‘Buon vento’. L’augurio del marinaio per chi naviga in mare aperto è il saluto che accompagna una nuova missione umanitaria verso Gaza. La società civile internazionale si imbarca una volta ancora, per giunta in un momento in cui i venti di guerra spirano fortissimi, con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari alla martoriata popolazione della Striscia e contestare il blocco su Gaza nonostante l’assai presunta tregua dichiarata da Donald Trump e costantemente violata. Maria Elena Delia, insegnate torinese di fisica e matematica, da sempre attivista per la Palestina, è la referente nazionale della Global Sumud Flotilla, un’impresa pacifista che nell’autunno scorso ha infranto il muro di silenzio che accompagnava il genocidio palestinese, portando nelle piazze mondiali decine di milioni di persone che chiedevano di far cessare i bombardamenti sulla popolazione civile di Gaza. “Ora per Gaza il rischio più grave è la nostra assuefazione, fare l’abitudine a quello che vediamo, una sistematica distruzione, la fame diffusa, l’idea che milioni di persone possano sopravvivere in ripari di fortuna, senza diritti e senza futuro. Ma sento che ci sono moltissime persone che ci guarderanno le spalle. Loro sono la nostra Flotilla di terra”.

Siete preoccupati? La situazione, se possibile, è ancora peggiore rispetto all’autunno scorso. Ci sono già stati ritardi nelle autorizzazioni, controlli asfissianti nei porti di partenza e restrizioni nei corridoi umanitari, eppure avete deciso di ripartire il 12 aprile.

“Non viene più raccontato cosa sta avvenendo a Gaza. Interi quartieri sono stati cancellati, infrastrutture civili essenziali distrutte, sistemi sanitari collassati. Gli ospedali rimasti in piedi operano senza forniture adeguate, l’accesso all’acqua potabile è drasticamente limitato, la malnutrizione – soprattutto tra i bambini – cresce in modo allarmante. Scuole chiuse, famiglie disperse, comunità costrette a vivere in un’insicurezza permanente. I valichi continuano ad essere chiusi, quasi il 70% della Striscia oramai è sotto il controllo dell’esercito israeliano, il tanto celebrato ‘Board of peace’ di pacifico non ha nulla, si vogliono fare affari sulle macerie della Palestina. E allora dobbiamo ripartire, con una missione ancora più ampia, civile e sanitaria, un’iniziativa che si propone non solo di portare aiuti umanitari, ma anche di lanciare un messaggio politico. É in corso una catastrofe di proporzioni storiche che il mondo sta progressivamente ‘normalizzando’. Ma non si può rendere accettabile l’inaccettabile”.

Come giudicate la narrazione internazionale che parla di “fase post-conflitto” e ricostruzione? “Assistiamo a una narrazione mediatica sempre più distante dalla realtà. Si parla di “fase post-conflitto” e di ricostruzione mentre gran parte del territorio resta inabitabile. Si insiste sull’idea che la guerra sia alle spalle e che si stia entrando in una fase di stabilizzazione, quando milioni di civili continuano a non avere accesso a cure, sicurezza e libertà di movimento. Questa rappresentazione, apparentemente neutrale, oscura la dimensione politica del problema: l’isolamento sistematico di un’intera popolazione e la progressiva istituzionalizzazione di questo isolamento. Se davvero fossimo in una fase di pace, non dovrebbe esserci alcun ostacolo all’ingresso di una missione civile e umanitaria come la nostra”.

Come vi stateorganizzando? Che veste avrà la nuova Flotilla?

“Questa volta porteremo con noi molte figure professionali. Centinaia di medici, infermieri, psicologi, educatori, ingegneri. Navigheranno con noi perché vogliono arrivare a Gaza per restare, per aiutare la popolazione. La ricostruzione non può essere solo quella materiale, c’è anche quella esistenziale. Ci sarà una grande nave che si chiamerà ‘doctors to Gaza’, con a bordo solo personale sanitario, un’altra sarà invece riservata agli insegnanti. E poi le solite barche a vela, come l’anno scorso, con a bordo dieci, dodici persone. Ma non saranno divise secondo le nazionalità, gli equipaggi saranno ‘mescolati’ per tutelare chi ha passaporti più deboli rispetto a quelli francesi, a quelli inglesi, a quelli italiani. Nel complesso più di cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti, compresi giornalisti ed esponenti di organizzazioni non governative. Una missione molto grande, la più grande mai realizzata in questo contesto. La partenza principale sarà da Barcellona, dove convergeranno imbarcazioni provenienti da diversi porti del Mediterraneo. In parallelo partirà un convoglio terrestre che attraverserà il Nord Africa per raggiungere il valico di Rafah. Moltiplicare le rotte significa contestare concretamente la logica del controllo degli accessi”.

