La crisi di un presidente autocrate e di un governo classista - di Giacinto Botti

La crisi di governo non può che preoccuparci. Non siamo indifferenti e non siamo di certo per il tanto peggio tanto meglio. Abbiamo consapevolezza della necessità di avere un Parlamento nel pieno delle sue funzioni, un governo credibile e rappresentativo, per poter esercitare in piena autonomia di pensiero e di azione gli interessi della nostra rappresentanza.

Per la Cgil non ci sono governi “amici” e comunque il governo Draghi, dell’unità nazionale e dei “migliori”, non l’abbiamo mai considerato tale. Né abbiamo mai pensato che l’autorevole tecnocrate liberista Mario Draghi, ex direttore generale del Tesoro, ex governatore della Banca d’Italia, ex presidente della Bce, sorretto e voluto dai poteri finanziari ed economici, designato e imposto in un inconsueto percorso istituzionale, potesse rappresentare il cambiamento di cui il paese avrebbe bisogno e che da tempo richiediamo con lotte e mobilitazioni.

Noi giudichiamo i governi dal merito e dalle scelte che assumono, e non dalla loro composizione politica e partitica.

Nella democrazia parlamentare la politica e i partiti, espressione del voto popolare, hanno la responsabilità di formare i governi, il Parlamento il compito di approvarli e di sostenerli, il sindacato il dovere di esercitare la sua rappresentanza, di difendere e conquistare, con il confronto preventivo, la contrattazione e il conflitto, gli interessi delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani e delle donne. Di tutte e tutti coloro che vivono la condizione sociale più difficile e che da decenni stanno pagando per politiche sbagliate, ingiuste, discriminanti e classiste. Di coloro che subiscono le conseguenze di una guerra che doveva e poteva essere evitata, di una crisi strutturale del sistema di accumulazione e di sfruttamento, e delle emergenze sanitarie, sociali ed economiche che stanno soffocando il paese reale.

Sulla crisi di governo non ci uniamo al coro conformista e ipocrita: una crisi che è innanzitutto di ordine sociale, deflagrata attorno ai gravi problemi sociali, e su come affrontarli e risolverli.

La responsabilità primaria è dell’autocrate presidente del consiglio, dei partiti di governo e dell’esecutivo. Di tutti i parlamentari che hanno accettato di essere comparse senza decidere e interloquire con le scelte imposte dal governo, attraverso decine di voti di fiducia.

La ricerca del capro espiatorio nei 5 Stelle è fuorviante rispetto alla realtà politica e sociale di un paese attraversato da tempo da una crisi della democrazia parlamentare e di credibilità dei partiti politici, dove la destra “di governo”, in alleanza con quella “di opposizione”, riesce comunque a dettare l’agenda politica.

Il presidente Draghi, il “nonno” al servizio delle istituzioni, pronto a scappare dalle sue responsabilità di governo per accedere alla carica di presidente della Repubblica, il tecnocrate con la malcelata avversione alla democrazia parlamentare, si era dimesso per “lesa maestà” dopo aver ottenuto la fiducia.

In una democrazia parlamentate la fiducia verso un governo non si impone con il ricatto ma la si conquista con programmi e indirizzi chiari, indicando gli interessi e i beni pubblici che si vogliono difendere e il paese che si vuole costruire, avendo come faro la Costituzione repubblicana.

Questo governo non ha dato risposte all’altezza della grave situazione, non è intervenuto con scelte strutturali e riforme diverse dal passato. Non a caso, nell’incontro del 12 luglio con Cgil, Cisl, Uil, non ha dato le risposte che si attendevano, come ha denunciato la Cgil. Mentre per Confindustria il suo incontro con il governo è stato soddisfacente e positivo.

In questi 17 mesi del governo Draghi ci sono state mobilitazioni e scioperi, le denunce e le critiche della Cgil sono state forti e motivate, la scuola ha dichiarato lo sciopero generale, centinaia sono i tavoli aperti delle crisi aziendali, Cgil e Uil il 16 dicembre hanno proclamato e realizzato lo sciopero generale. Contro la Cgil e lo sciopero generale si sono sentite accuse e aggressioni che non vanno dimenticate.

Occorre sfuggire dalla mistificazione di questi giorni, tanto pericolosa e falsa per la nostra democrazia. Non siamo di fronte all’uomo della provvidenza, al salvatore della patria, senza il quale il paese precipiterà negli abissi più profondi.

Non è tanto la crisi di governo ad aver congelato riforme necessarie al paese su lavoro, fisco e pensioni, ma la colpevole e deficitaria azione di governo. Il governo non è stato all’altezza del suo compito, sono mancate scelte radicali, non si sono voluti intaccare privilegi, aggredire l’evasione, colpire le grandi ricchezze, mettere al centro il lavoro e il suo valore. Non si è voluto dare una risposta alle giovani generazioni che vivono una precarietà di vita e di lavoro, non si è affrontata quella che si può definire la “privatizzazione” del disagio sociale. Non si è voluto intervenire sulle cause delle diseguaglianze e delle povertà che si stanno ampliando. Si è data continuità a politiche neoliberiste, egoistiche, avventuriste, senza intaccare gli interessi delle classi dominanti e il potere finanziario. Il paese reale è rimasto ai margini dell’azione del governo.

