A vent’anni dal primo Forum sociale europeo di Firenze - di Monica Di Sisto

Poteva andare in tutt’altro modo. E mondo. Avere dietro le spalle vent’anni di lotte, campagne, battaglie e speranze, molte pareggiate, molte perse, quando l’umanità è in uno stato di guerra permanente, pervasivo, e costantemente rimosso contro il pianeta e contro se stessa, per incapacità e per avidità suicida, è un fardello pesante. Ma caricarselo insieme per capire se insieme è possibile liberarsene, o almeno alleggerirne il carico, è quasi obbligatorio. A vent’anni dal Forum sociale europeo di Firenze, dal 10 al 13 novembre scorso associazioni, sindacati, movimenti storici e appena nati sono tornati a Firenze, per provare a farlo.

Nel 2002 il capoluogo toscano ospitava il primo Forum sociale europeo. Un anno dopo la mattanza del G8 di Genova, il movimento altermondialista diede vita al suo più grande incontro europeo, pacifico e di massa, accolto in una città aperta e accogliente. Pochi mesi dopo, a febbraio del 2003, una manifestazione globale contro la guerra in Iraq portò in piazza 110 milioni di persone in tutto il mondo, e il New York Times le definì “la seconda superpotenza mondiale”. Quel conflitto però non si fermò, e a vent’anni di distanza la traiettoria di quella globalizzazione militarizzata della primazia del profitto è facile da individuare, ma complicatissima da abbandonare.

Intorno a questa evidenza, e con tre domande cui rispondere insieme – come agire le trasformazioni con una democrazia svuotata, come non arrendersi alle destre del rancore, e che ruolo gioca e dovrebbe avere l’Europa in queste trasformazioni – si sono incontrati in oltre 40 eventi autogestiti e una grande assemblea di due giorni oltre 700 delegati di 155 organizzazioni e movimenti di 25 paesi. Dalla Danimarca alla Grecia, dal Portogallo all’est Europa, con voci dall’Iran, dall’Iraq, dalla Libia, dal Brasile, e una connessione online con l’Assemblea della Terra in America Latina e gli attivisti presenti a Sharm el Scheikh in occasione della Cop27.

Tracciare un filo comune attraverso temi molto diversi - crisi energetica e carovita, commercio internazionale, sovranità alimentare, lavoro, transizione ecologica, pace, diritti delle donne e di genere, femminismo, acqua e beni comuni, salute e sanità, diritto alla casa – non è stato semplice. Ma è emersa con grande forza da tutti i tavoli l’esigenza di animare una nuova stagione di convergenza tra attori sociali e movimenti del continente. “Un percorso comune dopo troppi anni di frammentazione tematica e geografica che ha indebolito chiunque si batta per la giustizia sociale e ambientale, in ogni paese e a qualsiasi latitudine”, ha spiegato il comitato promotore.

Il percorso prevede la creazione di un tavolo stabile di relazione fra tutte le organizzazioni e i movimenti, con riunioni periodiche e due obiettivi: “Il primo è includere nei prossimi mesi tutti i soggetti, piccoli e grandi, disponibili a unirsi e a coordinarsi per affrontare insieme i grandi problemi del nostro tempo. Il secondo è lavorare per costruire mobilitazioni globali della società civile, a partire da un’AlterCop in occasione della prossima conferenza Onu sul clima, facendo convergere movimenti di tutte le generazioni”.

Questo però è il mestiere di surroga e sostituzione disintermediata che i movimenti fanno insieme da venti anni, e che potranno fare sempre più insieme, più coordinati, più convergenti, auspicabilmente più forti. Ma resta un ‘ma’: quale politica sarebbe pronta a raccogliere, in questa fase storica, la sfida e la responsabilità di cambiare tutto e in fretta come ci chiede la realtà? Fare pace dove c’è guerra, ecologia dove c’è estrattivismo, giustizia dove c’è clientela, cura dove c’è abbandono? Mentre assistiamo al pokerino che giocano, alle spalle di paesi in fallimento, vecchi e nuovi protagonisti, con zero attenzione al merito delle cose e il massimo sforzo per i collocamenti e le grancasse social, la vera domanda che resta irrisolta, e che pongono le principali vertenze conflittuali che emergono nel Paese e nel mondo – dalle piazze in Iran alle zuppe climatiche contro le opere d’arte, dai blocchi stradali all’occupazione di Palazzo Vecchio proprio a Firenze degli operai della ex-Gkn – è: dove giocare la vera partita, quella della vita buona per tutte e tutti in un ecosistema in equilibrio?

“Gli ultimi venti anni ci hanno portato nuove guerre, il populismo, l’astensionismo di massa, la pervasività dei media, la finanziarizzazione di tutto, oltre a disuguaglianze e crisi climatiche mai viste prima. Né le istituzioni né il movimento possono affrontare da soli queste questioni”, è stata l’ammissione dell’ex presidente della Regione Toscana ai tempi del primo Forum, Claudio Martini, in un evento di riflessione sul ventennale. Martini ha ricordato che “resta impresso nella memoria di chi visse quei giorni lo sforzo sincero di intavolare un dialogo diretto e fecondo, vincendo antiche diffidenze e la disabitudine a parlarsi. Oggi avremmo bisogno che quel filo si riannodasse”. Sì, ci sentiamo di confermare. La domanda che resta inevasa è: con chi?

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