Relazione introduttiva di Giacinto Botti

Care compagne, cari compagni, buona giornata

grazie di essere qui alla nostra assemblea nazionale. Un ringraziamento personale e collettivo al segretario generale, il compagno Maurizio Landini, che oggi è presente nonostante gli intensi impegni e dopo la significativa assemblea nazionale delle delegate e dei delegati di Bologna. Porterà a fine mattinata il suo prezioso contributo a questa nostra iniziativa che, lo sappiamo, si colloca in un momento particolarmente difficile e grave per il Paese, per la nostra rappresentanza sociale e per milioni di persone. Per chi ha pagato e sta pagando la crisi e le emergenze in atto da tempo, e le conseguenze di una folle guerra nel cuore dell’Europa che doveva e poteva essere evitata, e che oggi potrebbe essere fermata se ce ne fosse la volontà politica, se non prevalessero gli interessi e le tendenze belliciste dei potenti della terra. 

Questa assemblea precede di pochi giorni una tornata elettorale che potrebbe consegnare il Paese alla peggiore destra, e di poche settimane l’avvio del nostro congresso nazionale, con le assemblee nei luoghi di lavoro a partire dalla prima settimana di ottobre.   

Sarà una giornata significativa e impegnativa, un incontro di donne e uomini organizzati nell’aggregazione programmatica di sinistra sindacale “Lavoro Società per una Cgil unita e plurale”, di militanti generose e generosi, coerenti, leali e con forte senso di appartenenza e di responsabilità verso la Cgil e di lealtà verso il suo segretario generale, che abbiamo sostenuto con convinzione e impegno disinteressato nel precedente congresso.  

Personalmente posso dire che in questa assemblea ci sono compagne e compagni da cui ho imparato e avuto molto, da cui ho tratto la forza e la convinzione per ricoprire il ruolo di referente che mi è stato affidato, e posso affermare che qui ci sono persone libere e militanti generosi e leali, c’è una parte significativa e importante della storia della Cgil, una ricchezza propositiva fatta di saperi e di esperienze che la nostra organizzazione nel suo complesso dovrebbe maggiormente valorizzare e riconoscere. La Cgil, la nostra confederazione, per attraversare l’uragano che si sta abbattendo sul Paese e in Europa, per sostenere la nostra agenda sociale e le necessarie mobilitazioni, ha bisogno di tutte le iscritte e gli iscritti, di tutte le dirigenti e i dirigenti. Al compagno Maurizio posso sommessamente dire che di noi si può fidare.

Detto questo, confesso che non è stato facile scrivere questa introduzione per il susseguirsi tumultuoso degli avvenimenti che muta continuamente il quadro di riferimento. La Cgil ha molto elaborato, deciso e realizzato dal congresso a oggi e noi abbiamo prodotto decine di contributi, convegni nazionali, documenti e prese di posizione.  

La memoria serve a non dimenticare, come spesso ci capita, le cose che facciamo e conquistiamo, a dare continuità alle nostre scelte, perché è ancora troppo ampia la distanza tra quanto scriviamo e quanto coerentemente mettiamo in pratica. 

 

La democrazia è confronto e conflitto

Questa introduzione consegnerà una riflessione al confronto, senza sconti su ciò che penso rispetto alla situazione politica e sociale del Paese e alla deriva e all’arretramento etico e valoriale che ci accompagna da tempo, a partire dalle ragioni e dalle cause che stanno, probabilmente, consegnando il Paese alla destra più oscurantista, omofoba, familista, nazionalista e razzista. 

La democrazia è confronto e conflitto tra interessi, ceti, partiti e classi, e la Cgil è un soggetto di rappresentanza sociale con una robusta autonomia. Sappiamo che non ci sono scorciatoie demagogiche e populiste. Per far vincere la democrazia, l’uguaglianza, la civiltà, la giustizia sociale occorre una battaglia politica coerente, capace di reggere la sfida del futuro. 

La politica è smemorata, non ricorda i numeri, la realtà del Paese, i dati che vengono pubblicati per poi sparire subito dai giornali e dalla testa di chi dovrebbe intervenire per cambiare le cose. 

La pandemia ha insegnato poco o nulla, e i problemi si stanno ripresentando con la solita gravità. Ci sono numeri che indicano la qualità e il livello di civiltà di un paese, mi riferisco alle oltre 1200 morti ufficiali sul lavoro del 2021, alle 116 donne vittime di femminicidio, agli oltre 2000 migranti, donne, uomini, bambini affogati nel Mediterraneo o morti di freddo e di stenti nei lunghi percorsi di fuga dai loro paesi. Vere stragi, omicidi a cui non possiamo abituarci. Il femminicidio, la violenza degli uomini sulle donne, un’emergenza che chiama in causa prima di tutto gli uomini e una cultura patriarcale di pretesa di possesso su una donna.   

