Lavoro e beni pubblici - Comunicazione di Giovanna Lo Zopone Segreteria Fp Cgil Toscana

La Pubblica Amministrazione e tutti i servizi pubblici a partire dalla fine degli anni ‘90 sono stati gradualmente ed inesorabilmente impoveriti. La cosiddetta stagione delle esternalizzazioni e privatizzazioni inizia da lì. 

Ma cosa ci ha insegnato la pandemia? Che senza pubblico e senza protezione sociale siamo tutti più poveri.

Quando tutto questo incubo sarà finito, ma già da ora, dobbiamo ricominciare a ricostruire sulle macerie che il virus ha provocato. La nostra “rete pubblica” ha retto anche nel momento in cui la “rete familiare”, che per anni ha supplito ai tagli al welfare, non è riuscita ad intervenire, banalmente per le misure di contenimento. Forse è il caso di ripartire da lì, dall’idea che il servizio pubblico è un bene comune e come tale fondamentale, per preservarlo bisogna innovarlo e alimentarlo, farlo crescere e strutturare. 

Del resto la creazione della categoria, della Funzione Pubblica viene da una scelta della Cgil, ma soprattutto da un’intuizione di Luciano Lama e dalla convinzione che proprio dopo le grandi conquiste dei diritti di cittadinanza degli anni ‘70, fosse necessario creare una categoria che si occupasse di chi questi diritti li rende esigibili. Le lavoratrici ed i lavoratori del Pubblico Impiego.

Ed è proprio per questo che la Funzione Pubblica Cgil da anni chiede un grande piano straordinario di assunzioni. Perché la fine della gradualità è arrivata, anni di blocchi delle assunzioni e di tagli e privatizzazioni hanno messo in serio pericolo la esigibilità dei diritti di cittadinanza. 

Lo abbiamo visto: la gestione della pandemia ha funzionato meglio laddove c’era la Sanità Pubblica e universalistica, quella che, nonostante i tagli, aveva investito sulle risorse territoriali di prossimità e sulla buona comunicazione riguardo ai comportamenti individuali e collettivi. 

È necessario assumere tra 800mila ad 1 milione e 200mila lavoratori pubblici, ci vorrebbe una nuova Legge 285, quella che alla fine degli anni ‘70 permise di assumere tanti giovani nella Pubblica Amministrazione, che ora sono andati tutti in pensione. 

La FP e la Cgil, lo dicono da mesi: il Pnrr rappresenta un’occasione importante di spesa per investimenti ma se il governo non aumenta la spesa corrente, cioè di bilancio, le risorse stanziate difficilmente saranno spese e diventeranno un grosso affare per le speculazioni private piuttosto che di implementazione dei servizi pubblici, ovvero le infrastrutture sociali ed economiche fondamentali per lo sviluppo. Da tempo diciamo esattamente ciò che sta diventando evidente in queste ore: puoi costruire ospedali e asili nido con i fondi del Pnrr, ma per assumere il personale e per attivare i servizi devi avere un piano straordinario di assunzioni, che siano mirate, per profili professionali, coerenti con la programmazione del Piano, finanziato però con risorse del bilancio dello Stato.

Non è accettabile che, di fronte all’inflazione che cresce e a una crisi economica che rischia di determinare un’emergenza sociale e per il sistema produttivo, si decida da un lato di spendere 13 miliardi in più per le spese militari e non, al contrario, di garantire le risorse alle Regioni per coprire le spese Covid, quelle indispensabili per i contratti di chi nella pandemia ci ha letteralmente salvato la vita, e per le assunzioni nei settori pubblici, che rappresenterebbero non solo una risposta per migliorare la qualità della vita e del benessere per le persone, ma anche uno stimolo immediato all’occupazione e all’economia. Un’economia ad oggi basata in gran parte sulle rendite finanziarie. Di fatto, fino ad ora, le assunzioni messe a bando sono poche decine di migliaia di fronte al fatto che da qui al 2026, anno di realizzazione del Pnrr, ci sarà un vero e proprio esodo: dal Conto annuale, infatti, al 2019 erano 645.266 i dipendenti tra 55-59 anni, 430.540 tra 60-64 anni e 85.212 oltre i 65 anni. Le assunzioni previste, quindi, tra Stato, sanità ed enti locali, saranno a mala pena sufficienti a coprire i pensionamenti, se non c’è un piano straordinario con risorse proprie. 

Tutto ciò di cui si discute è incerto, abbiamo le emergenze nei Pronto soccorso, dove il personale è al collasso, e nei territori dove rischiamo la desertificazione del settore pubblico. 

In particolare migliaia di Comuni e tanti uffici dello Stato sul territorio, che hanno 2 o 3 dipendenti e qualche contratto precario, oppure personale condiviso con altri enti. Siamo in una situazione da allarme rosso: come si fa a non vedere che l’emergenza è potenziare i servizi pubblici?  

Se la crisi economica accelerata dalla dinamica di perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni e dal costo dei prodotti energetici dovesse perdurare, sarà difficile dare risposte ai cittadini senza servizi pubblici. 

