Le elezioni per il rinnovo delle Rsu al Teatro La Fenice di Venezia segnano un passaggio politico e sindacale di primo piano. La Slc Cgil conquista la maggioranza assoluta con il 53,7% dei consensi, 144 voti e 7 delegati su 12. Un risultato straordinario, che non lascia spazio a interpretazioni e che rafforza in modo decisivo la rappresentanza della nostra organizzazione in uno dei luoghi simbolo della cultura del Paese.

Il dato acquista ancora più valore se letto in prospettiva. Rispetto al precedente rinnovo delle Rsu, la Slc Cgil cresce in modo significativo (dal 37,2% al 53,7%), ampliando il consenso tra le lavoratrici e i lavoratori. Non si tratta quindi di una semplice conferma, ma di un avanzamento politico e sindacale costruito nel tempo, radicato nella credibilità dell’azione e riconosciuto nel voto.

A rendere ancora più rilevante questo risultato è la partecipazione: ha votato il 75% degli aventi diritto. Un dato che smentisce la narrazione della disaffezione e dimostra che, quando le lavoratrici e i lavoratori vengono coinvolti, la democrazia nei luoghi di lavoro è viva e forte. Alla Fenice si è scelto di partecipare, di contare, di essere protagonisti.

C’è poi un elemento decisivo: la capacità della Slc Cgil di rappresentare l’intero corpo del lavoro del teatro. La lista e gli eletti esprimono tutte le professionalità: professori d’orchestra, artisti del coro, le maestranze tecniche, da chi allestisce le splendide scenografie ai sarti, fino al personale amministrativo. È questa presenza diffusa, che attraversa ogni settore, a dare solidità alla rappresentanza e a rendere credibile un’idea di sindacato che unisce, anziché dividere.

Il voto delle Rsu arriva in una fase di forte tensione, segnata dalla vicenda della nomina di Beatrice Venezi alla direzione musicale. Una scelta imposta dal governo di centrodestra, percepita come un atto calato dall’alto e come un tentativo di occupazione politica di un’istituzione culturale che appartiene alla città e al Paese. Non è stato solo il merito della nomina a determinare la reazione, per un curriculum che risulterebbe non all’altezza del prestigio de La Fenice, ma il metodo: l’esclusione totale di chi ogni giorno fa vivere quel Teatro e ne costruisce il prestigio e delle loro rappresentanze. L’idea, insomma, che la destra di governo romana può decidere con le imposizioni, passando sopra a storia, professionalità, cultura, in una ottica di lottizzazione politica.

La risposta è stata netta e unitaria. Orchestra, coro, tecnici, amministrativi hanno costruito una mobilitazione compatta, senza fratture. Una vertenza che ha trovato una delle sue espressioni più significative il 17 ottobre, quando la prima del “Wozzeck” non è andata in scena e al suo posto l’orchestra si è esibita in un concerto gratuito in piazza Sant’Angelo. Un gesto forte, che ha reso pubblica la protesta e che ha voluto condividere con la città le ragioni del conflitto.

Non era una protesta corporativa. Era, al contrario, una rivendicazione di qualità, di autonomia e di rispetto del lavoro. L’orchestra ha suonato per il pubblico, ringraziando per la solidarietà ricevuta: centinaia di spettatori e oltre centoquaranta abbonati hanno preso posizione, arrivando a minacciare la sospensione dell’abbonamento. Si è determinata così una convergenza rara: unità tra lavoratori, pubblico e città nella difesa della Fenice come bene comune.

Il voto delle Rsu arriva esattamente qui: come esito coerente di un percorso fatto di mobilitazione, partecipazione e radicamento sociale. Premia una linea chiara: difendere l’autonomia culturale, contrastare le ingerenze politiche, affermare diritti e dignità del lavoro. Ma soprattutto farlo portando la vertenza fuori da questo prestigioso luogo di lavoro per incontrare la città, e farla diventare una vertenza sociale e politica.

In un momento delicato per il settore dello spettacolo e per le fondazioni lirico-sinfoniche in attesa infinita del rinnovo del contratto e del nuovo Codice dello Spettacolo, questo risultato indica una direzione precisa. Le trasformazioni in corso non possono essere scaricate su chi lavora, né possono mettere in discussione la funzione pubblica della cultura.

La maggioranza conquistata dalla Slc Cgil non è un punto di arrivo. È uno strumento. Serve per rafforzare le tutele, per dare continuità alla vertenza, per consolidare quell’unità tra lavoratori e città che alla Fenice si è dimostrata decisiva. Quando il lavoro è unito e capace di parlare anche fuori dai luoghi di lavoro, non solo resiste: vince.