Legge delega spettacolo: giù le mani dal reddito di continuità - di Nicoletta Daino

Il 18 agosto scorso è entrata in vigore la legge delega in materia di spettacolo. In un precedente articolo su questo periodico, a marzo di quest’anno, dal titolo “Riforma dello spettacolo, una chimera?”, si era affrontato l’argomento della tanto attesa riforma di questo settore ed era stato raccontato il lungo e tortuoso iter che aveva portato all’approvazione di quello che, allo stato, era solo un disegno di legge che doveva essere approvato dai due rami del Parlamento. Si era segnalata l’urgenza che si procedesse nel più breve tempo possibile sia all’approvazione del disegno di legge, sia alla stesura dei decreti legislativi necessari per rendere concreti i principi contenuti nel provvedimento.

Oggi, a distanza di otto mesi, ci troviamo in questa situazione: la bella notizia è che il disegno di legge è stato approvato da Camera e Senato, diventando legge; ma trattandosi di legge delega necessita dell’attuazione di decreti legislativi da parte del governo da emanare entro 9 mesi (alcuni anche prima) e il governo, come sappiamo, nel frattempo è caduto e se ne è formato uno nuovo.

La prima conseguenza evidente è stata il completo stallo dei lavori su questa materia a partire dall’annuncio delle dimissioni di Draghi fino all’insediamento del nuovo esecutivo. La seconda brutta notizia è più di sostanza e riguarda, ahimè, l’impostazione e l’orientamento del nuovo governo e del ministero di riferimento, quello della Cultura.

Nel provvedimento infatti sono contenuti principi e strumenti fortemente innovativi e rivoluzionari, frutto di dibattiti e confronti durati anni. Se manca la volontà del nuovo soggetto politico di farli propri e di portarli a compimento, è evidente che il rischio concreto sarà quello di lasciare che i termini decadano, vanificando il lavoro sin qui fatto.

Mi riferisco principalmente al reddito di continuità. Consiste nel riconoscimento da parte dello Stato di un reddito alle lavoratrici e ai lavoratori dello spettacolo per il periodo in cui non lavorano, come quello tra due performance, tra due ingaggi, tra due eventi. Si tratta di una misura già presente in alcuni paesi europei come ad esempio la Francia, che nasce dalla consapevolezza ormai acquisita di due concetti: innanzitutto che il lavoro nello spettacolo è strutturalmente discontinuo, lo è per sua natura. L’altro concetto è che un attore, un compositore, un musicista, ma anche un tecnico, non stanno senza far nulla tra uno spettacolo e l’altro, ma si preparano, studiano, scrivono, compongono, si esercitano. Ed è giusto che tutto ciò venga riconosciuto anche economicamente.

Siamo di fronte ad un principio rivoluzionario nel diritto del lavoro: il reddito di continuità infatti non è un ammortizzatore sociale, che interviene quando si perde un lavoro. È una misura che entra in gioco in costanza di lavoro, o meglio, in momenti fisiologici di non lavoro, che nello spettacolo sono assolutamente naturali.

Dalle prime indiscrezioni pare che l’atteggiamento del neo ministro Sangiuliano sia negativo rispetto a questa misura interpretata come “assistenzialistica” e, in quanto tale, contraria all’impostazione politica e culturale della destra, che vede come fumo negli occhi provvedimenti quali il reddito di cittadinanza, e che sta pensando di rendere meno accessibile la Naspi, solo per fare due esempi.

Invece non si tratta assolutamente di una forma di assistenzialismo, ma di uno strumento che garantirebbe la sostenibilità di una tipologia di lavoro strutturalmente discontinua. A fronte di un investimento iniziale, oltretutto, inserita in un sistema complessivo in cui tutte le misure previste dalla legge delega si vanno ad incardinare (sportello telematico Inps, Osservatori, misure incentivanti), finirebbe col tempo per autofinanziarsi, perché il sistema produrrebbe un enorme ritorno economico sia in termini contributivi sia di imposte.

L’obiettivo che dovrebbe avere un ministero della Cultura dovrebbe essere quello di valorizzare e promuovere la cultura, anche mediante il sostegno delle lavoratrici e dei lavoratori che vi operano. La sensazione è che purtroppo questo dicastero verrà interpretato in un altro modo e utilizzato, come stiamo osservando in queste settimane, per produrre sub-cultura o cultura fortemente connotata a destra. Nostalgia del Minculpop? Teniamo alta l’attenzione.

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