Per queste ragioni, la nostra mobilitazione deve continuare: ad oggi nessuna forza politica né il Governo hanno messo in agenda il Piano straordinario per l’occupazione nelle pubbliche amministrazioni. Se non si affronta questa priorità non solo sprecheremo le risorse del Pnrr ma soprattutto non saremo un Paese in grado di proteggersi dalle crisi, siano esse sanitarie, economiche e ambientali.

 

Ma chi sono questi dipendenti pubblici?

Dove sono gli operai forestali e il corpo forestale dello Stato, che dovrebbero controllare i nostri boschi che bruciano? Non ci sono più.

Quanti sono i Vigili del Fuoco, gli altri “nostri eroi”, che intervengono in tutte le situazioni di pericolo, dall’incidente stradale agli spengimenti e a tutte le calamità naturali che sempre più affliggono i nostri territori? Pochi. Molto pochi, senza mezzi e senza tutela per la loro salute e sicurezza.

Quanti sono gli Ispettori del Lavoro che devono controllare la Salute e la Sicurezza di tutti i lavoratori? Pochissimi, mal pagati e non lasciati liberi di intervenire laddove ce n’è più bisogno. Non bisogna disturbare troppo le aziende.

E ancora, come pensiamo di poter fare una seria e capillare lotta all’evasione e all’elusione fiscale democratica ed indifferenziata se non si permette di operare ai lavoratori dell’Agenzia delle Entrate? Pochi e con strumenti insufficienti. Senza un reale piano di lotta all’evasione.

E a che punto siamo con i servizi pubblici locali? In tutti i manuali di economia si pone l’attenzione su chi se li spartisce: soggetti privati o la collettività? Beni che non sono riproducibili, preziosi e fondamentali per la vita. Devono essere pubblici!

La FP Cgil è stata tra i promotori del referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua. 

L’acqua deve essere pubblica.

 

Lo Stato minimo

E invece qual era e qual è lo spirito del Decreto Concorrenza?

Resta di fondo l’idea, inaccettabile, della sussidiarietà del pubblico, visto solo come ostacolo alla concorrenza, di uno Stato che deve operare solo in caso di fallimento del mercato. Il cosiddetto Stato minimo.

Sull’intero sistema dei servizi pubblici locali di interesse generale va profondamente rivisto il sistema di finanziamento e di gestione delle varie modalità di compartecipazione dei cittadini, salvaguardandone i caratteri di pubblicità, universalità, accessibilità su tutto il territorio nazionale. Fermi restando l’impegno e la mobilitazione contro le esternalizzazioni e le privatizzazioni. 

Possono andare bene anche le società uniche dei servizi – acqua, rifiuti, e in prospettiva luce e gas - con l’obiettivo di razionalizzare e migliorare la performance per l’utenza e abbassare quanto più possibile le bollette. Ma con l’impennata dei prezzi del gas, con la spinta speculativa in atto è per noi impensabile affidare i beni comuni alle dinamiche della Borsa.

E nel ciclo integrato dei rifiuti?

Bisogna intervenire sulla quantità e sulla qualità: produrre meno rifiuti e migliori per poter permettere il recupero della materia. Questo deve avvenire, evidentemente, cambiando anche il proprio stile di vita. Il ciclo dei rifiuti è dappertutto terreno per la criminalità organizzata, le cosiddette ecomafie. Solo il controllo e la proprietà pubblica può permettere un presidio di legalità e di superare l’attuale dumping contrattuale. Da una parte i lavoratori diretti, pubblici, dall’altra una massa di lavoratori dei servizi in appalto, sulla quale si scarica la competizione tra utente e lavoratori stessi: per poter pagare i lavoratori ho bisogno di avere più soldi e quindi devo aumentare le tasse; si entra così in una logica di mercato. 

Meno rifiuti, più impianti per l’economia circolare, allungare la vita dei prodotti. No ai nuovi termo-valorizzatori. Bisogna andare verso la riduzione, tendenzialmente allo zero, per il conferimento in discarica.

La FP Cgil deve essere impegnata perciò a tenere alta la guardia, a proseguire nella sua analisi, nella ricerca e nella sua mobilitazione e vertenzialità, e insieme alla Confederazione, a tutelare tutti i settori coinvolti, continuando nelle mobilitazioni con tutte le reti impegnate ed interessate alla difesa dei servizi pubblici, a garanzia dei diritti universali e di cittadinanza di tutte e tutti. 

Allargare il perimetro pubblico, vigilare sull’unità del paese, contro le spinte secessionistiche è il modo per cambiare la qualità dello sviluppo e garantire una democrazia sostanziale. 

Solo il pubblico può garantire parità di trattamento, arginare e combattere le disuguaglianze. Unire laddove si vuole dividere.

Contaminiamoci. L’importanza dei servizi pubblici deve diventare patrimonio comune a partire dalla Cgil e da tutte le sue categorie, perché il pubblico è per noi, per i lavoratori, i pensionati, i disoccupati, gli studenti, i migranti. 

Noi lo sappiamo e lo dobbiamo trasmettere anche alle nostre figlie e ai nostri figli. l

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