Ritorno a scuola, un raggio di sole dopo il diluvio della pandemia - di Frida Nacinovich

La scuola media del Poggio Imperiale annessa al celebre educandato della Santissima Annunziata non è un istituto come un altro. È un pezzo di storia di Firenze, in particolare della Firenze Capitale del 1865, quando da Torino il Regno d’Italia si trasferì in Toscana nell’attesa di entrare a Roma. Una cartolina che conserva intatta la magia di un’epoca lontana, quando solo le famiglie nobili potevano vedere entrare i loro rampolli nella villa medicea sul colle di Arcetri, diventata patrimonio dell’umanità, bene protetto dall’Unesco. Anche Wolfgang Amadeus Mozart suonò qui, nel suo primo e unico concerto fiorentino.

Duecentocinquant’anni dopo in quelle che una volta si chiamavano medie inferiori, o più familiarmente medie, di Poggio Imperiale insegna David Lognoli. “Sono appena stato traferito alla media statale di Poggio annessa all’educandato di SS. Annunziata”, racconta. Lognoli è un insegnante di matematica e scienze, per otto anni è stato in una scuola di Greve in Chianti, e prima ancora ricercatore al Cnr. “Ricercatore precario”, tiene a precisare. “Ero stanco dell’incertezza, così all’epoca del governo Monti, quello della ‘austerità espansiva’, feci il concorso per la scuola. Lo vinsi e come primo incarico fui assegnato in una media della ‘capitale’ del Chianti. Proprio sotto casa mia. Mi sono innamorato di questo lavoro”.

Lognoli parla con entusiasmo quasi palpabile della sua vita in classe, molto meno della malinconica ‘dad’, la didattica a distanza cui milioni di ragazze e ragazzi sono stati costretti nelle fasi più acute della pandemia. Una necessità imposta dal Covid-19, che ha segnato nel profondo i fisiologici meccanismi dell’insegnamento. “Davvero non è la stessa cosa insegnare in presenza, con gli alunni davanti a te che possono fare rapidamente domande e ricevere rapidamente risposte, oppure fare tutto da casa”, dice subito Lognoli, che è anche rappresentante sindacale per la Flc Cgil. “La didattica a distanza è faticosa sia per gli alunni che per gli insegnati. Non riusciamo neanche a capire, solo per fare un esempio, quale sia il grado di attenzione delle ragazze e dei ragazzi”.

Ora per fortuna le cose vanno un po’ meglio. “Quest’anno siamo partiti in presenza, anche se le nostre riunioni restano ancora a distanza. Si finisce per perdere sfumature, accenti, espressioni che faciliterebbero il dibattito tra di noi. Perché la scuola, pur con i suoi limiti, è anche una grande esperienza umana”. Il delegato sindacale della Federazione lavoratori della conoscenza, con occhio clinico, vede i problemi del macrocosmo scolastico. “Ci troviamo davanti a un’endemica carenza di organico - sottolinea - sono state fatte assunzioni, ma non sono ancora abbastanza. Soprattutto gli insegnanti di sostegno sono troppo spesso dei precari. Non abbiamo stipendi che invogliano, in questa particolare classifica la scuola italiana è agli ultimi posti in Europa. Per un precario lavorare fuori sede può diventare un problema serio, talvolta insormontabile.

Come fa a tirare avanti un contrattista a termine nella scuola di Panzano in Chianti, dove tutto costa di più? Va a finire che non si trova nessuno disponibile ad accettare l’incarico”. Impegnati in prima linea nella battaglia di trincea contro la diffusione del virus, gli insegnanti non hanno rinunciato al ruolo di discreti angeli custodi dei loro alunni, preoccupandosi per loro quasi come fossero dei genitori aggiunti. “Per forza, ho vissuto i lunghi mesi della didattica a distanza anche da genitore. Innegabile che in questa realtà virtuale e reale al tempo stesso, ci sia un’esasperazione delle differenze”.

Come si usa dire, il re è nudo e non è un bello spettacolo. “È evidente che chi aveva già in presenza difficoltà maggiori degli altri, è stato ulteriormente penalizzato. Penso soprattutto a quanto ho riscontrato nella mia esperienza a Greve in Chianti, in un contesto sociale di un certo tipo. Imparagonabile alla realtà in cui mi trovo oggi, quella di una scuola ‘ricca’, con studenti e studentesse di una certa estrazione sociale. A Greve in questi ultimi decenni si è creato un melting pot per tanti versi meritorio. Così a scuola mi trovavo davanti alunni che erano stati addirittura a New York, e figli di immigrati con i genitori per forza di cose carenti nelle loro esperienze scolastiche, in alcuni casi addirittura analfabeti o quasi. E che quindi non possono aiutare i figli a fare i compiti a casa”.

Oggi Lognoli fa parte di un corpo insegnante che oltre a lui comprende diciotto colleghe e colleghi. Colleghe soprattutto. “I contrattisti a termine sono circa il 25%, un po’ meglio che nella mia vecchia scuola dove i precari erano la metà”. Anche dai piccoli particolari si può comprendere quanto sia stata e sia diffide tutt’ora la scuola ai tempi della pandemia. “Finalmente insegno in classe, ma sempre con la mascherina alla bocca. Pensa quanto è difficile apprendere per uno studente straniero che non può vedere i movimenti delle mie labbra”.

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