Settore moda in Toscana: rendita contro lavoro - di Maurizio Brotini e DVM

Il peso della moda nell’economia toscana è rilevantissimo. Secondo i dati Irpet del 2018, il 39% di chi lavorava nel settore manifatturiero era impiegato nel comparto moda, una percentuale che non trova riscontri in nessun’altra regione italiana. Quindici punti percentuali in più della seconda regione, le Marche, e quattro volte la percentuale lombarda. Si parla di 130mila addetti totali: 115mila del comparto moda propriamente detto, a cui vanno aggiunti 1.800 addetti nel settore dei macchinari per la moda, e 12.800 nel settore del commercio e terziario ad essa legata.

Più della metà degli addetti del settore pelletteria in Italia si trova in Toscana. Così come oltre il 30% degli addetti del settore gioielleria e quasi un terzo del settore della concia. Il 39% delle esportazioni italiane di pelletteria sono toscane, il 32% di quelle della gioielleria, e il 22% di quelle delle calzature.

Dopo la pandemia si è assistito a un rimbalzo positivo anche in termini di valore, con il dato del settore orafo aretino influenzato però nei suoi picchi dal fortissimo apprezzamento dell’oro (tanto che la prima azienda toscana per fatturato nel 2020 è stata Italpreziosi con quasi 7 miliardi di euro, rispetto ai 2,5 del 2019).

Le cronache sottolineano spesso due aspetti del settore: gli investimenti delle multinazionali, e le forti criticità della filiera in termini di condizioni e sicurezza di lavoro. Passa sotto silenzio invece un fenomeno rilevante e da seguire, ossia lo sbarco in grande stile nel settore, ormai da un quindicennio ma intensificatosi negli ultimi anni, di società di investimento italiane di media grandezza.

Fra le protagoniste di questo “shopping” in Toscana possiamo ricordare HIND-Holding moda, gruppo con sede centrale a Torino, presieduto da Claudio Rovere, membro del “Club degli investitori” di Torino, una rete di 295 “business angel” che investono in Pmi, che ha acquisito Uno Maglia di Montevarchi - 43 milioni di fatturato (nel 2008, anno dell’acquisizione, erano 6,8) più di 100 dipendenti (erano 45 nel 2008) e 9mila mq di area produttiva (nel 2008 erano 3mila) - poi Alex & co. di Vinci - (produzione e progettazione di capi in pelle da uomo e da donna di alta gamma) 7,6 milioni di fatturato 25 dipendenti e 1.000 mq di area produttiva - e anche Albachiara di Bucine - (abbigliamento leggero femminile per marchi di lusso), 2 milioni di fatturato, 50 addetti e 1.000 mq di area produttiva.

Consolidata è invece la presenza del “Gruppo Florence”, con base a Milano, “Piattaforma produttiva al servizio del fashion”, come si autodefinisce, che annovera marchi come la terzista di abbigliamento Giuntini di Peccioli, 72 milioni di fatturato (dato 2020) e oltre 100 dipendenti - , l’empolese CMC - (pelle) 100 dipendenti e 14 milioni di fatturato - , l’aretina Mely’s - (maglieria) 120 dipendenti e 250 in subfornitura (dati 2020) con un fatturato per il 2021 di 17 milioni di euro -, Antica Valserchio di Castelnuovo di Garfagnana - (tessuti) 31 milioni di fatturato (dato 2021) e 90 dipendenti, rilevata nel 2021. Per il fatturato realizzato in Italia, i dati sono 17 milioni per Giuntini, 13,2 per Cmc e 1,8 per Mely’s. Florence è una holding in cui si ritrovano importanti soggetti del mondo delle equity, la milanese VAM Investments Group S.p.A, il manager di private equity Marco Piana che ne detiene il 33% (fra i gruppi che si sono affidati a lui si annoverano Fondo Italiano d’Investimento - gruppo Cassa depositi e prestiti -, 3i Group plc, Investitori Associati, Magenta, McKinsey & Company), Argenta blue sarl di Andrea Trapani 33% , presidente di VAM, che cura clienti quali Tiffany & Co, Clessidra, LVMH, Bulgari Group e la Tages presieduta da Panfilo Tarantelli con il 34%, partner di VAM, con incarichi di vertice in Citi Europe e Schroders Europe IB.