La strage sul lavoro, morti non bianche ma rosse di vergogna, per cupidigia, avidità, per irresponsabilità e mancanza di umanità di troppi imprenditori, padroni che si sentono proprietari della vita e della dignità delle persone. Per mancanza di controlli, di prevenzione e per leggi sbagliate come il Jobs act che hanno lasciato mano libera e tolto le minime garanzie ai lavoratori per organizzarsi. Non abbiamo mai sentito il presidente di Confindustria, di un’associazione imprenditoriale vergognarsi o almeno richiamare questa piaga sociale. 

Come dimenticare il volto di Luana D’Orazio, della giovane operaia e mamma ventiduenne che lavorava in una piccola industria tessile di Prato, straziata da una macchina industriale, l’orditoio, alla quale era stata disinnescata la misura di sicurezza. E la retorica, l’indignazione di quei giorni dei politici, degli amministratori, dei commentatori, insopportabili di fronte alla loro inerzia.      

Sono morti senza voce né speranza. 

La criminalizzazione dei migranti, braccia da sfruttare, persone da nascondere, le politiche nazionaliste, razziste, di respingimento. Nell’era dei satelliti, delle tecnologie sofisticate, si lasciano morire di stenti migliaia di persone senza volto e identità, senza una sepoltura o un luogo dove i loro cari possano piangerli. Quanta crudeltà e ipocrisia. Una crisi umanitaria, una violazione dei diritti umani che testimonia del degrado, dell’inciviltà dell’Europa e del nostro paese.

Abbiamo davanti l’immagine dolorosa di Loujin, la bambina di quattro anni lasciata morire di sete su un barcone proveniente dalla costa libanese abbandonato alla deriva per giorni. È la conseguenza dell’accordo tra il Libano e Cipro sui respingimenti. 

Lo stesso accordo economico-militare sottoscritto dall’Italia con la Libia che porta la firma del ministro Minniti. Obiettivo è far fare il lavoro sporco a un regime che imprigiona, tortura, uccide i migranti nei lager libici.  Quell’accordo è stato reiterato dal governo Draghi nonostante le proteste delle associazioni umanitarie e del movimento pacifista e antirazzista. 

Alla mamma, alla cristiana Giorgia chiediamo cosa prova dinanzi a tanta disumanità. 

 

Un Paese diseguale

I dati Istat e Censis sono allarmanti, fotografano un paese diseguale, rancoroso, con una sofferenza diffusa. Un paese dove il numero dei cittadini che non lavora supera quello di chi lavora, che invecchia con un significativo calo demografico e perde competitività. Le ragioni vanno ricercate nelle condizioni materiali in cui vivono le giovani coppie, le famiglie con redditi bassi, il lavoro precario e il salario misero; non è un caso che al Sud e nei territori più poveri, dove mancano strutture pubbliche, asili e protezioni lavorative e sociali adeguate per le madri e i padri, crollino le nascite. I dati che la politica non vede sono impietosi: 18 milioni di persone a rischio esclusione, 9 in povertà relativa e 5 in povertà assoluta. Ben 10 milioni hanno difficoltà a farsi curare, 4 sono i milioni di lavoratori poveri, 1 milione di minori vive nell’indigenza. Questi i frutti velenosi di oltre vent’anni di politiche liberiste, tagli sociali, fiscalità regressiva, nessuna riforma innovativa di welfare, attacco al sistema pensionistico pubblico, precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei beni pubblici, mancati investimenti pubblici e privati. Aumento delle diseguaglianze e darwinismo sociale, criminalizzazione della solidarietà, della diversità, dell’immigrato e delegittimazione della rappresentanza sociale. 

Noi abbiamo il diritto di non dimenticare e il dovere di ricordare.

Non abbiamo il dovere del politicamente corretto, ma del politicamente coerente, e il diritto di approfondire il perché siamo uno dei paesi più ricchi con una diseguaglianza di ceto, di genere e di generazione tra le più vistose, perché tra i paesi industrializzati abbiamo i salari più bassi e l’orario più lungo, perché andiamo in pensione più tardi e abbiamo pensioni al limite della sussistenza, perché sono così diffusi il lavoro nero e schiavizzato e la precarietà di vita e di lavoro soprattutto tra i giovani, perché grandi ricchezze sono accumulate nelle mani di pochi e l’evasione e l’elusione fiscale sono così socialmente devastanti. Perché abbiamo una spesa sociale per la scuola e la sanità pubblica tra le più basse, perché il nostro sistema sanitario nazionale è stato abbandonato e svilito, privilegiando quello privato. Perché il nostro tessuto industriale perde sul terreno dell’innovazione e della ricerca, perché si sono privatizzati i settori strategici e i beni pubblici. Perché siamo il paese con più morti sul lavoro e con più malattie professionali. 

