Lo stato dell’“Unione reale” - di Roberto Musacchio

Ci sono stati 68.184.803 casi di Covid confermati, e 1.315.620 morti. Questo è successo in Europa al 16 settembre scorso, data in cui Ursula von der Leyen ha tenuto il suo discorso sullo stato dell’Unione, così definito per scopiazzare gli Usa.

Fossi stato in lei, avrei cominciato il discorso dedicando un minuto di silenzio alle vittime, e mi sarei chiesto perché tanta sofferenza e cosa non si è fatto per prevenirla e ridurla. Anche perché sull’Unione non si è abbattuto un asteroide ma una pandemia prevista da oltre vent’anni dagli organismi sanitari mondiali.

Mi sarei chiesto se qualcosa c’entravano le politiche di austerità che hanno portato a ridurre drasticamente i servizi sanitari pubblici. E perché la tanto decantata economia sociale di mercato, che sta in Maastricht come la creazione nella Bibbia, a inizio pandemia, e non solo, non provvedeva neanche ai presidi sanitari elementari. Per non parlare dei vaccini per i quali si è ricorsi ad una trattativa privatistica e secretata che ha riempito d’oro le multinazionali e che non prevede la copertura del pianeta, unica misura efficace contro varianti e pandemia.

Significativo che la presidente Ue rivendichi la parità tra dosi usate in casa e fornite fuori, ma in realtà esportate e non certo ai Paesi poveri, visto che lei stessa lamenta che in Africa ci sia solo il 2% di vaccinati. Mercato, dunque, e non diritti universali, perché la presidente non si allontana dal “creazionismo” di Maastricht per cui è il mercato che crea la società.

In realtà il discorso di von der Leyen, più che ad un presidente Usa o ai sogni di un’anima europeista di Schumann, assomiglia a un rendiconto brezneviano su un piano quinquennale. Le magnifiche sorti e progressive sono sul cielo dell’Unione, che anche lei fa nascere dalla caduta del muro di Berlino e non dalla guerra al nazifascismo. Revisionismo indecente e interessato. Perché misurarsi con la vera nascita, la lotta al nazifascismo, significherebbe rendere conto di quanta Europa sociale è stata distrutta. E provare a guardare in faccia l’“Europa reale” che si è costruita. L’unica forma al mondo di mercato trasformato in società, in cui il peggio del nazionalismo si coniuga con il peggio dell’economia finanziaria globalizzata.

Il discorso della presidente abusa di termini che meglio figurerebbero in un consiglio di amministrazione che in un’aula parlamentare. Usa questi termini intorno ai veri “core business” del suo discorso, per stare al suo linguaggio. Difesa europea e accordi commerciali per aree di influenza sono le due scelte di fondo che von der Leyen propone per la Ue, in un mondo che definisce di ipercompetitività.

Parlare di difesa europea dopo la fine della presenza Usa in Afghanistan ha un senso preciso. Sfuggire alle proprie responsabilità. Al proprio accodamento subalterno, complice e connivente alle guerre che hanno alimentato il complesso militare e industriale Usa, vero dominus del trentennio. Non per caso nato e sostanziatosi nella guerra al comunismo che ha distrutto le speranze della vittoria contro il nazifascismo.

Il revisionismo sulla nascita dell’Europa va insieme alla rimozione delle responsabilità sulle guerre e alla proposizione di una difesa europea che fa esattamente ciò che si denuncia per gli altri, cioè partecipare alla ipercompetitività. Non la difesa europea è mancata, ma una politica di cooperazione e pace nella giustizia che la Ue non ha perseguito, partecipando e promuovendo in proprio le guerre.

Ammantato di buoni propositi su diritti, clima, ecc. su cui, come su tutto il resto, il discorso brezneviano non presenta veri consuntivi. In realtà sono i migranti da contenere e le frontiere da esternalizzare il vero dominus, il cuore del consenso al governo dell’“Europa reale”, fondata sul patto tra tecnocrazie e nazionalismi.

Tutte le misure prese in pandemia stanno nel quadro del fondamentalismo ideologista di mercato di Maastricht, sospeso nei tratti più assurdi ma incombente. La parola transizione, coniugata con tecnologie sempre più in mano ai predatori garantiti dalla proprietà su conoscenza e tecnologie, copre quella che rischia di essere l’ennesima feroce ristrutturazione capitalistica.

Molto di questo discorso di von der Leyen e molta della “Ue reale” poggiano sull’ordoliberismo tedesco, con una componente moralistica tardo protestante che diventa pura ipocrisia col passaggio all’ipercapitalismo dell’ultimo trentennio. Il peso ai comportamenti dato nella vicenda pandemia, sorvolando sulle leggi e sulle responsabilità degli organi istituzionali ridotti a enti trattanti coi possessori dei brevetti, è emblematico. I parlamenti sono pura cassa di risonanza, subordinati alle trattative commerciali. Infatti la Ue ha già acquistato miliardi di nuove dosi, a prezzi accresciuti, senza discussione istituzionale sulle terze dosi, ma è contro la moratoria sui brevetti.

Tutto ciò è un ancien régime postmoderno che chiede una rottura. Magari fatta da quei giovani che vengono pelosamente evocati, e che sono la generazione con meno futuro dai tempi della guerra mondiale.

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