Brunetta e lo Stato minimo - di Giovanna Lo Zopone

Iconcorsi per titoli fortemente voluti dal ministro Brunetta sono stati un fallimento totale. Moltissimi candidati non si sono presentati e molti altri non hanno raggiunto il punteggio minimo. Ma come, non era l’unico modo per selezionare le migliori menti del nostro Paese?

Il risultato finale? I bandi sono stati cambiati in corso d’opera e hanno dovuto ammettere tutti coloro che hanno fatto domanda e che erano in possesso dei requisiti minimi. Un “contrattempo” che è costato tempo e denaro.

Diciamola tutta, il flop se lo sono proprio cercato: non può che fallire, anche al Meridione, un concorso pubblico per il reclutamento di personale con profili tecnici elevati, che prevede una preselezione dei candidati effettuata sulla base di titoli e di esperienza professionale, offrendo in cambio un contratto a tempo determinato e uno stipendio medio-basso. E’ come nel privato: il problema è il reddito di cittadinanza o il fatto che le offerte di lavoro mirano a reclutare “schiavi”? E la stessa sorte toccherà al Portale della Pubblica amministrazione.

Nel pubblico impiego si entra per concorso, con pari condizioni di partenza per tutti. È giusto trasformare i concorsi in luoghi capaci di valutare l’attitudine all’individuazione e soluzione di problemi reali, al lavoro di gruppo, alla capacità di adattarsi a diverse funzioni, uscendo dalla logica del quiz. È invece sbagliato attribuire punteggi esagerati a chi abbia avuto accesso a percorsi formativi di supposta eccellenza e costi elevati, o addirittura escludere alla partenza chi possa esibire “solo” un titolo di studio. Così facendo si introduce una premialità per censo, contraria allo spirito costituzionale.

E poi, basta con questa retorica del merito! Nella Pubblica amministrazione si guadagna poco e spesso non esistono percorsi ordinati e trasparenti di carriera. Questo è il punto da affrontare: bisogna sottrarre al potere politico la discrezionalità sulla scelta dei dirigenti e aumentare gli stipendi base per tutti, fino a un livello accettabile.

In troppe amministrazioni pubbliche in questi anni di sbornia liberista ha prevalso la logica competitiva dei numeri e degli algoritmi, piuttosto che una visione del servizio pubblico come tale.

Siamo assolutamente consapevoli che la filosofia di questo governo, per la verità di quasi tutti i governi dell’ultimo ventennio, è quella dello “Stato minimo”, e che il ministro Brunetta, ieri come oggi, è colui che continua pervicacemente a introdurre la dottrina del new public management.

La P.a. eroga servizi nel garantire i diritti di cittadinanza, qui le regole del mercato non sono applicabili. L’efficacia dell’amministrazione va trovata nella risposta alla domanda di servizi (in questo caso pratiche, documenti, autorizzazioni, pagamenti, etc.) che viene dall’utenza, e non dalla quadratura dei conti dei dirigenti per consentir loro di prendere i superincentivi a fine anno. In realtà è avvenuto l’esatto contrario. E’ diventato prioritario fare numeri – anche con criteri poco razionali – piuttosto che rispondere al meglio alle esigenze dell’utenza. Invece i cittadini devono avere un rapporto di fiducia con la propria Pubblica amministrazione.

Ma il problema dei problemi, come la Fp Cgil sta denunciando da tempo, è il numero di dipendenti pubblici. In Italia è inferiore alla media europea e raggiunge distanze abissali se paragonato a quello dei paesi nordici o della Francia. Per quanto si possa lavorare sull’efficientamento dei processi, esiste sempre un punto oltre il quale la quantità è qualità. Si è fatto un gran parlare di assunzioni, ma in realtà non si è fatto altro che assorbire parzialmente il turnover, senza minimamente procedere a quella massiccia iniezione di capitale umano di cui avrebbe bisogno la nostra P.a.. Vanno rivisti i piani dei fabbisogni (gli organici degli enti), perché non corrispondono alle reali esigenze.

Facciamo dunque dei concorsi normali, con test adeguati ai profili richiesti, che riducano il più possibile il rischio di ricorsi. Ci sono migliaia di giovani laureati e laureate, per poter rinnovare gli organici di amministrazioni a cui proprio Brunetta ha tolto l’ossigeno per anni con la sua riforma; si adeguino le retribuzioni ai profili richiesti e necessari. Si punti sulla formazione continua e sull’affiancamento agli anziani, che non devono essere “rottamati”. Perché anche il più bravo superlaureato o supermasterizzato ha bisogno di imparare come il suo sapere si “applica” al lavoro reale.

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