L’Italia di oggi non è una casualità, è il prodotto di decenni di politiche consociative sbagliate, di scelte liberiste e classiste, di depauperamento del territorio, delle risorse disperse e dello svilimento dei saperi, dell’erosione dei diritti civili e sociali, di abbandono del lavoro e del suo valore, della centralità del mercato e del profitto. Il Paese dove la Costituzione antifascista è stata svuotata, vilipesa e inapplicata tanto dai governi di centrodestra quanto da quelli di centrosinistra, dai governi “tecnici”, di larghe intese e da questo ultimo, dimissionario per scelta e non per obbligo: il governo dei “migliori” con l’uomo solo al comando.

Allora noi che non ci rassegniamo a consegnare il Paese alla destra diciamo che la vittoria o la sconfitta elettorale non si determinano in una campagna elettorale breve, vuota, personalizzata, fatta su promesse irrealizzabili e spot pubblicitari, ma sono il risultato di scelte economiche e sociali fatte, delle classi di riferimento e degli interessi sostenuti, delle coerenze dimostrate. Le persone, i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori, i pensionati, molti disillusi e dimenticati, da elettori non dimenticano.

L’egemonia del pensiero liberista ci ha sovrastati, la sinistra l’ha assorbita e fatta propria. Si è perso sul campo culturale e valoriale, si sono perse identità e forza, si sono abbandonati i riferimenti storici, il mondo del lavoro e il proletariato diffuso.  

 

Votare per la Costituzione antifascista

Andremo a votare sapendo che il meno peggio non ci appartiene, rifuggendo dalla protesta di un solo giorno dell’astensione e avendo come pregiudiziale l’antifascismo e come discriminate la guerra. Il nostro faro è la Costituzione e il nostro riferimento l’agenda sociale della Cgil. 

L’astensione, con l’infausta legge elettorale vigente, quel “Rosatellum” anticostituzionale oggi rimasto sorprendentemente senza padri, e con il taglio antipolitico e qualunquistico dei parlamentari, premierà solo la destra. Noi ci siamo battuti a suo tempo organizzando un confronto pubblico contro il taglio della democrazia parlamentare, dichiarando ufficialmente, in solitudine e non ascoltati, il nostro voto contrario al referendum del 20 e 21 settembre 2020 per la sua pericolosità, per difendere la Costituzione, la rappresentanza e la partecipazione democratica. Ricordiamo il fronte progressista a sostegno di quel referendum, per questo facciamo fatica a capire chi si accorge solo oggi del suo concreto significato. E non è accettabile che la politica non sia riuscita ad approvare una nuova legge elettorale democratica, proporzionale e di garanzia che sanasse almeno in parte lo scardinamento dell’ordinamento della Repubblica. La stessa Cgil, nel documento del direttivo nazionale, denunciava i pericoli del taglio e la necessità di avere una nuova legge elettorale. Le forze democratiche di governo del presidente Draghi non hanno avuto la sensibilità istituzionale, la determinazione per sanare la ferita inferta. Una mancanza imperdonabile, anche perché già la Corte costituzionale aveva dichiarato non legittima una legge elettorale che “priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti”. Una legge che fu votata da tutti i parlamentari del Pd di Renzi. E non è politicamente accettabile né responsabile verso il Paese dire “io non c’ero”.

Dopo il 25 settembre non staremo in disparte, non ci ritireremo dalla vita sociale e politica. Non lasceremo, dopo il voto, il vuoto. Siamo uomini e donne della Cgil.  E l’8 ottobre saremo a Roma, in piazza, a manifestare a un anno dall’assalto fascista alla nostra sede, a ribadire, rimarcare che dalla crisi noi vogliamo uscire da sinistra, con un altro progetto di sviluppo e un’idea forte di società, più giusta ed egualitaria. Abbiamo le nostre piattaforme, le nostre elaborazioni, e abbiamo un congresso che si articolerà per noi su un documento “Il lavoro crea futuro” al quale abbiamo dato il nostro contributo con emendamenti finalizzati a dargli più concretezza e su alcuni temi per noi centrali, a partire dalla guerra. Sosteniamo con coerenza quel documento nel quale ci riconosciamo e pensiamo che, attraverso e dopo la consultazione delle iscritte e degli iscritti, dovrà essere aggiornato, rafforzato rispetto ai cambiamenti politici e sociali che si determineranno, alle conseguenze della recessione e della guerra e alle analisi sulla situazione geopolitica internazionale ed europea.  

