Affermiamo il diritto universale alla mobilità - di Tania Benvenuti

Note a margine della Conferenza nazionale sull’Immigrazione della Cgil del 4 e 5 luglio scorsi.

Avere la delega alle politiche migratorie ha rappresentato per me l’esperienza più coinvolgente, appagante e con la più ampia trasversalità di argomenti che ci possa essere nella Confederazione. Occuparsi di immigrazione ti mette in discussione, fa cadere i pregiudizi e gli stereotipi che purtroppo anche noi progressisti “occidentali” abbiamo nei confronti delle persone che provengono da altri Paesi, in particolar modo extraeuropei e/o di altra fede religiosa. Anche inconsapevolmente, abbiamo spesso uno sguardo frutto di un retaggio colonialista.

Le lavoratrici e i lavoratori migranti hanno bisogni particolari dei quali come organizzazione sindacale dobbiamo farci carico, sia per scelta politica che per una richiesta di rappresentanza che ci viene proprio con l’aumento dell’iscrizione. Il rinnovo del permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare, la carta di soggiorno, la cittadinanza e tutta la mole di burocrazia e di ritardi che queste procedure comportano hanno portato a coniare il termine di “razzismo istituzionale”, per indicare proprio quelle norme che ostacolano in tutti i modi una presenza dignitosa nel nostro Paese.

Da anni chiediamo che alcuni di questi documenti non passino attraverso le Questure, con ritardi anche di mesi, ma diventino atti amministrativi da fare nei rispettivi Comuni di residenza. La domanda di cittadinanza si è trasformata in una pratica lunga e complessa, spesso questi lavoratori si rivolgono a legali o associazioni che chiedono loro cifre allucinanti. È stato così anche per la sanatoria del 2020, che ancora non si è conclusa.

Da subito il coordinamento migranti della Cgil Toscana aveva dato una lettura critica di quella normativa, e purtroppo abbiamo avuto ragione: pochissime regolarizzazioni e dietro tanto sfruttamento, perché quando metti nelle mani dei soli “padroni” la procedura sappiamo bene che in alcuni settori il ricatto diventa la norma.

Nelle Camere del Lavoro è importante fare i Coordinamenti territoriali dei migranti di tutte le categorie, riunirli, partecipare attivamente alle discussioni che li riguardano, e soprattutto far sì che i migranti entrino a far parte degli organismi dirigenti: lo scarto di rappresentanza non è più sopportabile. Dobbiamo parlare di questo tema con tutti i nostri iscritti e delegati. Capisco che spesso è difficile, ma a noi le cose facili non sono mai toccate. Dobbiamo ribaltare il concetto di guerra dei penultimi contro gli ultimi.

Non si può prescindere dal fatto che migrare è il filo conduttore della storia dei popoli in ogni epoca e in ogni angolo del mondo. Le migrazioni avvengono per i più disparati motivi: le mutate condizioni climatiche, il commercio, spesso sono forzate, pensiamo allo schiavismo, cercare condizioni di vita migliori, lavoro, studio, guerre, conflitti e così via. L’essere umano in quanto tale dovrebbe avere il diritto universale a potersi spostare, a prescindere dalla condizione economica e sociale, per cercare di migliorare la propria vita.

Assistiamo ormai da anni alla costante alzata di muri attorno alla democratica Europa, ne abbiamo uno tra Marocco e Spagna, e le drammatiche immagini dei morti nella calca a Melilla sono la prova dell’ennesima tragedia annunciata. Come annunciate sono quelle del mare, dove ormai solo le denigrate Ong corrono in soccorso dei disperati che tentano di trovare un porto sicuro, spesso dopo essere stati rinchiusi nei famigerati lager libici, che l’Italia continua impunemente a finanziare. Poi abbiamo la rotta balcanica, dove si fa sentire forte la repressione nei boschi della polizia croata (e non solo) con pratiche orrende per impedire ai profughi di proseguire il viaggio verso la salvezza. Sono giovanissimi, vengono dalla Siria, dall’Afghanistan dal Pakistan, e oltre ai traumi subiti in patria ne subiscono di nuovi una volta raggiunta l’Europa.

Ma anche in Italia abbiamo i Centri di permanenza per i rimpatri, veri e propri centri di detenzione, come ad esempio quello di Gradisca d’Isonzo, dove le persone vengono rinchiuse in condizioni disumane con l’unica colpa di migrare.

La terribile emergenza dovuta alla guerra in Ucraina ci dice che un altro modo di fare accoglienza è possibile, un modo dignitoso e umano che dovrebbe essere esteso a tutti, altrimenti si tratta ancora di razzismo istituzionale.

La recente Conferenza nazionale sull’Immigrazione della Cgil ha lanciato un messaggio chiaro: non cedere mai su questi principi! Abbiamo un dovere morale, che la storia della nostra organizzazione e del movimento operaio ci consegna.

 

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