Lega e Fratelli d’Italia perdono il pelo, ma non il vizio…neofascista - di Vittorio Bonanni

L’estate che si accinge a terminare, fra temperature record e Covid, ci ha regalato tutta una serie di gravi episodi sul fronte fascismo-antifascimo. Una sorta di promemoria che ci ha ricordato, se ce ne era bisogno, che quel revisionismo storico che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni di vita repubblicana non solo non è scomparso o ridimensionato, ma è sempre più all’attacco. Dal caso del sottosegretario leghista Durigon, nostalgico incallito, che aveva proposto di intitolare di nuovo un parco di Latina al fratello del duce Arnaldo Mussolini al posto di Falcone e Borsellino, all’ex consigliere leghista di Colleferro, Santucci, che vorrebbe intitolare a Roma piazza dei Partigiani ad Hitler; fino alla grave dichiarazione dello sfidante di Beppe Sala a Milano nella corsa a sindaco, tal Bernardo - primario che sembra giri per le corsie dell’ospedale con la pistola – pronto a dire che le persone non le distingue tra fascisti e antifascisti.

Ma anche inverno e primavera ci avevano regalato bestialità del genere, con amministratori di Fratelli d’Italia che commemoravano la marcia su Roma, fino ai giovani di Giorgia Meloni che a Verona hanno ricordano Leon Degrelle, il “figlio adottivo di Hitler”, con il silenzio imbarazzante dell’aspirante a Palazzo Chigi.

Come siamo arrivati a questo osceno scenario politico e culturale, che non ha più timori neanche nel glorificare Hitler e che vorrebbe cancellare la genesi della nostra Repubblica democratica fondata, appunto, sulla sconfitta del nazifascismo?

Al riguardo è utile rifare un po’ di storia, sia pur brevemente. Con la fine della “prima repubblica” venne meno quel cosiddetto arco costituzionale composto dai partiti che avevano fatto la Resistenza, dunque senza i neofascisti del Msi. L’inizio dell’incubo è datato 18 gennaio 1994, quando nacque Forza Italia, partito personale di Silvio Berlusconi, fortemente anticomunista, che arrivò al governo forte di un grande consenso insieme ai secessionisti xenofobi della Lega di Bossi e i neofascisti del Msi guidato da Fini, trasformatosi poi in Alleanza nazionale. Questo scenario significò la fine dell’antifascismo come condizione imprescindibile per chiunque arrivasse al governo. A questo aggiungiamo il fallimento scontato dell’ex segretario missino di trasformare il suo partito in una formazione liberale.

E la sinistra? Il gruppo dirigente del vecchio Partito comunista, poi Pds, Ds e Pd, invece di costruire una nuova Resistenza come sarebbe stato naturale, assecondò questa tendenza, con un evidente senso di colpa per essere stato comunista, elemento che impedì di avversare lo scenario descritto. Tutti ricordiamo il discorso del presidente della Camera, Luciano Violante, nel 1996 sui “ragazzi di Salò”, finalizzato apparentemente a capire perché molti giovani fecero quella scelta contro altri italiani, nascondendo in realtà un’apertura di credito nei riguardi degli eredi di quell’esperienza. Tra l’altro, considerazione dal punto di vista storico superflua, perché quello della “guerra civile” era un concetto ormai accettato a sinistra, grazie soprattutto allo storico Claudio Pavone. Insomma, non se ne sentiva l’esigenza, ma tant’è.

Così siamo arrivati a questi ultimi anni, che ci hanno offerto il peggio del peggio. Come la questione delle foibe, fatto certamente drammatico, che la destra sta usando strumentalmente per controbilanciare il ricordo della shoah, sostenendo dunque senza mezzi termini che lo sterminio perpetrato dai nazifascisti non li riguarda perché gli altri fecero altrettanto. E l’estate ci ha riservato anche il “linciaggio” mediatico (e non solo) del professor Tomaso Montanari, proprio per aver esplicitato la strumentalità e l’uso neofascista della “giornata del ricordo” in contrapposizione e contrappeso alla “giornata della memoria”.

Il mancato applauso a Liliana Segre, sopravvissuta allo sterminio degli ebrei, da parte della destra quando fece ingresso alla Camera, fu un episodio clamoroso e inaccettabile contro il quale si sarebbe dovuto reagire con veemenza, a partire dal Quirinale, fino a tutte le forze del centrosinistra. Non fu così o lo fu in modo assolutamente insufficiente. Quello di Salvini e Meloni fu un vero e proprio atto di negazionismo senza precedenti. Con gli antifascisti sulla difensiva e con armi inadeguate per reagire.

A questa grave narrazione, purtroppo non sufficientemente contrastata dai partiti democratici, risponde colpo su colpo l’azione attenta e capillare dell’Anpi, che sta crescendo in radicamento e rinnovando con l’adesione di migliaia di giovani, ora che la generazione partigiana, per motivi anagrafici, sta venendo meno. Un’azione doverosa e meritoria che merita tutto il nostro sostegno militante.

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