Noi siamo cittadini informati, elettori consapevoli non da convincere con richiami sul voto utile contro le pericolose destre. Nessun partito ha le carte in regola per tirare la giacchetta alla Cgil, per chiederci di entrare come organizzazione direttamente nella competizione elettorale. Da decenni abbiamo superato le componenti e si è rotta la cinghia di trasmissione con i partiti di riferimento storico. La Cgil non è affatto indifferente né equidistante, ha valori radicati e un’identità precisa che non ha smarrito.

 

La Cgil plurale e democratica

La Cgil è un’organizzazione di massa, plurale e democratica, non è fuori dalla campagna elettorale, ma non è un partito che deve conquistarsi dei voti; è una forza sociale che deve aumentare la sua rappresentanza e migliorare il suo insediamento nei luoghi di lavoro, tra i pensionati, i giovani, le donne, nel territorio. La Cgil era ed è in campo con la sua autonomia, di pensiero e di azione, con la sua rappresentanza, i suoi progetti, le sue proposte e i suoi giudizi rispetto al merito e alle azioni dei governi e non alla loro composizione. 

Il 23 marzo del 2002 a Roma, al Circo Massimo, la Cgil ha realizzato la più grande manifestazione del dopoguerra contro le politiche antisociali e anticostituzionali del governo; eravamo tre milioni di persone, cittadini, lavoratrici e lavoratori, pensionati e giovani: un popolo, il nostro popolo. Difendevamo la democrazia, i diritti sociali e civili, il lavoro e la nostra Costituzione. Difendevamo lo Statuto dei lavoratori e con esso il pilastro del diritto rappresentato dall’articolo 18. Quell’articolo 18 che è stato scippato non dalla destra ma dal governo Renzi che, approvando il Jobs act, ha ampliato la precarietà, i demansionamenti e favorito l’impresa mettendo in un angolo il sindacato confederale. Non lo abbiamo dimenticato. Non lo hanno dimenticato i lavoratori, come non abbiamo dimenticato la politica finanziaria del governo Monti e l’approvazione di quella infausta legge Fornero che chiediamo di archiviare perché iniqua e ingiusta. 

In sostanza la nostra agenda sociale e politica è questa, quella della Cgil e non quella liberista, mercantile e classista di Draghi che piace alle lobby finanziarie e ai fabbricanti di armi, alle platee selettive del Forum di Cernobbio e del Meeting di Rimini.

A ognuno il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Non è la Cgil che deve ricercare il voto degli operai, di chi vive di pensione e ai margini della società, nelle periferie dimenticate, di chi è stato lasciato senza diritti, speranze e garanzie sociali. Le forze progressiste e di sinistra vadano, si interroghino sul perché dell’astensione o di un voto di protesta di strati popolari che guardano a una destra che non migliorerà di certo le loro condizioni sociali. Noi non siamo per l’antipolitica e contrastiamo qualunquismo e corporativismo, siamo per la buona politica della quale sentiamo una grande mancanza, vorremmo partiti di massa che abbiano al centro il lavoro e non il mercato, che rappresentino la parte migliore del Paese, che applichino la Costituzione e non ricalchino le scelte della destra finanziaria e lobbistica. 

Mentre si lanciano allarmi sul pericolo fascista e sulle scelte del prossimo governo, è lo stesso Draghi che al meeting di CL ha dichiarato che “il prossimo governo ce la farà, qualunque sia il suo colore politico”. Il banchiere Draghi non ha messo in allarme il mondo occidentale sulla pericolosità del governo di destra, anzi, ha convenuto non solo che la sua agenda economica liberista, il suo filo atlantismo, la sua politica bellicista prona agli Usa non sarà cambiata, ma ha dato consigli e avanzato proposte persino sul nome di alcuni futuri ministri. La destra ha radici profonde nella società italiana perché il Paese non ha mai fatto i conti con il ventennio. E perché la lotta contro ciò che di male il fascismo esprime e rappresenta si è allentata nella società. Non è un caso che lo stesso Draghi abbia messo nel cassetto la petizione popolare firmata da migliaia di cittadini, sostenuta dall’Anpi, dalla Cgil e da tante associazioni democratiche, che chiedeva di far rispettare la Costituzione mettendo fuorilegge le associazioni, i gruppi nazi fascisti che da anni fanno scorrerie nel nostro paese, manifestano negli stadi, nelle piazze, esaltando e propagandando il fascismo. E assaltando liberamente con sicura copertura la nostra sede, devastandola.

