Regionali francesi: astensione alle stelle, in attesa delle presidenziali - di Franco Ferrari

Le elezioni regionali e dipartimentali francesi hanno lasciato perplessi i commentatori. Ci si attendeva una crescita dell’astensionismo ma non nelle proporzioni che si sono viste, con due terzi degli elettori rimasti a casa. I possibili timori per la diffusione del Covid non sembrano aver pesato più di tanto, dato il miglioramento della situazione registrato nelle ultime settimane. Probabilmente hanno inciso due altri fattori, tra loro concatenati. Anzitutto la crescente centralizzazione del sistema politico attorno alla figura del presidente della Repubblica, sempre più monarca quasi assoluto, che rende l’elezione presidenziale l’unica considerata veramente decisiva. Inoltre la polarizzazione tra candidati presidenziabili, ancora avvitata attorno a Macron e alla Le Pen che hanno dietro di sé un partito evanescente (il primo) o una forza politica che non riesce a sviluppare alleanze (la seconda), e non appassiona molti elettori.

Coloro che si sono mobilitati hanno premiato soprattutto gli uscenti. E siccome questi erano soprattutto socialisti o Republicaines (ultima incarnazione della destra tradizionale gollista), sono questi a potersi dichiarare vincitori.

All’estrema destra, il Rassemblement National di Marine Le Pen ha perso terreno e ha potuto competere solo in una Regione, quella meridionale della Provence-Alpes-Cote d’Azur (Paca), venendo anche qui nettamente sconfitto. La strategia perseguita dalla Le Pen, confermata dal congresso del partito tenutosi subito dopo il voto, è stata quella di un tentativo di relativa “normalizzazione” della propria agenda politica. Pur restando inserita in uno spettro ideologico nazionalista e conservatore, ha sfumato la propria propaganda su diversi temi, in particolare l’avversione all’euro e all’Unione europea. Sulle questioni sociali ha cercato di intercettare bisogni che erano tradizionalmente terreno di azione della sinistra, senza contrapporsi troppo apertamente alla visione economica neoliberale ancora dominante.

Questo percorso di inserimento nel sistema politico (‘dediabolisation’) ha lasciato il fianco scoperto a posizioni più radicali, xenofobe e scioviniste, che hanno trovato voce nel commentatore Eric Zemmour. Quest’ultimo ha affacciato l’ipotesi di presentare la propria candidatura alle prossime presidenziali.

Secondo i sondaggi, Macron sembra ancora il candidato favorito in caso di ballottaggio con Le Pen. Ma il suo partito non ha radicamento territoriale. Ora il presidente della Repubblica punta sulla ripresa economica post-Covid (possibile ma non certa) per mantenere il proprio consenso. Deve soprattutto decidere se riaprire dossier spinosi, accantonati con la motivazione della pandemia, in primo luogo la (contro)riforma delle pensioni. L’introduzione del cosiddetto sistema a punti sembra superata in favore di un intervento più semplice che innalzi da 62 a 64 anni l’età minima e sopprima gli statuti speciali di alcune categorie. All’interno della ‘macronie’ sono soprattutto i ministri provenienti dalla destra tradizionale a spingere sul presidente affinché dimostri di essere ancora il protagonista della “modernizzazione liberista” del Paese.

La sinistra ha confermato le cinque regioni metropolitane che guidava (conquistandone due nei territori ex coloniali: La Reunion e Guyana), ma il voto ha reso il quadro ancora più complicato. Melenchon non sembra ancora in grado di aggregare attorno a sé il consenso dell’elettorato di sinistra ed ecologista, tra il quale incontra molte diffidenze. I Verdi sono in crescita ma laddove hanno guidato liste di unione non hanno ottenuto risultati esaltanti (e qualcuno ha subito parlato di un “soffitto di cristallo” invalicabile da parte loro). Il Partito socialista esce meglio da questo appuntamento, e sulla base dei risultati aspira a presentare una propria candidatura alle presidenziali, ma è lontano dall’aver superato la crisi che lo ha scosso dopo il fallimento della presidenza Hollande. Il Pcf ha ottenuto alcuni successi, raddoppiando i suoi consiglieri regionali e strappando alcuni cantoni dipartimentali al Rassemblement National nel nord della Francia, ma la candidatura del suo segretario, Fabien Roussel, non ha per ora innestato una dinamica di consensi significativa.

In teoria la sinistra e gli ecologisti, se presentassero al primo turno una candidatura comune, potrebbero conquistare un posto al secondo turno. Ma le differenze politiche maturate in questi anni, oltre ai diversi interessi strategici, non sono facilmente accantonabili.

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