Insorgiamo. Gkn, c’è chi dice no - di Frida Nacinovich

Una cattedrale industriale, che ha al suo interno macchinari tecnologicamente avanzati, necessari a una produzione delicata come quella degli assi e dei semiassi delle automobili. Questa è la Gkn Driveline di Campi Bisenzio, popoloso comune di 50mila anime alle porte di Firenze. Questo è il teatro di una delle più significative mobilitazioni operaie degli ultimi anni. Una lotta diventata di popolo, che tiene insieme le tute blu, le loro organizzazioni sindacali, la politica e le istituzioni locali dell’intera Toscana. Per il semplice motivo che non si chiude dalla sera alla mattina una fabbrica che il lavoro ce l’ha, e lo fa al meglio delle possibilità.

Dal 9 luglio scorso, quando i 422 addetti diretti dello stabilimento - cui vanno aggiunti 80 compagni di lavoro dell’indotto primario (mense, pulizia, carrellisti-impiantisti, vigilanza) - ricevettero via mail la comunicazione dell’improvvisa chiusura della fabbrica e del conseguente conto alla rovescia di 75 giorni prima del licenziamento, in via fratelli Cervi è successo un piccolo miracolo. Un presidio permanente operaio che ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, non si è mai interrotto, nel pieno dell’estate, compreso il ‘generale agosto’.

“In un giorno di ‘par collettivo’ (permesso annuo retribuito, ndr), il terzo post-Covid, l’azienda ci comunica per mail che lo stabilimento chiude”, ricorda Roberto Spera. Una mail, meccanismo consentito dal jobs act renziano. Ma il problema non è il metodo, come pure è stato denunciato a più riprese. Il problema è il merito. La scelta unilaterale del fondo finanziario inglese Melrose, che nel 2018 aveva acquistato Gkn con un’opa ostile da 9 miliardi di euro, di cancellare con un tratto di penna il lavoro di centinaia di persone. Un migliaio di famiglie, si calcola guardando anche all’indotto ‘secondario’ che gravita intorno alla fabbrica di componentistica auto.

Il delegato sindacale Spera, eletto in una Rsu monopolizzata dalla Fiom Cgil, lavora in Gkn dall’alba del nuovo secolo. “I vecchi operai ricevevano l’orologio dopo venticinque anni di lavoro, io invece una mail di licenziamento dopo venti”, sorride amaro. “È stato un fulmine a ciel sereno. Da allora siamo in assemblea permanente”. Un’impresa non da poco, nonostante l’immediata, diffusa solidarietà che ha portato all’allestimento di un secondo presidio nel piazzale esterno allo stabilimento, con la Cgil di Campi Bisenzio, le istituzioni cittadine, persone di ogni età e condizione sociale. Sono intervenuti artisti e uomini di cultura, per tenere viva l’attenzione su quella che è diventata subito una vertenza simbolo. Da Stefano Massini a Piero Pelù, fino a Banda Bassotti, Malasuerte Fi sud, Ivanoska e Lou Tapage, protagonisti di un affollatissimo concerto.

Lo striscione con scritto ‘Insorgiamo’, parola d’ordine che segnò fra il luglio e l’agosto 1944 la battaglia decisiva della brigata partigiana Sinigaglia per la liberazione di Firenze dal nazifascismo, è diventato l’icona della resistenza operaia. “Chiediamo scusa ai partigiani per aver utilizzato la loro parola d’ordine - spiega Spera - ma abbiamo a che fare con un nemico subdolo. La nostra lotta può e deve dare il segnale di mobilitazione generale alle altre fabbriche che, da un capo all’altro del Paese, sono nelle stesse condizioni o rischiano di esserlo a breve”. I coraggiosi lavoratori della Gkn stanno girando l’Italia, da Roma a Napoli, da Milano a Torino, per spiegare in assemblee pubbliche la natura e gli obiettivi della lotta. “Obiettivi sintetizzabili in una frase: vanno ritirate le lettere di licenziamento. Perché lo stabilimento può e deve continuare a produrre. Ci sono macchinari ancora imballati”.

Gli insorti Gkn stanno ricevendo una risposta di popolo, le stesse istituzioni sono al loro fianco, a partire dal sindaco di Campi Bisenzio, Emiliano Fossi, che ha detto testualmente ‘da qui non esce nemmeno un bullone’. “Ma ora servono fatti”, osserva Spera. Alla fine di luglio la Fiom Cgil ha presentato un ricorso contro Melrose-Gkn per comportamento antisindacale. “Non hanno rispettato accordi sottoscritti anche da loro in sedi istituzionali come la Regione Toscana. Per farti capire chi abbiamo di fronte, nel maggio scorso, in pieno lockdown, mandarono a casa 20 ragazzi in staff leasing, che erano con noi da 3, 4, perfino da 6 anni”.

Ai duri turni di lavoro ci sono abituati, e anche a fare le notti. “Il nostro non è un lavoro leggero. Non ci sono stati problemi a tenere aperto il presidio 24 ore su 24”. C’è un ché di magico in questa battaglia, se ne stanno accorgendo tutti perché questi operai lottano con il sorriso sulle labbra, con l’atteggiamento di chi si vuol bene e non intende lasciare nessuno indietro. Saranno ancora in piazza a Firenze, il 18 settembre, non soltanto con la rabbia di chi si è visto strappare in un attimo il lavoro, ma anche con la gioia di chi sta offrendo un esempio di resistenza operaia indimenticabile.

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