Cop26: da Glasgow una risposta inadeguata - di Simona Fabiani

Il 14 novembre si è conclusa a Glasgow la ventiseiesima conferenza Onu sui cambiamenti climatici. In piena emergenza climatica, che l’Organizzazione mondiale della sanità definisce la più grande minaccia alla salute umana dei nostri giorni, la decisione finale è inadeguata.

Non era semplice tenere insieme le esigenze dei Paesi occidentali con quelle di Paesi in via di sviluppo come Cina e India, e dei paesi più poveri e più vulnerabili di Africa, Asia, Pacifico e Caraibi, che hanno le minori responsabilità ma sono fra le maggiori vittime del cambiamento climatico. Ma non ci basta che il multilateralismo sia salvo perché c’è un testo finale condiviso, e che Usa e Cina abbiano emesso un comunicato congiunto in cui promettono di lavorare insieme sugli impegni dell’Accordo di Parigi.

La valutazione negativa della Cgil si basa sui contenuti del “Glasgow Climate Pact”, che sono assolutamente inadeguati rispetto all’impatto che il cambiamento climatico sta avendo già oggi sulla vita degli esseri umani. Il documento conclusivo riafferma l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5° C, riconoscendo che ciò ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico. Era già previsto nell’Accordo di Parigi del 2015. E senza impegni concreti sono solo parole.

Si prevede la revisione annuale degli impegni dei singoli Paesi di riduzione delle emissioni al 2030, a partire dal 2022, con un rafforzamento prima della Cop27: un passo importante, ma dovremo verificare quanto saranno ambiziose le risposte dei vari Paesi. Le attività umane hanno già causato un incremento della temperatura media globale di 1,1° C e gli impegni assunti finora dai vari Paesi porteranno ad un incremento medio di 2,4° C.

Si riconosce che per l’obiettivo di 1,5° C serve una rapida, profonda e prolungata riduzione delle emissioni globali di gas serra, una riduzione delle emissioni di Co2 del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010, e a zero netto intorno la metà del secolo. Ma l’affermazione si scontra con il fatto che gli attuali impegni portano a un incremento delle emissioni del 13,7% nel 2030 rispetto al 2010.

All’invito ad accelerare gli sforzi per una graduale riduzione dell’uso del carbone e ad eliminare gradualmente i sussidi inefficienti ai combustibili fossili, non corrisponde una data precisa per l’uscita dal carbone e dalle altre fonti fossili, né per il superamento dei sussidi.

Il documento prende atto delle crescenti esigenze dei Paesi in via di sviluppo per gli impatti del clima e per l’aumento del debito dovuto alla pandemia e che l’impegno, assunto nel 2009 dai Paesi sviluppati, di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 per sostenere quelli in via di sviluppo, non è stato rispettato. Ma non ci sono iniziative concrete per il pur necessario sostegno finanziario, tecnologico e di capacità a questi Paesi.

Nell’ambito della Cop26 il governo italiano non ha brillato per ambizione: non ha firmato l’accordo sui motori a benzina e diesel, ha sottoscritto senza impegni l’alleanza Boga (Beyond oil & gas alliance), e non ha partecipato alla conferenza stampa indetta da Germania, Spagna e altri cinque Paesi contro l’inserimento del nucleare nel regolamento per la tassonomia degli investimenti sostenibili dell’Unione europea.

Il governo italiano ha confermato la mancanza di visione per la transizione ecologica, sia sul versante sociale sia sul versante ambientale (aprendo anche all’ipotesi di un ritorno al nucleare), che rischia di farci perdere l’occasione straordinaria offerta dalle risorse europee per un cambiamento radicale e necessario di modello di sviluppo, basato su equità e benessere delle persone e del pianeta.

È finita la Cop26, ma non la lotta della Cgil per la giustizia climatica e sociale. Continueremo a portare avanti le nostre rivendicazioni, a partire dai contenuti della nostra “Piattaforma integrata per lo sviluppo sostenibile” e dei documenti unitari “Per un modello di sviluppo sostenibile” e “Piattaforma per la giusta transizione”, nei confronti con il governo e con gli enti locali, anche per l’utilizzo delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza e dei fondi di coesione 2021-2027, così come nella contrattazione di categoria a tutti i livelli.

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