
Dal 3 al 5 settembre scorsi si è tenuta a Roma la Summer School sulle droghe, appuntamento annuale promosso da Forum Droghe e Cnca per discutere con operatori ed esperti del tema dal punto di vista delle politiche e dei servizi, dal titolo ‘Stigmi/paradigmi: per una mappa condivisa delle culture e delle narrazioni sulle droghe’. Si è concentrata sull’analisi delle culture dei consumi e sulle politiche sulle droghe, mettendo al centro le competenze, le capacità di autoregolazione dei consumatori, per aggiornare gli strumenti di lettura e comprensione dei mutamenti delle culture del consumo.
Importante oggi ragionare di stigmi e paradigmi, visto come la narrazione, la politica, i governanti, stanno prepotentemente rilanciando il tema del consumo come devianza, patologia, orientando le scelte in termini assolutamente proibizionisti: basti pensare a provvedimenti come la riforma del codice della strada, della quale già abbiamo anche qui scritto. Posizionamenti che hanno ricadute importanti anche dal punto di vista degli operatori, dei servizi e sulla loro organizzazione.
Sappiamo che le sostanze sono diverse, l’importanza del set e del setting in cui si collocano i consumi, ma si torna a parlare prepotentemente di droga, al singolare. Sappiamo che gli usi sono diversi: esistono modalità e culture diverse, contesti che permettono che il consumo possa essere pratica appresa socialmente, regolata all’interno di un gruppo e di un contesto, che possa essere transitoria e non rappresentare l’ingresso in quel tunnel di perdizione da cui si può uscire solo attraverso un percorso di redenzione.
I tre giorni della Summer School hanno visto un importante dibattito, sviluppato a partire dalle riflessioni, tra gli altri, di Zinberg, Zuffa, e Grund, che ha partecipato personalmente ai lavori. Ed hanno visto la partecipazione e gli interventi di tanti operatori che lavorano nei servizi di bassa soglia, di riduzione del danno, che quotidianamente incontrano le persone che fanno uso di sostanze, e si scontrano con le difficoltà dovute a scelte politiche che mortificano quei servizi, con una impostazione che tende a catalogare l’uso problematico di sostanze esclusivamente come una patologia, una malattia cronica e recidivante, etichettando le persone con lo stigma della tossicodipendenza, dalla quale in fondo non ci si libera mai, essendo appunto una malattia cronica e recidivante, secondo il paradigma del ‘brain disease’.
Sappiamo quanto la conoscenza, le competenze degli operatori e delle persone che usano sostanze siano strumenti che permettono apprendimento sociale: pensiamo solo alle reti di persone che negli scorsi decenni si sono auto-organizzate attorno a pratiche di riduzione del danno. Gli interventi degli operatori che agiscono nei contesti di strada, nei luoghi di aggregazione, nei servizi di riduzione del danno chiamano la politica, e le organizzazioni sindacali, ad operare scelte precise.
La riduzione del danno è un livello essenziale di assistenza, deve essere resa praticabile ed esigibile. Con adeguate risorse. Importanti in questo senso i contributi che hanno raccontato realtà come quella di Torino, o di Roma, dove si promuovono e si organizzano servizi in co-progettazione con i diretti interessati: chi nei servizi lavora e chi li usa.
Gli operatori pari sono una realtà importante dei servizi, devono essere riconosciuti, tutelati, adeguatamente contrattualizzati, riconoscendo la loro formazione, il loro intervento. Invece si scontano importanti differenze territoriali nell’organizzazione e nel riconoscimento dei servizi, nel rapporto con il sistema pubblico.
É stato importante ragionare e riflettere tutti insieme per ridiscutere le teorie sul consumo controllato, sui processi di autoregolazione, sul sistema dei servizi, alla luce delle trasformazioni sociali in corso. Indispensabile contrastare la deriva proibizionista e l’arretramento culturale.
Per intervenire su quella ingiustizia epistemica per cui si nega ad alcuni gruppi sociali di essere produttori di conoscenza. Indispensabile un cambio di paradigma, mettendo a valore gli studi e le esperienze che dimostrano come chi usa sostanze tenda a darsi delle regole, rituali, soglie di autoregolazione, dinamiche che il proibizionismo spesso rende invisibili, non cancella, ma rende difficili da praticare laddove il consumo di sostanze relega sempre le persone nell’illegalità e nella devianza. Dove il consumo è letto sempre e soltanto come un comportamento da impedire e punire. Nella schizofrenia di un governo assolutamente proibizionista per tutte le sostanze (a parte l’alcol) e assolutamente antiproibizionista per l’azzardo.
Ma qui si aprirebbe una riflessione importante sul sistema economico capitalistico, che gioca un ruolo significativo anche per quanto riguarda le politiche sulle droghe, il modello di sviluppo, i rapporti fra paesi ricchi e paesi poveri, fra il nord e il sud del mondo.