Non invochiamo qualcuno che agisca e decida per noi. In una democrazia sana non c’è bisogno di un potere autocratico, dell’uomo solo al comando, del salvatore della patria. Non solo non ci piace l’agenda Draghi, ma non ci piacciono neppure i suoi metodi e il suo pensiero. 

Quando le azioni parlano, le parole non contano.

Abbiamo partecipato attivamente a respingere le riforme costituzionali di questi anni che stravolgevano l’assetto costituzionale, cambiavano la natura della nostra Repubblica parlamentare per lasciare spazio a un presidenzialismo strisciante con lo svuotamento del Parlamento. La Cgil, nei suoi organismi dirigenti, ha scelto il 25 e 26 giugno 2006 di entrare in campo facendo campagna referendaria contro la controriforma costituzionale voluta dal centrodestra e da un Presidente del Consiglio pluricondannato e maschilista ossessivo che definiva la Costituzione “bolscevica” e si ispirava al programma piduista di Gelli, riabilitato dalla politica e candidato alla presidenza della Repubblica. 

La Cgil si è spesa per difendere la Costituzione e l’assetto democratico istituzionale anche in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma Renzi-Boschi dando indicazione di voto NO. Quella riforma, per fortuna bocciata dal popolo italiano come quella di Berlusconi, era all’insegna di quel presidenzialismo, una pericolosa deriva democratica e obiettivo della destra. Quella riforma voluta dal partito di Renzi. 

Noi, come Lavoro Società, il 4 ottobre 2016 organizzammo il primo confronto pubblico a Milano presso la Camera del Lavoro per indicare ufficialmente il nostro “NO di buone ragioni”. Ricordo il salone strapieno dove aprimmo, di fatto, la campagna referendaria della Cgil alla presenza del segretario nazionale Danilo Barbi e di illustri ospiti, tra i quali il professor Carlo Smuraglia, che ricordiamo con affetto, e una donna straordinaria, una costituzionalista di assoluta grandezza scomparsa da poche settimane nell’indifferenza di troppi, la professoressa Lorenza Carlassare, alla quale va il nostro sentito riconoscimento. Troverete un ricordo della sua figura nelle pagine del nostro periodico, Sinistra sindacale. 

La stessa riforma del Titolo V del 7 ottobre 2001, voluta dal centrosinistra, fu nefasta. Passò nell’indifferenza e con la partecipazione al voto del 34%. Fu la risposta sbagliata alla pressione della Lega secessionista. La riforma ha ridisegnato e ripartito le competenze tra Stato, Regioni ed enti locali, riconoscendo la potestà legislativa esclusiva e concorrente con quella dello Stato delle Regioni. Iniziò così l’ubriacatura dei presidenti divenuti governatori. Il principio di sussidiarietà, fonte di profitto per molte associazioni private vicine a Comunione e Liberazione, ha aperto una breccia nella tenuta unitaria del Paese, accelerando la privatizzazione del sistema sanitario pubblico. L’autonomia differenziata, in tutte le sue articolazioni, è al centro del programma della destra; noi l’abbiamo contrastata in solitudine anche nel voto referendario consultivo che si è tenuto nelle regioni del Nord, con Presidenti di destra e di sinistra.

La Carta costituzionale, la sua natura antifascista non va richiamata solo in campagna elettorale, occorre difenderla, applicarla ogni giorno in una lotta costante e coerente. Così non è stato in questi decenni sia per i governi e i partiti di centrodestra che purtroppo anche per quelli di centrosinistra. 

La Carta per la Cgil, per noi, noi, è faro, il nostro riferimento sociale, etico, politico e culturale. “La Cgil - recita così il suo Statuto - basa i propri programmi e le proprie azioni sui dettati della Costituzione della Repubblica e ne propugna la piena attuazione”. 

La Costituzione è la nostra “Magna Carta”, definita progressiva perché contiene un programma di trasformazione dei rapporti sociali e di classe che si realizza con le leggi attuative conquistate dentro ai processi sociali, nel conflitto partecipato, essenza e motore del cambiamento e della democrazia stessa. L’abbiamo difesa con le mobilitazioni in ogni fase storica da ogni attacco reazionario, piduista e fascista, lo abbiamo fatto per noi e per le future generazioni, per onore e rispetto verso chi si è fatto ammazzare per conquistarla, dai tanti partigiani a dirigenti sindacali e politici come Placido Rizzotto e Pio La Torre, a magistrati come Borsellino e Falcone, a cittadini e militanti come Peppino Impastato.

Molto viene rimosso in questa campagna elettorale, il contrasto alle mafie, alla criminalità organizzata, alla corruzione è sparito dall’agenda Draghi come dai programmi dei partiti. La questione morale, posta con forza dal segretario del Pci Enrico Berlinguer, non trova più spazio e peso etico nell’agire politico di oggi.