Non state cercando di svuotare un lago con il secchiello? Stiamo vivendo una fase storica in cui il diritto internazionale è stato cancellato, e il suo posto è stato preso dalla folle logica della forza, del riarmo, dell’aggressione. Che spazio può avere la politica in un contesto del genere?

“Questa è una missione politica oltre che umanitaria. Non abbiamo nessun problema a dirlo. Gaza è sotto un’occupazione illegale. Illegale non perché lo dice Maria Elena Delia, ma perché lo dice l’Onu, lo dice la Corte internazionale di giustizia. Ci dicono che c’è stato il cessate il fuoco, però a Gaza si continua a morire, muoiono soprattutto i bambini. Mancano cibo, acqua, medicinali, tende nuove per sostituire quelle allagate, macchinari di ogni genere. E c’è uno scenario geopolitico allucinante, l’Iran, il Libano, tutta l’area mediorientale è a fuoco. Ci hanno chiesto: ‘partirete lo stesso?’ Sì, partiremo lo stesso. Certo, se volassero bombe nucleari sul Mediterraneo ovviamente valuteremmo che fare. Non sarebbe male partire dall’Italia per raggiungere gli altri convogli proprio nel giorno della Liberazione dal nazifascismo”.

Sembrate Davide contro Golia…

“Certo, ci battiamo contro una realtà fatta di guerre e di impunità. Quasi tutte le istituzioni sovranazionali stanno concedendo agli Stati Uniti e a Israele di fare quello che vogliono. Lo ripeto, il diritto internazionale è stato cancellato. Possiamo pensare il peggio del venezuelano Maduro, oppure dello stato teocratico iraniano, ma restano ingiustificabili il rapimento di un presidente e i bombardamenti su Teheran, sulla popolazione civile. Siamo tornati alla banalità del male. Ma noi siamo figlie e figli di un’altra generazione, che ci ha trasmesso la bellezza della lotta per la pace, per i diritti civili e politici. Oggi opporsi, esprimere dissenso di fronte a questo stato di cose, è considerato quasi eroico. Allora sì, le nostre barchette sono l’immagine di Davide contro il gigante Golia”.

Eppure siete riusciti ad abbattere il muro del silenzio. Ancora nella primavera di un anno fa le manifestazioni a sostegno della popolazione di Gaza e contro i quotidiani bombardamenti raccoglievano al massimo due, tremila persone. Grazie alla prima Flotilla sono diventate milioni.

“Non avremmo avuto gli stessi risultati se non ci fosse stata tutta quella gente in strada che bloccava i porti, le stazioni ferroviarie, occupava le piazze delle città. Manifestavano per togliersi il peso insopportabile della complicità con un genocidio. Loro sono stati il nostro equipaggio di terra. Da allora facciamo tantissimi incontri, assemblee, parliamo con le persone, come succedeva una volta. Chiediamo che questi equipaggi di terra si riversino ancora nelle strade, oggi è ancor più chiaro di prima che la Flotilla non è solo per la Palestina. Gaza e la Cisgiordania sono lo specchio di tutte le indegnità figlie del colonialismo, del capitalismo, dell’imperialismo. C’è un filo che lega questi tempi di guerra a quello che in Palestina accade da ottant’anni”.

Un messaggio politico chiaro e forte, andare in direzione ostinata e contraria a un mondo dominato dalle armi e dalle guerre.

“La Flotilla si oppone alle politiche belliche, all’economia di guerra, al sistematico tentativo di non considerare l’essere umano in quanto tale. C’è un attacco alla vita. Ricordo che quando chiesero a Greta Thumberg ‘cosa c’entra il tuo essere ambientalista con il tuo essere pro-Palestina?’, lei si stupì per la domanda. La sostenibilità non è solo un concetto ambientale, vale anche per i diritti insopprimibili di ogni persona. Dal 4 al 6 marzo ci siamo riuniti a Tunisi con lo steering committee della Global Sumud Flotilla, insieme ai rappresentanti della Freedom Flotilla Coalition e del movimento Thousand Madleen to Gaza. Sono stati tre giorni molto intensi di lavoro, confronto e coordinamento. Abbiamo deciso di unire le forze e partire insieme, sotto l’egida della Global Sumud Flotilla, in quella che potrebbe diventare la più grande missione civile e non violenta mai organizzata via mare verso Gaza. Siamo nella legalità, siamo eticamente dalla parte giusta. Sarà una missione totalmente non violenta, pacifica, politica e umanitaria. Se non arginiamo subito questa deriva autoritaria e repressiva poi potrebbe essere tardi”.

(21 marzo 2026)