 21 luglio, 200mila persone, venute da tutta Europa, vengono fatte oggetto di attacchi violentissimi e vigliacchi. La repressione va in diretta televisiva, il messaggio è chiaro: quel movimento di contestazione all’ingiustizia globale va fermato. Gli 8 grandi sono nella loro cittadella blindata, mentre Genova si trasforma in una caccia al manifestante. Gianfranco Fini è “stranamente” nella sede del comando centrale delle operazioni.

Il ministro Castelli, titolare della Giustizia, visita Bolzaneto ma non va a vedere le celle strapiene di manifestanti sanguinanti, in piedi per ore e umiliati dai secondini. E non è finita. In serata la sede del Gsf è occupata dalla polizia, la radio del movimento, radio Gap trasmette la diretta fino a quando l’irruzione la mette a tacere. Un’altra scuola affidata dallo Stato al Gsf, la Diaz, dove dorme qualche centinaio di manifestanti, è invasa e diventa oggetto di un pestaggio drammatico, con manifestanti, deputati e giornalisti tenuti fuori mentre da dentro arrivano le urla di chi viene massacrato. “La sospensione più grave dello stato di diritto in un paese democratico”, dirà Amnesty International. Un morto, centinaia di feriti e torturati, una democrazia messa sotto gli stivali della repressione.

Eppure il caleidoscopio seppe rimanere insieme. Tutta Italia scese compostamente in piazza nei giorni successivi. Quello stesso arco di forze, nel novembre 2002, organizzò a Firenze il primo Social Forum Europeo e poi le grandi mobilitazioni contro la guerra all’Iraq, con milioni di bandiere ai balconi e altrettante persone nelle piazze.

Il seme di Genova rimane lì, l’idea di un altro mondo possibile e necessario; è pronto a germogliare nelle nuove generazioni. Resta la rabbia per uno Stato che ha promosso tutti i responsabili di quella repressione, l’incapacità delle istituzioni di dare verità e giustizia per Genova. Una ferita per la democrazia italiana che solo una nuova stagione di lotte potrà veramente risarcire.

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