Dopo il risultato elettorale si rischia di avere una “dittatura della maggioranza” in un Parlamento svuotato e poco rappresentativo della realtà politica e sociale di un Paese in cui peraltro l’astensione è ormai il partito maggioritario. A noi non è mai piaciuto il modello di democrazia nel quale pochi finiscono per contare e decidere per tutti. Questa perdita di credibilità della politica e delle istituzioni democratiche non viene presa in considerazione, e la progressiva desertificazione della democrazia partecipata, l’astensione diffusa in particolare tra i ceti popolari, non interessa ai partiti se non secondo convenienza.

 

Fermare la guerra, fermare le guerre

Siamo consapevolmente preoccupati della situazione in cui ci troviamo, della crisi di sistema e delle emergenze ambientali, sanitarie, economiche e sociali che ci troveremo ad affrontare come Cgil e movimento sindacale nei prossimi mesi. 

La guerra, per quanto rimossa e dimenticata, sta producendo orrori e distruzione, razionamenti e chiusure di attività, impoverimento generale, e sta assumendo dimensioni e intensità talmente preoccupanti che solo degli idioti senza cervello possono pensare che si possa concludere sul campo. 

E non si manifesta la benché minima volontà politica di fermarla con l’azione diplomatica, con una capacità di interlocuzione e di proposta che non si riduca all’essere tifosi. Non si muove nulla in quella direzione, mentre si procede imperterriti sulla strada bellicista indicata dai signori della guerra, dell’invio di armi e delle politiche sanzionatorie che colpiranno pesantemente tutti, ma soprattutto la parte più fragile del nostro Paese.

Si rispetti l’articolo 11 della Costituzione! 

Non abbiamo bisogno di ribadire che sappiamo chi è l’aggressore e chi l’aggredito, ma siamo persone pensanti e non omologabili, che non metteranno mai l’elmetto in questa guerra per procura e di scontro tra potenze. Lo abbiamo detto e ribadito con la forza dell’analisi e della proposta nella nostra assemblea nazionale “Partigiane e partigiani di Pace contro la guerra, contro il riarmo” in Camera del lavoro a Milano il 6 giugno, e in quella significativa di Bari del 14 aprile presso l’università. Il pensiero unico del conflitto fino alla vittoria è mortale in primis per lo Stato ucraino e per la sua popolazione martoriata. La guerra, la corsa al riarmo inquinerà ancor di più il pianeta a rischio di collasso e affamerà interi popoli

La sproporzione abissale tra forze militari russe e ucraine può essere riequilibrata non inviando armi a una popolazione stremata ma solo con una terza guerra mondiale e l’utilizzo delle bombe atomiche. Allora non ci sarà la fatidica vittoria agognata, ma solo la distruzione della civiltà umana. 

La disinformazione di guerra banalizza e rimuove i processi geopolitici in atto. In questa campagna elettorale assistiamo sgomenti alla miserevole afonia sulla guerra e sulla primaria necessità di fermarla. Si rimuove come si rimuovono le emergenze, il vivere e la condizione materiale delle persone. I partiti italiani di governo, di destra e progressisti, hanno il pensiero mortifero della vittoria: una necropolitica che manda al macello giovani militari, popolazioni inermi e che risponde alle lobby delle armi, agli interessi Usa a discapito di quelli europei. 

La guerra non è un destino irreversibile, non è accettabile questa deriva umana che procura dolore, sofferenza ansia a persone che amano la vita e vogliono la pace, una retorica bellicista fascistoide, impregnata dell’ideologia del sacrificio per la patria e della figura dell’eroe nazionale. Non a caso la fascista Meloni ha già dichiarato la sua assoluta fedeltà filo atlantista con il mantenimento dell’invio delle armi e l’aumento delle spese militari. 

“Ci siamo appropriate della cultura antifascista semplicemente perché eravamo state educate a riflettere criticamente su ogni cosa, ad amare la libertà e ad avversare ogni forma di violenza, soprattutto la guerra”. Questo è il lascito di Carla Capponi, capitano della Resistenza romana, medaglia d’oro al valor militare. Il contributo delle donne nella lotta al nazifascismo non venne mai riconosciuto come avrebbe meritato. Sappiamo la differenza tra destra e sinistra, difendiamo la Resistenza e la storia antifascista, ma non dimentichiamo la risoluzione del Parlamento europeo del 19/09/2019 che sostanzialmente equiparava il nazismo al comunismo sulla base di una versione revisionista della storia dell’Europa, un insulto al popolo russo che ha pagato con ben 25 milioni di morti la resistenza all’oppressore nazista e fascista. Non dimentichiamo che la risoluzione fu votata dai parlamentari italiani del fronte progressista, con la contrarietà motivata dell’allora Presidente del Parlamento, il compianto David Sassoli.

