Cosa ci insegna il disastro del ciclone Ciaran in Toscana - di Fausto Ferruzza

Mentre siamo ancora sconvolti per gli effetti del ciclone Ciaran che ha colpito duramente la Toscana, causando otto vittime (tra Campi Bisenzio, Prato, Montemurlo, Rosignano e Lamporecchio) e danni incalcolabili al nostro territorio, vale la pena aprire qualche riflessione critica. La prima, ineludibile, riguarda la fase storica che ci tocca vivere.

L’“antropocene” è e sarà sempre più segnata da eventi estremi come quello che ci ha investito la notte tra il 2 e il 3 novembre scorso. Non è una minaccia, è la constatazione di quanto sta avvenendo negli ultimi anni: 19 settembre 2014 (‘downburst’ Toscana centrale), 5 marzo 2015 (grecalata), 10 settembre 2017 (alluvione di Livorno), 29 ottobre 2018 (tempesta Vaia), 2 novembre 2023 (tempesta Ciaran). Sono solo gli ultimi eventi che un tempo avevano frequenze secolari e che oggi registriamo, con lugubre puntualità, nell’arco di un decennio.

Traduco in modo semplice. Questa sequenza non ci parla di maltempo. Ci descrive invece l’accelerazione esponenziale che ha avuto la crisi climatica negli ultimi anni. I mesi di ottobre e settembre 2023 sono stati i mesi autunnali più caldi di sempre. Periodi siccitosi lunghi e interminabili si alternano a precipitazioni concentrate nel tempo e nello spazio.

Secondo i dati del Lamma il 2 novembre 2023 a Pontedera sono caduti quasi 200 millimetri di pioggia in tre ore: quantità con tempi di ritorno ben oltre i 50 anni. A Pontedera è caduta in tre ore più acqua di quanta ne fa normalmente nell’intero mese di novembre. La stessa cosa è accaduta a Campi Bisenzio. Dal 1° gennaio al 10 novembre sono 28 gli eventi estremi che si sono succeduti nella sola Toscana, con un aumento di quasi il 30% rispetto al periodo omologo del 2022.

Dunque: che fare? Ci sono due leve fondamentali a nostra disposizione: l’adattamento e la mitigazione. Per questo, come Legambiente, chiediamo da tempo la definitiva approvazione e la messa in opera del “Piano nazionale di adattamento alla crisi climatica”. Compiti, finalità, quindi risorse adeguate all’urgenza degli obiettivi. Questo piano si deve occupare anche di resilienza dei nostri territori e, in questo senso, una legge nazionale (di cornice) contro il consumo di suolo ne sarebbe il più naturale e auspicabile dei complementi.

Ricordo, a puro titolo di cronaca, che la Toscana sarebbe già dotata della migliore legge regionale di governo del territorio del nostro Paese (la LR 65/2014), che al contrasto del consumo di suolo è ispirata fin dai suoi primissimi articoli fondativi. Peccato che in questi anni, nelle concertazioni e nelle sedute del Consiglio regionale, si è spesso fatto a gara a demolirla e a depotenziarla.

Sia chiaro: con la Cgil abbiamo denunciato questi attacchi. Sempre. In alcuni casi siamo riusciti a rintuzzarli, in altri no. Ed è deludente assistere oggi alle tante lacrime di coccodrillo, quando si poteva e si doveva fare molto di più per difendere quella legge. “In tempi di pace”, per così dire.

Oggi noi dobbiamo restituire spazio e respiro alla natura. Dobbiamo permettere agli alvei fluviali di riprendersi quel po’ di territorio che è stato rubato loro dall’ingordigia del modello economico lineare (estraggo-consumo-scarto). Ancora: dobbiamo cominciare a delocalizzare funzioni e comparti urbani che sono situati in aree a rischio idrogeologico insostenibile.

Dobbiamo infine educare i cittadini e, in particolare, le nuove generazioni a convivere con questo rischio, che è e sarà la nostra nuova normalità. Con esercitazioni efficaci e frequenti, che abituino le persone a mettere in atto comportamenti lucidi e consapevoli in caso di allerta. Tutte queste cose sono necessarie nel breve e medio periodo. Ma non sono sufficienti.

Invece di pensare a improbabili riproposizioni del “Piano Mattei”, bisognerebbe infatti chiedere al nostro governo di cominciare a occuparsi seriamente di mitigazione. In vista della prossima Cop28, incredibilmente ospitata dalla città che incarna la quintessenza del modello fossile (Dubai), noi dobbiamo pretendere un cronoprogramma trasparente delle azioni che il governo intende declinare per attuare la rivoluzione energetica che ci aspetta nell’orizzonte temporale 2030. Autoconsumo collettivo, comunità energetiche solidali, efficientamento del nostro patrimonio edilizio (pubblico e privato), e ancora diffusione capillare del modello energetico fondato sul mix di fonti rinnovabili. Fotovoltaico, solare termico, mini/idroelettrico, eolico, geotermico. Saranno poi le specificità del nostro territorio a suggerirci come dosare di luogo in luogo questo mix.

 

Il tempo di agire per decarbonizzare è adesso. La guerra è fossile, la pace è rinnovabile.

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