Milano, la sanità territoriale fra potenziamento e integrazione - di Vincenzo Greco e Melissa Oliviero

La pandemia ha imposto una riflessione su cosa non ha funzionato del sistema sanitario e su quali interventi operare sulle parti che si sono dimostrate impreparate, interrogandosi sul modello di sanità necessario per l’area metropolitana di Milano.

Come ha impattato il Covid sul sistema sanitario del nostro territorio? In generale, al confronto con altre regioni, il sistema lombardo non è riuscito a contenere gli effetti della pandemia, e il versante più esposto è stato quello dell’assistenza territoriale, che non sempre ha dato risposte alle decine di migliaia di persone che, nei periodi più acuti della crisi sanitaria, sono rimaste a casa con sintomi da infezione, senza ricevere alcuna risposta dal sistema sanitario.

Il sistema sanitario lombardo, nei decenni scorsi, ha potenziato l’assistenza ospedaliera e la cura della fase acuta delle malattie. Ma alla prova dei fatti si è rivelato debolissimo sul territorio, sulla prevenzione e sulla cronicità. La sanità territoriale si è rivelata del tutto inadeguata, con pochi servizi, vittima di un modello in cui le eccellenze sono concentrate negli ospedali. Questo ha privato il sistema di sensori diffusi capaci di intercettare i cambiamenti epidemiologici e agire con la prontezza richiesta dalla situazione. Un sistema sanitario territoriale sviluppato avrebbe dovuto adempiere alla funzione di sorveglianza e assistenza dei cittadini contagiati, permettendo una rapida individuazione dei casi e una maggiore appropriatezza nella cura, evitando di intasare gli ospedali.

Quindi, tra gli insegnamenti della pandemia, il primo riguarda il necessario potenziamento della sanità territoriale, un imperativo non ulteriormente rinviabile. Vale per il nostro territorio più che altrove, perché la sanità territoriale a Milano, negli ultimi anni, è stata oggetto di modelli con scarsa visione di sistema, determinandone fragilità ed episodicità.

La questione della sanità territoriale non è nuova nella nostra azione ed elaborazione: da tempo ci opponiamo alla chiusura dei servizi sanitari sul territorio, e avanziamo proposte per un vero potenziamento dei poli territoriali. Proposte che prendono avvio dal contesto milanese, caratterizzato da un’alta densità di popolazione, da una fortissima interconnessione tra i Comuni dell’area metropolitana, nonché da un’altissima concentrazione di strutture sanitarie.

Adesso serve un deciso cambio di passo, con rapidità e convinzione, per meglio rispondere ai bisogni sanitari della popolazione, soprattutto della popolazione anziana che si è confermata la più fragile. Da tempo chiediamo la nascita di presidi territoriali, con funzioni sanitarie, sociosanitarie e integrate con il sociale. Devono nascere luoghi ben riconoscibili, dove il cittadino trovi i servizi di prevenzione, la medicina specialistica, gli esami di laboratorio e diagnostici, i consultori, la presa in carico delle cronicità, disabilità, i servizi per le dipendenze e la salute mentale, gli uffici amministrativi e i medici di famiglia associati. I medici di medicina generale sono fondamentali e devono essere assistiti nel loro lavoro, con la possibilità di operare in presidi sociosanitari dove possano confrontarsi con medici specialisti e con altri servizi sanitari, con le Rsa e con i servizi sociali.

Dunque il tema da affrontare è l’integrazione della sanità con i servizi sociali. Deve esserci una strategia chiara, basata sulla volontà di superare la logica di operare a canne d’organo: perché sempre più spesso la domanda della popolazione è interdisciplinare, e frequentemente le fragilità sanitarie si accompagnano a marginalità sociali. Questa è la direzione da intraprendere affinché gli interventi siano efficaci e il sistema efficiente.

L’integrazione tra servizi sanitari e sociali deve partire da una lettura sui processi che caratterizzano la necessaria risposta a bisogni diversificati. Bisogna immaginare l’integrazione attraverso il ruolo che gli enti locali devono esercitare nella funzione di programmazione dei servizi sul territorio. Il riferimento alla definizione dei “Piani di Zona” è fondamentale: nella loro prossima ridefinizione, il sindacato confederale deve esercitare il proprio ruolo di rappresentanza generale.

Abbiamo davanti una serie di occasioni da cogliere. Da una parte l’annunciato processo di revisione della legge regionale sul sistema sanitario, dall’altra le risorse del Pnrr, che devono rappresentare un’occasione per investire fortemente sulla sanità pubblica, sul Servizio sanitario nazionale e sul territorio. Occasioni per costruire un’inversione di tendenza rispetto alle politiche della Regione, che portano la maggior responsabilità della condizione di vulnerabilità del Servizio sanitario regionale. Una vulnerabilità che tanto spazio ha trovato anche nelle cronache giornalistiche durante la pandemia.

Proprio la pandemia ha accentuato le diseguaglianze che, quando riguardano la salute, diventano ancor più odiose. Non c’è tempo da perdere per riportare il sistema sanitario di questo territorio a rispondere alle necessità e ai bisogni della popolazione, e ad essere veramente universalistico.

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