Torino, una città senza futuro di fronte alle amministrative - di Marco Prina

A Torino sono tre i candidati sindaco che si sono presi la prima scena della campagna elettorale, agli altri è rimasto il ruolo secondario delle comparse alla disperata ricerca di un seggio.

La città si presentata a questo appuntamento nel mezzo di un declino economico senza un futuro credibile, con Stellantis che manda frequenti segnali di abbandono del campo, mentre affonda silenziosamente il settore dell’automotive locale con i suoi 75mila addetti. Nonostante il rimbalzo economico dell’esportazione, l’occupazione non è cresciuta agli stessi ritmi dei fatturati, regalando solo l’aumento del precariato.

Torino è una metropoli ormai emarginata dalle locomotive del nord, ben distribuite nei vari settori manifatturieri e terziari fra Venezia, Padova, Treviso, Milano, Bologna, Modena, Parma. Detiene tassi record di cassa integrazione, reddito di cittadinanza, disoccupazione, che l’avvicinano più al sud che a Milano.

Dal primo round esce vincente Lo Russo del Pd (col sostegno degli ex Leu) contro un Damilano della destra unita e Sganga del M5S ferma a un 9% di consensi, conseguenza di una campagna fotocopiata sulla riproposizione delle mancate promesse della amministrazione Appendino.

Chi vincerà nel ballottaggio si candida alla gestione delle grandi risorse provenienti dal Pnrr insieme ai grandi problemi causati dalla desertificazione industriale in atto e dalla crisi occupazionale dei prossimi tre anni, causata dalla famosa “transizione green”.

I programmi dei due candidati arrivati al ballottaggio sono in merito alquanto sbiaditi, entrambi fondati su una banale idea manageriale della gestione del territorio. Quello di Damilano calza col personaggio di finto imprenditore da aperitivo, credente nelle virtù taumaturgiche dei tartufi e del barolo per il rilancio torinese.

Lo Russo sembra più credibile in virtù della sua formazione ingegneristica e della conoscenza della macchina amministrativa, ma le sue idee su green, innovazione, coesione sociale ricalcano quelle del Pnrr. Un’idea strategica sulla riconversione al futuro della città non esiste, solo quella di conservare quello che c’è già, fortemente messo in crisi in prospettiva dal mercato europeo e globale.

Entrambi i candidati rimangono elusivi sul problema del debito olimpionico di 2 miliardi che grava ancora su Torino. Sulla città continua ad incombere l’ombra della ex Fiat che ha sempre impedito qualsiasi ricerca alternativa a sé stessa in altre case industriali, continuando a dettare le proprie scelte monopolistiche sui settori in cui permane (aereospazio, robotica), illudendo una città intera con le Olimpiadi, indebitandola nella falsa credenza che turismo e cultura sarebbero state il nuovo petrolio.

Certo Torino non è Roma, ma ha i suoi pesanti problemi sociali. Crescono l’invecchiamento della popolazione, la fuga degli immigrati, il degrado delle periferie con i tassi crescenti di disoccupazione, specie femminile e giovanile, il peggioramento dei servizi, mentre si annunciano tremila sfratti all’orizzonte. Innumerevoli sono le partite Iva chiuse e inattive. Torino è una bomba sociale latente, lo dimostrano le carsiche manifestazioni di piazza contro i lockdown o i green pass, la crescita del partito dell’astensione oltre il 50%, particolarmente nelle periferie più disagiate.

Il rischio della vittoria della destra è ancora possibile, nonostante Damilano, in forza dei soldi confindustriali e del Pd locale, fra i più ottusi d’Italia. Lo Russo ha cambiato in corsa l’approccio, iniziando a parlare con la gente nei quartieri, non ricalcando gli errori di Fassino e del Pd torinese con le loro idee dei comizi nei salotti dei capibastone. Oggi a Torino è difficile orientare il voto, men che meno per la Cgil che non ci riesce da almeno vent’anni.

Certo Lo Russo ha aperto al dialogo con le parti sociali, quindi con i sindacati, sulla progettazione del futuro della città, a partire dalla questione occupazionale sollevata negli ultimi tempi proprio dalla Cgil e dalla Fiom di Torino con la “Vertenza Torino”. Ma su questa richiesta principale, legata al futuro economico e occupazionale dell’area metropolitana, le risposte sono arrivate tardi e sconnesse. Il futuro della città è ancora tutto da riprogettare, anche per il sindacato.

In questa campagna sono dunque mancati gli argomenti veri: il futuro del lavoro, dell’occupazione, della sanità, del welfare e soprattutto quale transizione verde si voglia veramente fare con il 2050 dietro l’angolo. La strada per convincere astenuti e indecisi è dunque ancora lunga. Soprattutto, dopo il ballottaggio, chiunque vinca si troverà a governare una città che in maggioranza non lo ha votato. E i rigurgiti di autosufficienza supponente da “vittoria in tasca” del candidato Pd certo non aiutano.

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