Iraq. Sull’orlo del precipizio - di Fabio Alberti

Forse solo l’intervento discreto del grand’Ayatollah Al Sistani, massimo riferimento per lo sciismo iracheno, ha evitato che il conflitto tra diversi gruppi di potere interni alla stessa confessione sfociasse in una guerra civile. Dopo mesi di confronto e di escalation il 29 agosto sostenitori di Moqtada al Sadr e milizie filoiraniane si sono scontrate lasciando sul terreno almeno 30 morti e 600 feriti. Gli scontri sono durati poche ore ma il conflitto in casa sciita dura da molto tempo, con la sola sospensione durante lo scontro con Daesh, e non è affatto religioso, ma ha forti implicazioni politiche interne e internazionali.

È dai primi giorni dell’occupazione statunitense che si è aperta la lotta per la rappresentanza della comunità sciita, maggioritaria nel paese, e che secondo la ‘muhasasa’, il meccanismo di spartizione settaria istituito dagli Usa, ha in compito di indicare il primo ministro, mentre ai curdi tocca l’indicazione del Presidente della Repubblica e ai sunniti del portavoce del Parlamento.

Sin da allora il movimento sadrista si è distinto da altre componenti sciite, prima rifiutandosi di collaborare con gli Usa, poi opponendosi all’appiattimento sulle interferenze iraniane, in una posizione “nazionale” che lo ha portato sino a formare un blocco parlamentare con il Kdp della famiglia curda Barzani e la maggiore formazione sunnita, il partito del Progresso, per proporre un governo di “unità nazionale” dopo le elezioni anticipate dalle quali era uscito largamente vincitore.

Di fronte a tale eventualità, che le avrebbe escluse dal potere, le altre componenti della élite sciita, compresi i partiti armati legati all’Iran che hanno sparato sulle manifestazioni popolari, si sono coalizzate nel blocco parlamentare “quadro di coordinamento”, e hanno paralizzato per mesi il Parlamento, non partecipando ai lavori. La risposta sadrista è stata la dimissione dei deputati, la successiva occupazione del palazzo del Parlamento, e infine la provocatoria dichiarazione di abbandono della politica rilasciata da Al Sadr dopo un intervento di delegittimazione religiosa da parte di Teheran, la scintilla finale che ha portato sull’orlo della guerra civile.

Sembra che a questo punto sia intervenuto Al Sistani. Una dichiarazione di Al Sadr seguita da una del leader delle milizie al-Haq hanno invitato alla smobilitazione e permesso l’avvio del “dialogo nazionale” proposto dal primo ministro Al Kazemi, processo avvalorato da dichiarazioni di sostegno di Washington e Teheran e dalla partecipazione del rappresentante del Segretario Generale dell’Onu. Il dialogo ha portato alla decisione di indire nuove elezioni anticipate tra un anno, ma si è impantanato sulla individuazione del governo che dovrebbe prepararle.

L’inizio del pellegrinaggio di “Arbaeen”, che ogni anno porta a Karbala 20 milioni di fedeli per l’omaggio al mausoleo di Husayn, ha contribuito a raffreddare la situazione, ma lo stallo continua. L’Iraq è da anni senza un governo nella pienezza dei poteri, cosa che impedisce il pieno utilizzo dei proventi del petrolio. Corruzione e disoccupazione dilagano. Il nord del paese è sistematicamente bombardato dalla Turchia. Sono stati segnalati episodi di colera. L’elettricità, a 19 anni dalla guerra, non è ancora ripristinata. La notizia che non sarebbero stati stampati i libri ha aperto l’anno scolastico. Il Tigri e l’Eufrate mostrano crescenti i segni di degrado per il riscaldamento climatico.

Che le interferenze estere e il meccanismo della ‘muhasasa’ siano alla radice dei mali iracheni lo avevano compreso molto bene i ragazzi e le ragazze della rivolta di ‘tishreen’ (ottobre) che per quasi due anni, dall’ottobre 2019, hanno occupato le piazza, lasciando sul terreno oltre 700 morti, facendo cadere il governo e ottenendo elezioni anticipate. La “rivoluzione di ottobre” si esaurì al sopraggiungere del covid e della convocazione delle elezioni, boicottate da una parte del movimento, mentre una parte partecipava con nuove liste elettorali ispirate alla rivolta.

“L’Iran non governerà l’Iraq”, “Andatevene via tutti”, “Basta con la muhasasa”, “Disarmare le milizie e processare gli assassini”, sono le richieste risuonate in piazza Al-Nusour a Baghdad lo scorso 2 settembre, in una nuova manifestazione convocata dal movimento, conclusasi con la richiesta di dimissioni del Parlamento entro la fine del pellegrinaggio (16 settembre) e la promessa di una nuova più grande manifestazione.

C’erano anche le nuove formazioni politiche che hanno eletto una quarantina di deputati, a cominciare dal movimento Emtidad (estensione), primo partito nella provincia di Nassiria con il 30% dei voti. Sei di queste nuove formazioni hanno annunciato la costituzione dell’alleanza “al-mawqif “(situazione) chiedendo che le elezioni anticipate siano gestite da un “minigoverno” fuori dai blocchi e dai partiti tradizionali e che alle formazioni armate non sia concesso di partecipare.

L’Iraq rimane sull’orlo del precipizio. Intanto gli attivisti e le attiviste di “tishreen” preparano la grande manifestazione prevista per dopo “Arbaeen”.

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