Il lavoro da remoto: una strategia per il taglio dei costi - di Gianfranco Francese e Maurizio Brotini

A proposito di una ricerca dell’Ires Cgil Toscana per Uniglobal.  

Nel 2020 il mondo ha assistito ad un cambiamento significativo nel mercato del lavoro a causa della pandemia Covid-19. In molte aziende il telelavoro non solo è stato fondamentale per sostenere la produzione, ma si è affermato come un nuovo e permanente modo di organizzarla. Si è fatto saltando contratti nazionali e coinvolgimento sindacale, a sancire un comando unilaterale della forza lavoro di cui il governo si fa attore al servizio del sistema delle imprese.

Uno dei dibattiti più importanti sul telelavoro ha riguardato il tema dei costi. In alcuni casi, economisti mainstream, politici e datori di lavoro hanno provocatoriamente richiesto un riequilibrio salariale, sotto forma di contributo dai lavoratori da casa. Il punto di vista della ricerca dell’Ires Toscana, curata da Roberto Errico, è molto diverso: partendo dal settore bancario e terziario, prospetta una possibile applicazione ad altri comparti produttivi.

Il lavoro a distanza, piuttosto che offrire vantaggi economici diretti ai lavoratori, cambia la struttura dei costi a loro carico. Se da un lato si risparmia in tempo e costi di viaggio, dall’altro una serie di spese (principalmente utenze e strumenti di lavoro) passano a carico dei lavoratori. Non è un caso che questo tema sia quasi dimenticato: il lavoro a distanza offre un enorme vantaggio alle aziende in risparmio sui costi.

Sono stati evidenziati solo due dei tanti elementi dei costi contrattuali: buono pasto/mensa aziendale e lavoro straordinario. Altro elemento fondamentale i costi indiretti del lavoro: gestione immobiliare, mobili, pulizia, sicurezza, logistica, riparazioni e tutte le spese relative al luogo di produzione; comunicazione, Ict e servizi dati (esclusi costi come call center e consulenze esterne); indennità giornaliere, spese di viaggio e postali, trasporti e tutte le spese relative a spostamenti fisici; spese per energia e altre utenze e per materiali di consumo (carta, toner, ecc.).

Oltre alla riduzione dei costi viene indagato l’aumento di produttività a seguito dell’introduzione del telelavoro. Come affermato anche dall’Ocse (2020), con l’adozione del lavoro a distanza sussiste un evidente aumento della produttività. La ricerca si concentra sull’aumento della produttività in termini di orario di lavoro effettivo, derivante da una riduzione del tasso di assenteismo e da un aumento degli straordinari non retribuiti. Utilizzando quattro lavori pionieristici sul tema, è stato stimato un tasso di aumento della produttività dal lavoro a distanza pari al 6,8%.

Il lavoro a distanza rappresenta dunque una delle sfide future più complesse per i sindacati. Accanto a dimensioni già al centro del dibattito, come il diritto alla disconnessione, la necessità di un nuovo quadro normativo di conciliazione vita-lavoro e il pericolo di un’ampia sorveglianza a distanza da parte delle aziende, il tema della condivisione dei costi è cruciale. Il punto di vista delle aziende tende a considerare il telelavoro come a esclusivo beneficio dei lavoratori anche in termini monetari. Ciò potrebbe determinare pratiche estremamente pericolose. Le aziende potrebbero tendere a utilizzare il lavoro a distanza come elemento di incentivo non salariale, collegandolo a una estensione de facto dell’orario di lavoro a parità di salario. Potrebbe poi essere utilizzato per ridurre i salari, alimentando una narrativa tossica sui presunti risparmi di tempo e denaro per i lavoratori.

La ricerca utilizza i fattori precedentemente indicati analizzando tre grandi gruppi bancari europei: Unicredit Group, Banco Santander e Deutsche Bank. Sono stati testati i loro bilanci 2019, seguendo tre ipotesi principali: una media giornaliera di lavoratori da remoto pari al 5% della forza lavoro totale nel 2019, un buono pasto di 6 euro, un orario di 37,5 ore settimanali e 10 ore di straordinario retribuito per dipendente/anno; un modello ibrido post-Covid con una media giornaliera pari al 27,5% di lavoratori da remoto (secondo le previsioni della società di consulenza per le aziende del settore).

I risultati della simulazione sono piuttosto interessanti. Applicando un modello realistico di Remote Working ibrido, il risparmio varia dai 2.800 euro per dipendente in Unicredit Group e Banco Santander, agli oltre 6.600 euro in Deutsche Bank. In termini complessivi, i risparmi variano tra i 268 milioni di euro del Gruppo Unicredit agli oltre 580 milioni per Deutsche Bank.

Dal nostro punto di vista, il dato più interessante è però un altro. Infatti, applicare un modello di questo tipo equivale, in termini di costi, ad un taglio del monte salari che può arrivare fino al 5,2%. Va inoltre sottolineato che circa due terzi di questi risparmi finiscono direttamente - costi e disposizioni contrattuali - o indirettamente - aumento della produttività - per gravare sui lavoratori.

Il lavoro a distanza non è necessariamente un gioco a somma positiva: mentre per i lavoratori vanno ponderati i vantaggi e gli svantaggi, per le imprese il risparmio, in assenza di una regolamentazione organica della materia, è certo ed enorme.

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