Palestina: una Nakba infinita - di Luisa Morgantini

Negli ultimi anni, l’apartheid, considerato dalla Convenzione internazionale sull’eliminazione e repressione del crimine di Apartheid del 1978 un crimine contro l’umanità, e praticato da Israele nei confronti della popolazione palestinese, è stato denunciato da molte organizzazioni e dalle Nazioni Unite. Tra le leggi fondamentali (Basic Law) è stata votata dalla Knesset una legge che definisce lo Stato israeliano come stato ebraico, racchiudendo l’idea che è attuata nella pratica “della supremazia ebraica”.

I governi israeliani però non sentono ragioni, dato che, per l’inanità degli organismi internazionali, non devono mai pagare il prezzo delle violazioni continue della legalità internazionale: con la loro Hasbara (propaganda) e le manipolazioni linguistiche sembra che siano i palestinesi ad occupare le loro case, a demolirle, a trasferire la propria popolazione nei territori occupati, confiscando terra e risorse (oggi vi sono settecentomila coloni israeliani nei territori occupati, compresa Gerusalemme Est).

I nostri media, dai giornali alle tv, non si occupano di politica estera (“…non tira, non fa audience…”, mi hanno detto due importanti giornalisti) e, quando se ne occupano, non fanno il giornalismo di inchiesta (tranne lodevoli eccezioni), non vanno a vedere con i propri occhi la realtà, non affrontano le radici e le cause delle rivolte palestinesi, non si trova nei loro scritti la parola occupazione militare, o colonizzazione o apartheid.

I nostri politici, parlo di quelli rappresentati al Parlamento, tranne Liberi e Uguali e una parte del Pd e M5stelle, si adagiano per comodità e complicità sulla narrativa israeliana e l’equidistanza. Oppure sfacciatamente, come Lega e Fratelli d’Italia o Renzi di Italia Viva, si schierano con Israele, senza se e senza ma. Un mondo alla rovescia, dove la vittima diventa il colpevole.

Israele ha subito un mutamento profondo: le forze laiche si sono ridotte e sono aumentati a dismisura i religiosi, ma soprattutto con Netanyahu ha preso forza e potere il nazionalismo fondamentalista, e sempre di più è diventata coscienza popolare che quella terra è data loro per diritto divino.

Il nuovo governo israeliano, formato da otto forze politiche molto diverse tra loro tra fondamentalisti nazionalisti ebraici, laici, islamici, unite principalmente dal fatto di aver finalmente escluso Netanyahu dalla compagine governativa, rischia ogni giorno di non farcela.

Le voci di dissenso, che chiedono la fine dell’occupazione, sono rappresentate da giovani e non solo che manifestano con i palestinesi a Sheik Jarrah, e nei villaggi accompagnano i pastori per difenderli dagli attacchi dei coloni. Ma anche da giornalisti e intellettuali, una elìte attaccata fortemente dalle destre nazionaliste.

Intanto in Palestina continua la resistenza contro l’oppressione dell’occupazione, e continuano gli arresti e le uccisioni dei giovani ai posti di blocco e gli attacchi dei coloni. Ma è iniziata per i palestinesi una rivolta contro la leadership, rivolta che covava da lungo tempo, in una popolazione provata dalla repressione e dal controllo israeliano, dalle precarie condizioni economiche, e che non vede un futuro.

La cancellazione delle elezioni, dovuto in parte al timore di Al Fatah di perderle, ma anche al divieto israeliano di tenere le elezioni a Gerusalemme Est, ha esacerbato gli animi, con l’assassinio da parte delle forze di sicurezza palestinese di un militante critico del presidente Abbas, Nizar Banat, e la repressione: la rabbia è esplosa e nelle piazze la gente chiede le dimissioni del presidente Mahmoud Abbas.

La piazza chiede unità, le trattative tra Hamas e Fatah dovrebbero essere sostituite a mio parere da una commissione di riconciliazione non guidata, pur senza escluderli, dai vecchi partiti, ma affidata alle giovani generazioni che chiedono rinnovamento.

Non mi pare ci siano forze interne in Palestina e Israele capaci di dare una svolta e la soluzione all’occupazione, alla colonizzazione e all’apartheid. È necessario un intervento esterno, che imponga a Israele il rispetto del diritto internazionale, ma, date le circostanze, sembra improbabile. Anche se nell’opinione pubblica del mondo, ed in particolare negli Usa, sta cambiando il vento, con parlamentari che prendono posizioni inedite contro la politica israeliana. Cosi il tempo in Palestina e Israele resterà ancora scandito a lungo dalla più profonda delle ingiustizie subite dal popolo palestinese, e dalla morte del diritto internazionale.

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