
A inizio marzo il centro studi della Fiom Cgil ha presentato uno studio sullo stato di salute del settore metalmeccanico che restituisce il quadro di un comparto industriale strategico in evidente stato di sofferenza strutturale, segnato da decenni di declino occupazionale, crisi degli investimenti, crescente dipendenza dalle importazioni e una frammentazione produttiva che penalizza la competitività rispetto ai principali partner europei.
Il primo dato macroscopico riguarda l’occupazione. Tra il 2008 e il 2024 il settore metalmeccanico italiano ha perso complessivamente 103.775 addetti, passando da oltre 2 milioni a meno di 1,98 milioni. Le contingenze più gravi si registrano nella fabbricazione di prodotti in metallo, nell’elettronica, nelle apparecchiature elettriche e nella metallurgia, mentre mostrano un lieve segno positivo solo i macchinari, gli altri mezzi di trasporto e la riparazione. L’Ict (Information e Communication Technologies), pur non essendo strettamente metalmeccanico, cresce in modo rilevante, segnalando un’evidente dicotomia tra innovazione digitale e manifattura tradizionale.
Il ricorso alla cassa integrazione nel 2025 è aumentato in modo allarmante, con un totale di oltre 308 milioni di ore autorizzate, a conferma di una tensione occupazionale crescente.
Uno dei nodi strutturali più critici emersi è la dimensione media delle imprese. I dati comparati con l’Unione europea e con la Germania rivelano un’industria italiana frammentata, dominata da micro e piccole aziende. Nel settore metallurgico le imprese con oltre 250 dipendenti rappresentano solo il 2,07% in Italia contro l’8,92% in Germania. Analogo squilibrio si osserva nelle apparecchiature elettriche e nella componentistica. Questa polverizzazione limita le economie di scala, la capacità di investimento in ricerca e sviluppo e la competitività internazionale.
Dal punto di vista economico-produttivo lo studio mette in luce una crescita del valore aggiunto per ora lavorata e del profitto lordo tra il 2014 e il 2023 ma anche un incremento del costo del lavoro, sebbene meno marcato. Il vero dato preoccupante è però il crollo della produzione industriale in segmenti chiave: l’acciaio ha registrato una riduzione del 34% tra il 2011 e il 2024 mentre le importazioni sono rimaste stabili, creando una dipendenza dall’estero che, a valle, coinvolge mediamente quasi la metà del fabbisogno delle filiere italiane, con punte superiori al 55% per altri mezzi di trasporto e navi.
La transizione energetica e digitale, anziché rappresentare un’opportunità, evidenzia una criticità ulteriore. Per prodotti strategici come trasformatori, apparati per Tlc e server, la produzione domestica copre una quota marginale del fabbisogno nazionale, con punte dell’11,7% per computer e storage. Le importazioni di semiconduttori, per giunta, dipendono in gran parte da Paesi asiatici.
La produzione di autovetture nei primi nove mesi del 2025 è crollata a 179.737 unità, un livello che non ha precedenti nella storia recente, se si pensa che nel 2000 si superava il milione di unità annue. Anche la produzione di elettrodomestici registra contrazioni impressionanti: lavatrici in calo del 60%, cappe del 70%, aspirapolvere del 64%.
Il parco di investimenti esteri in Italia tra il 2015 e il 2024 è risultato negativo per oltre 9 miliardi di euro mentre gli investimenti italiani all’estero sono cresciuti, configurando un processo di disinvestimento netto. Gli investimenti manifatturieri in rapporto al Pil sono scesi di oltre sei punti rispetto al 2000, nonostante il traino del Pnrr, e l’Italia si colloca agli ultimi posti tra i Paesi comparati per incidenza degli investimenti sul valore della produzione.
A rendere tangibile questa crisi sono le schede finali del rapporto relative agli stabilimenti in crisi o con processi di riorganizzazione: oltre 43mila addetti sono coinvolti in situazioni di difficoltà, distribuiti tra automotive (12.650), siderurgia (16.307), elettrodomestico, telecomunicazioni, energia e aerospazio. Si tratta di un campione significativo di un disagio che attraversa trasversalmente i settori più strategici.
Infine, l’analisi delle acquisizioni di imprese italiane da parte di capitali esteri durante il governo Meloni mostra un elenco di operazioni prevalentemente in settori ad alta tecnologia o specializzazione, con acquirenti provenienti da Turchia, Germania, Stati Uniti, Giappone e Francia. Pur rappresentando investimenti diretti, queste operazioni segnalano una crescente frammentazione del controllo proprietario e l’acquisizione di eccellenze nazionali da parte di gruppi stranieri, spesso in settori strategici come l’aerospazio, l’elettronica e l’energia.
