
Il tempo davanti a noi è pieno di insidie. Lo scenario globale è ostaggio dell’economia della guerra, dei fascismi e dei nazionalismi. E’ in profonda crisi il sistema economico e politico liberale, che nel secondo dopoguerra del ‘900 si era candidato ad essere l’unico sistema possibile. La proposizione della sua natura democratica, che viveva su equilibri di potere all’interno delle assemblee elettive, veniva rappresentata come la risposta al potere centralizzato degli Stati del blocco socialista. L’economia di mercato, la sua continua espansione senza limiti, era lo strumento per determinare un benessere diffuso che altri sistemi non garantivano.
Pur avendo ‘vinto’ la guerra fredda, questo modello di sviluppo capitalista conosce in questa fase una delle più aspre crisi e prova drammaticamente a trovare una risposta nella guerra. La guerra come strumento dell’espansione economica, gli investimenti nell’industria militare come perno di una politica industriale per sostenere il Pil dei Paesi occidentali, l’innovazione tecnologica più avanzata al servizio della guerra.
Si moltiplicano i teatri di guerra nel mondo: dal conflitto russo-ucraino all’Iran, il genocidio del popolo palestinese a Gaza e il terrorismo dei coloni in Cisgiordania, il sempre più criminale embargo contro il popolo cubano, l’interventismo sempre più invasivo degli Usa nell’America del Sud fino al sequestro di Maduro in Venezuela, la “guerra civile” in Sudan e la costante instabilità nel continente africano, il Medio Oriente che non trova pace perché rimane il crocevia di interessi geopolitici per il controllo delle fonti fossili del pianeta. Tutti esempi del terreno sul quale si dispiega l’economia della guerra che si prepara allo scontro frontale con la Cina e i Paesi, ad esempio i Brics, che comunque vogliono sottrarsi alla declinante egemonia occidentale.
Su questo si basa una rinnovata fase di colonialismo e imperialismo, fondati su politiche finanziarie ed economiche che fanno della guerra un fattore di crescita immediata. Se produci armi le usi, se fai innovazione tecnologica militare la sperimenti.
Questa è la risposta che l’internazionale nera – al governo in molte parti del mondo – dà alla crisi di sistema e di valori del cosiddetto modello democratico. Questa diventa la saldatura tra le forze che ridefiniscono l’idea stessa di democrazia, che vorrebbe sempre meno partecipazione delle persone, in un’alleanza tra destra autocratica e settori più conservatori del campo liberale.
Qui si affermano culture autoritarie, anche di ispirazione fascista, che costruiscono sistemi identitari nazionali e propaganda politica attraverso la disumanizzazione di chi è diverso. Un consenso costruito sulla pelle di chi scappa da guerre, dalla devastazione ambientale che rende sempre meno vivibili intere parti del pianeta, dalla fame. In una parola i ‘migranti’.
Non è sufficiente denunciare la pericolosità di questa progressiva regressione che oggi si manifesta con l’affermazione dell’Afd in Sassonia, nel crescente consenso di Vox in Spagna come del Raggruppamento Nazionale in Francia – che potrebbe vincere le elezioni presidenziali – fino alla ingombrante nascita di Futuro Nazionale in Italia, in dialettica con la maggioranza di governo.
Fare i conti con questo scenario impone mobilitazione collettiva e azione culturale, contrastarlo implica la capacità di un’azione anche di scala internazionale basata sulla critica al modello di sviluppo e all’imperialismo, che sappia coniugare giustizia sociale con democrazia e libertà.
In questo orizzonte si colloca la necessaria costruzione di alleanze sociali e politiche in Italia, centrate sulla difesa e l’attuazione della Costituzione, attorno cui far vivere un progetto di economia della Pace come risposta all’attuale crisi del modello liberista, nella prospettiva della costruzione di un mondo di liberi e uguali.
Il nostro impegno nell’azione sociale, nell’azione contrattuale, a questo si deve ispirare. Lotta per il salario e contrasto alla precarietà, riduzione dell’orario di lavoro e maggior sicurezza, dignità e rispetto per chi lavora redistribuendo la ricchezza prodotta, possono e devono diventare parti di una strategia complessiva di trasformazione e cambiamento.
Con questo spirito vogliamo essere protagonisti di una stagione che si nutre della capacità collettiva di chi si batte contro la guerra, per un mondo più giusto e sostenibile.
