Israele: aggredire e reprimere i palestinesi per catturare voti - di Alessandra Mecozzi

Israele si prepara alle elezioni del primo novembre (le quinte in meno di quattro anni). Colleziona decine di attacchi ai diritti umani, uccisioni e violazioni del diritto internazionale: dal bombardamento preventivo su Gaza ad inizio agosto - 49 vittime di cui 17 bambini – all’espulsione di famiglie palestinesi da Silwan e Sheik Jarrah in Gerusalemme, da Masafer Yatta, a sud di Hebron, a una nuova violenta incursione nelle sedi di sette Ong palestinesi per i diritti umani.

A questo si aggiunge un intenso lavorio dell’amministrazione civile israeliana per portare avanti un piano che consentirebbe la legalizzazione di dozzine di “avamposti agricoli” in tutta la Cisgiordania (fonte: Agar Shezaf, Haaretz del 5 settembre). Inoltre, come riferisce The Palestine Chronicle in una nota del primo settembre, il ministero israeliano dell’edilizia abitativa ha raggiunto un accordo con due società immobiliari per la costruzione di 1.250 nuove unità abitative nell’insediamento di Gilo, che è costruito principalmente sui terreni del Governatorato di Betlemme.

Questa incessante colonizzazione ha negli anni portato all’aumento esponenziale del numero di coloni. Attualmente, tra 500mila e 600mila israeliani vivono in insediamenti per soli ebrei nella Gerusalemme est occupata e nella Cisgiordania, in palese violazione dei diritti umani dei palestinesi e del diritto internazionale. (Per bloccare questa espansione, oltre cento associazioni e sindacati europei hanno lanciato una “Iniziativa dei Cittadini Europei” per la fine del commercio europeo con le colonie, che può essere firmata su www.stoptradewithsettlements.org).

Rafforzare la politica aggressiva e repressiva, in vista delle elezioni per catturare voti: non è una tattica nuova per le forze politiche israeliane. Ed è difficile sostenere che questo riguardi solo la destra. Nell’attuale quadro politico israeliano distinguere tra destra e sinistra, in via di estinzione, è un compito arduo. Alon Pinkas su Haaretz si chiede: “Come può la storica sinistra israeliana ... dissolversi così rapidamente ed essere relegata all’insignificanza politica?”. Tra le ragioni da lui stesso identificate: “L’israeliano mainstream che ha sempre votato per i partiti di sinistra ha trovato rifugio in quel vasto, desolato ma confortevole spazio di offerta chiamato ‘il Centro’, dove pensano che una comoda triangolazione di idee e personalità di sinistra e di destra sarebbe politicamente attraente”.

Solo il partito Meretz, sinistra sionista, si oppone all’occupazione, mentre avanzano spinte perché si unifichi con il Labour, fusione che porterebbe, secondo un sondaggio, ad una diminuzione di entrambi. Gideon Levy, storico giornalista di sinistra, su Haaretz chiarisce: “È molto difficile o impossibile opporsi all’occupazione e rimanere sionisti. È molto difficile o impossibile essere un ebreo non sionista in Israele. Dobbiamo dare a Meretz la minima possibilità di dimostrare che è possibile. Se Meretz viene diluito con i laburisti, solo gli arabi si opporranno all’apartheid – e questo marchierà Israele come peggiore del Sud Africa. Almeno lì, i bianchi, molti dei quali ebrei, hanno combattuto contro il regime”.

Sperare nel campo “arabo”? Nelle ultime elezioni c’è stata una scissione nella Joint List, si è staccato il partito islamista “Ra’am”, poi entrato nel governo. Di fronte allo spettro di una vera e propria catastrofe elettorale, e con la previsione di bassa affluenza alle urne dei “palestinesi del ‘48” - il 20% della popolazione di Israele - i leader arabo-israeliani sarebbero pronti a unirsi (fonte: Jack Khoury su Haaretz del 29 agosto).

E che ne pensano i giovani? La maggior parte dei giovani adulti ha in genere occasione di votare una volta, tra i 18 e i 22 anni. Ma non in Israele, dove le elezioni sono attualmente un evento annuale e i giovani elettori riescono a malapena a ricordare per chi hanno votato in precedenza. Le loro opinioni, raccolte da Judy Maltz (su Haaretz del 31 agosto), esprimono grande stanchezza, opposta all’entusiasmo che li aveva animati la prima volta.

Quindi non sono da aspettare cambiamenti significativi nella politica israeliana nel rapporto con la Palestina occupata. Ci aspetteremmo qualche segnale forte di cambiamento nella politica dell’Unione europea e dei governi dei 27 Stati membri, ma ipocrisia e doppi standard sono diventati la loro cifra permanente. Nel nostro Paese, in vista delle elezioni, c’è chi (come la Lega) vuole riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e chi (come il Pd) esclude dalle liste candidati critici della politica israeliana!

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