Non è più tempo di bonus, di politiche posticce, di misure tampone emergenziali e di interventi caritatevoli. La Cgil, noi tutti, vogliamo uscire da sinistra da questa crisi sistemica. Non è più tempo di ambiguità e di equidistanza tra capitale e lavoro.

Questo governo non ha voluto cancellare il jobs act, reintrodurre l’articolo 18, superare la pessima e devastante riforma Fornero. Ha sbloccato i licenziamenti, non ha investito nel lavoro, non ha ipotizzato una minima politica industriale, non ha fermato le delocalizzazioni, ha proceduto con le privatizzazioni. Non ha fatto la riforma del catasto, con la mini “riforma” del fisco ha privilegiato i ricchi, disconoscendo i meno abbienti. Non ha combattuto le diseguaglianze ma le ha ampliate. I diritti civili, la cittadinanza vengono rimandati, come sempre. La legge fine vita non è neppure considerata. La petizione firmata da magliaia di cittadini per la messa al bando delle forze neonaziste e fasciste è rimasta in fondo al cassetto. La gestione e la prevenzione della nuova ondata pandemica, data in appalto a un generale, stanno producendo ritardi e colpevoli sottovalutazioni. Nessuna politica di prevenzione, di reale difesa del suolo, dell’acqua, dell’aria di un paese avvelenato e cementificato. Sui morti assassinati al lavoro, in continuo aumento, sulle malattie professionali, sugli infortuni, c'è stato il silenzio assordante di un presidente che forse pensa, come il capo di Confindustria, che questo sia il prezzo da pagare al mercato e al progresso.

Questo è il governo della guerra, il più bellicista e prono alle scelte e agli interessi Usa, che invia armi contro il dettato costituzionale, aumenta le spese militari mentre prevede tagli alla sanità pubblica e non investe adeguatamente nella scuola, nella ricerca, nella prevenzione. Un governo che ha fatto accordi militari ed economici con dittatori e razzisti, che ha confermato l’accordo economico militare con la Libia per fare il lavoro sporco contro gli immigrati e i profughi, per rinchiuderli nei lager dove trovano tortura, stupro e morte. Un governo che non ha affrontato la grande sfida ambientale, operato per una concreta transizione ecologica, ma che riapre le centrali a carbone e ripensa al nucleare, mentre con il Pnrr si consuma ancora il suolo finanziando le grandi opere inutili e riscoprendo ancora il ponte sullo stretto di Messina, per la felicità di mafiosi e costruttori senza scrupoli.

In questi mesi si è accentuata la distanza tra cittadini e istituzioni, tra i partiti di governo e il sentire del popolo. E quel popolo non ascoltato, in sofferenza e senza voce, quel popolo che non vuole la guerra e che è contro il riarmo e l’invio delle armi, sarà ora chiamato al voto politico.

La disaffezione al voto è una protesta di un solo giorno, e la ridotta partecipazione alla vita politica non scalfirà il potere e la politica politicante. Questo paese è in una crisi profonda, sociale e democratica. Ognuno assuma le proprie responsabilità.

Il presidente Draghi ha plasmato il governo imponendo la sua visione di società e la sua idea di crescita con ideologico riferimento al mercato e alla economia. La bomba sociale è innescata da tempo e potrebbe esplodere già a settembre, quando tutte le crisi in atto convergeranno su un paese fragile, impoverito, diseguale e attraversato da corruzioni, complicità politiche mafiose, interessi lobbistici, poteri trasversali, corruzioni, e una evasione fiscale che rappresenta la palla al piede per le future generazioni.

La crisi del governo Draghi è politica e sociale, si è consumata attorno a scelte dirimenti su come affrontare la grave crisi sanitaria, economica, sociale e democratica che ci attanaglia da tempo. I nodi sono venuti al pettine e le contraddizioni sono implose.

Occorre reintrodurre nella società il valore e la forza progressista del conflitto, dello scontro politico tra gli interessi e tra classi, lo scontro tra capitale e lavoro che rimane il nodo cruciale per ogni lotta per il cambiamento, per i diritti sociali e civili, per l’eguaglianza di genere e delle possibilità.

In questa fase complessa e delicata la Cgil deve continuare la sua mobilitazione perché non siano i soliti a pagare le conseguenze della guerra e della pandemia, riproponendo ai propri iscritti, alle pensionate e ai pensionati, alle lavoratrici e ai lavoratori, la bussola della propria proposta programmatica, sintetizzata anche nel documento congressuale “Il Lavoro crea il Futuro”. Il programma della Cgil è – in buona sostanza – un programma di piena e coerente attuazione dei valori costituzionali della Repubblica fondata sulla Resistenza. Su questo abbiamo misurato il governo Draghi; su questo misureremo qualsiasi governo uscirà dalle urne. La Cgil rimane in campo con la sua autonomia di pensiero e di proposta.

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