In questo, come in altro, si deve distinguere la destra e la sinistra, il nero e il rosso. Quel rosso che cromaticamente è il colore primario, storicamente colore del riscatto e della lotta del proletariato che noi manteniamo vivo nei nostri valori, che tinge le nostre bandiere e risalta e riempie il quadrato del nostro simbolo. Anche i simboli contano. 

L’Europa senza la Russia non esiste, e le sanzioni in atto non hanno l’effetto sperato di chi pensava di mettere in ginocchio la sua economia, la sua forza imperiale e il suo sistema autoritario. La Russia non è isolata a livello globale e sta già costruendo mercati e canali dove piazzare le sue risorse energetiche e le sue materie prime. E ieri e oggi, mentre siamo qui, è riunito il vertice dell’organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la cosiddetta Sco. Oltre al nucleo base, Cina e Russia, anche India, Pakistan, Iran, Kazakhistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan. Cioè stati che rappresentano miliardi di persone e un’economia, quella cinese, più grande di quella degli Usa. 

Il mondo globale e bipolare come lo abbiamo conosciuto sta scomparendo: prima ne prendiamo atto e prima costruiamo un mondo multipolare, fondato sul rispetto e la solidarietà tra popoli e civiltà, l’interscambio e la ricerca del bene comune globale. 

L’Italia dovrebbe guardare oltre il proprio recinto, smetterla di pensare che l’Occidente sia un modello di civiltà, con un’economia al centro del mondo e una moneta, il dollaro, a farla da padrone. Costruiamo l’Europa dei popoli e sociale con un ruolo e un’identità che non sia quella attuale, finanziaria, tecnocratica e priva di prospettiva, succube degli Usa e della Nato.

 

Prima di tutto la Pace

L’Europa pagherà il prezzo più alto di questo scontro tra potenze, gli stati dipendenti per il gas e le materie prime subiranno conseguenze non governabili con pannicelli caldi e qualche intervento calmierante rispetto alla recessione e all’inflazione galoppanti. L’euro è, non a caso, al minimo massimo rispetto al dollaro. La guerra, se continuerà e assumerà una dimensione globale, si farà sul suolo europeo. L’Europa non deve spegnere la luce ma spegnere la guerra. Allora chiediamo ai segretari di partito, alla politica bellicista: dove ci state portando? In quale inferno ci state cacciando? Cosa sapete dei paesi che dovrebbero fornirci il gas in sostituzione di quello russo, dell’Angola, del Mozambico e dell’Algeria. E della guerra civile che si sta combattendo in Libia e che porterebbe conseguenze non prevedibili per noi e per l’Europa, destabilizzando ulteriormente il Mediterraneo?  

Prima di tutto la Pace. Trovare una soluzione diplomatica per la guerra in Ucraina, fermare l’invio delle armi, ridurre le spese militari e riconvertire le fabbriche di armi. Basta con palliativi, interventi tampone e razionamenti demagogici. Occorre un radicale cambiamento con politiche strutturali e scelte lungimiranti, alzando lo sguardo sui fallimenti delle politiche liberiste che mettono al centro il mercato e l’impresa, e scaricano i costi della crisi sul mondo del lavoro e sulla parte più debole della società. 

Intervenire subito sulla speculazione finanziaria sull’energia con misure di nazionalizzazione delle aziende del settore. Ripubblicizzare i servizi pubblici locali, beni comuni e monopoli naturali. Trasporto pubblico collettivo, preferibilmente su ferro. Scostamento di bilancio per far fronte al caro vita, insostenibile per le classi popolari e lavoratrici. Rilancio delle energie rinnovabili in tutte le loro forme, eolico, solare, geotermico, idroelettrico, da maree, stop all’utilizzo devastante per l’ambiente di gas liquido, carbone e nucleare.

Lotta per l’aumento dei salari che non passi solo dalla leva fiscale ma dagli aumenti contrattuali, lotta alle rendite immobiliari e finanziarie. Rilancio e rafforzamento del reddito di cittadinanza, reso universale e sganciato dall’uso improprio legato alle politiche attive del lavoro. Legge sulla rappresentanza e ripristino dell’articolo 18 esteso alle aziende con più di 5 dipendenti. Abrogazione delle norme contenute nel Jobs act che hanno devastato il mondo del lavoro assieme ai diritti e al potere stesso dei lavoratori. Rilancio del sistema industriale e manifatturiero all’interno di una riconversione ecologica che riduca i fabbisogni di energia e di materia prima, rilanciando il mercato interno in modo da poter effettuare un’efficace e innovativa programmazione industriale. Ruolo centrale del sistema pubblico, scolastico e sanitario e dei suoi dipendenti da aumentare e da riconoscere. In 40 anni il liberismo, con i suoi tecnocrati e sacerdoti del pensiero unico, ha determinato scelte e assunto poteri propri della politica. Ha deciso le sorti dei paesi e dei popoli e determinato ricchezza e povertà. È la concentrazione della ricchezza e la sua mancata distribuzione a produrre impoverimento e diseguaglianze per milioni di persone. Continuare a sviluppare, generare diseguaglianze è fattore distruttivo della civiltà umana e dello stesso ambiente.