Il terzo soggetto è la PATTERN di Torino, fondata nel 2000 da Fulvio Botto e Francesco Martorella. In questo caso siamo in presenza di un’azienda del settore, in origine attiva nella progettazione di capi d’abbigliamento, che dopo la quotazione in borsa attraverso la controllata Idee Partners nell’aprile del 2022 ha rilevato il 70% di Rgb spa di Reggello (Firenze). Citando dal Sole 24 ore del 5 Aprile: “ Rgb, altra azienda produttrice di borse nata come società benefit nel gennaio scorso dal buyout di Mia Pelletteria gestito dal manager Paolo Benedetti. A vendere per 2,275 milioni di euro sono tre soci, tra cui lo stesso Benedetti che rimarrà in Rgb come amministratore delegato. In questo modo Idee Partners (130 addetti, 11,5 milioni di fatturato 2021) raddoppia la capacità produttiva, aggiungendo il moderno stabilimento di 2.500 mq di Rgb (100 addetti diretti, previsione di fatturato 2022 superiore a 9 milioni di euro) e creando sinergie anche con la storica pelletteria Petri & Lombardi di Bientina (Pisa), acquisita al 60% l’anno scorso (40 addetti, 2 milioni di fatturato 2021)”.

Chiude la serie la Margot spa, “Polo della moda” con sede a Milano costituito da Marco Vecellio, presidente della trevigiana Eurmoda e dal fondo Mindful Capital Group (già Mandarin Capital group) dei soci Lorenzo Stanca, Alberto Forchielli, Alberto Camaggi e Andrea Tuccio. Margot ha rilevato nel 2019 la maggioranza di ABC Morini di Scandicci, specializzata nella minuteria metallica per la moda, 8 milioni di fatturato.

Come si nota le aziende acquistate sono quasi tutte piccole e medie (mai o quasi micro) con produzione di alta gamma e marchi riconoscibili. Le aziende non vengono fuse, mantengono la loro identità, e conservano i loro terzisti e subfornitori all’interno della Holding. Come si è visto, sovente anche esse sono terziste.

In generale, sino a oggi, questi fondi investono sugli stabilimenti e aumentano il numero di addetti. Le acquisizioni di aziende e rete di subfornitori è interessante anche in vista dei prossimi bandi Fesr dove la filosofia regionale, ormai da un ventennio, è sempre più orientata alla filiera e alle reti di impresa.

L’effetto di questo fenomeno è da valutare nel medio-lungo periodo. Tuttavia alcuni tratti sono chiari. Prima di utto la progressiva scomparsa della “dittina” familiare. I vecchi proprietari però restano spesso, anzi quasi sempre, con quote di minoranza e nei ruoli apicali. Poi la sempre più forte tendenza dell’imprenditoria toscana a diventare “rentier”, e l’assenza di fondi privati regionali che facciano questo tipo di operazioni. Il pensiero corre alla triste fine di Fidi Toscana, nata proprio con questo scopo, e alla cosiddetta ’“Iri regionale” promessa dal presidente toscano Eugenio Giani in campagna elettorale, probabilmente l’elemento di politica industriale più robusto del programma, rimasto però lettera morta. Interessante infine vedere il Fondo italiano di investimenti, pubblico, intervenire in una di queste acquisizioni.

La mancanza di questi soggetti, unita alla scomparsa di istituti di credito rilevanti con sede in regione, indica il progressivo slittamento della Toscana a “piattaforma produttiva”, in un settore soggetto ad altissima elasticità e sostanzialmente incontrollabile nei suoi “fattori esogeni” di crisi, con un addensamento di addetti nei settori di produzione, e rarefazione di impieghi di terziario avanzato (come si è visto la progettazione spesso avviene altrove). Questa rarefazione si estende all’indotto.

Una caratteristica comune a questi soggetti è l’accentramento dei servizi presso la casa madre: contabilità, sistemi per la qualità, certificati di conformità e formazione sono gestiti da fuori regione e assegnati spesso a soggetti non toscani. Un colpo questo per il settore dei servizi alle aziende della nostra regione.

Il passaggio di mano di questi “pesi medi” lascia infatti sul mercato aziende piccole, spesso sottocapitalizzate e non strutturate, che difficilmente potranno richiedere servizi di livello alto come quelli offerti alle società assorbite. Con tutto ciò che questo comporta in termine di impieghi qualificati.

Ancora una volta, la Toscana della rendita e della terziarizzazione debole contro la Toscana del Lavoro.

 

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