Basta con il silenzio, la rimozione verso l’allarme di tanti scienziati, delle nazioni unite sul pianeta malato che sta continuando a riscaldarsi per mano dell’uomo e a causa di un sistema fondato sullo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e l’utilizzo dei fossili. Ci dicono che se non si interverrà entro i prossimi dieci anni sulle emissioni di Co2, l’emergenza climatica si trasformerà in sanitaria e sociale, con desertificazioni e alluvioni. Le temperature alte e la scarsità di acqua non insegnano nulla a questi politicanti. 

 

Cambiare modello di sviluppo

Se non interveniamo sul modello distorto di sviluppo e di consumo in Italia, in Europa e a livello globale avremo povertà e miseria, e le immigrazioni per fame e disperazione saranno bibliche, inarrestabili, non basterà chiudere i porti, respingere la povera gente o creare una cortina di ferro. 

Un ministro incapace, che ha affossato qualsiasi idea di transizione ecologica, energetica e ambientale, oggi pensa al razionamento come risposta alla guerra, dettando un decalogo comportamentale per ridurre i consumi familiari e personali inutile e umiliante, persino classista come ogni politica di austerity. Queste raccomandazioni, queste scelte impositive come l’aumento delle bollette e dei generi alimentari hanno un forte impatto per la popolazione più povera. Non siamo solo in presenza di una crisi petrolifera ma di tutto il sistema energetico. Siamo nel libero mercato, i prezzi non vengono calmierati dagli Stati ma si determinano nel rapporto tra la domanda e l’offerta. I governi europei hanno perso da tempo il controllo diretto dei prezzi, degli investimenti e della pianificazione energetica che determinavano negli anni Settanta. Allora diciamo che oltre che fermare la guerra e avviare programmi che non prevedano l’utilizzo di risorse fossili, l’apertura di centrali a carbone e nuove trivellazioni nel Mediterraneo, se si vuol culturalmente far cambiare lo stile di vita consumistico privilegiando la dimensione del cittadino rispetto a quella del consumatore, se si vuole risparmiare energia, sarebbe utile seguire la proposta della nostra categoria Filcams: si chiudano i centri commerciali e i supermercati alla domenica.

La Cgil è stata protagonista e partecipe in massa nelle piazze in difesa della Costituzione, per il lavoro, per la dignità delle persone, per la difesa del pianeta contro le discriminazioni, la paura, la disumanità, la xenofobia, l’omofobia e il sessismo.

Eravamo in piazza anche a Verona contro la destra integralista, il revanscismo patriarcale, l’attacco alla legge 194, le discriminazioni contro le donne e le persone Lgbtq. I diritti delle donne sono la prima linea dei diritti civili e sociali, sono la misura di ogni democrazia; non sono mai acquisiti per sempre ma conquiste da difendere. Per dirla con Gino Strada “i diritti fondamentali o sono di tutte e di tutti o sono privilegi”.

Infine, “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” diceva Seneca. Noi sappiamo dove andare; il nostro faro è la Costituzione, la nostra agenda quella politico-sociale della Cgil, il nostro riferimento il mondo del lavoro, la parte di popolo meno abbiente sulla quale viene scaricato il peso della crisi. Noi vogliamo continuare ad andare in direzione ostinata e contraria. Come aggregazione di sinistra di una Cgil plurale continueremo, con senso di appartenenza e responsabilità, a dare il nostro contributo all’elaborazione di analisi, alla linea politico-sindacale e alle iniziative di lotta e mobilitazione necessarie della nostra Organizzazione. 

“Il bene comune” è concretezza, per noi esprime diritti fondamentali sociali e civili, il diritto alla vita e alla cura, il diritto all’acqua e al pane, all’istruzione e alla conoscenza. Il diritto al buon lavoro.

La prima forma di bene comune che gli esseri umani conoscono è la relazione, lo stare insieme, il pensare insieme, l’agire insieme. 

Per questo considero bene comune anche la nostra Cgil.

Grazie, per l’attenzione. Buon lavoro l

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