
L’ultimo Rapporto sulla povertà presentato da Caritas Italiana nel giugno 2026 ci restituisce una fotografia che non sorprende chi, come noi, incontra ogni giorno persone e famiglie in difficoltà. La povertà sta perdendo il carattere dell’emergenza e del momento difficile dal quale, con un aiuto e un po’ di tempo, si riesce a uscire; sta diventando una condizione stabile. Le persone sono sempre più povere e rimangono povere più a lungo.
È questo il punto da cui partire. L’ascensore sociale si è rotto. E non perché le persone che incontriamo non abbiano voglia di lavorare o preferiscano essere assistite. È una lettura semplicistica e superficiale, che attribuisce al singolo la responsabilità della propria condizione e ci evita di guardare a quello che gli sta intorno.
E cosa c’è intorno? Lo sappiamo e non possiamo fingere di non vedere: il costo della vita che aumenta, il lavoro povero e precario, i prezzi esorbitanti delle abitazioni. E quando nella persona o in una famiglia si rompe un equilibrio già fragile, per un licenziamento, una separazione, una malattia o una spesa imprevista, gli strumenti per ricostruirlo sono pochi se non del tutto assenti.
I dati del Rapporto ci dicono proprio questo: c’è una fascia sempre più larga di popolazione da assistere in modo permanente, come se la povertà fosse una malattia cronica. Questa è, a mio avviso, una grande sconfitta per tutti, dalla politica alla società civile.
L’assistenza è indispensabile, ma non può diventare il destino di una persona. Se continuiamo a intervenire sulle conseguenze senza modificare le condizioni che producono povertà, finiremo semplicemente per alimentare questa spirale di assistenzialismo e farlo sempre più a lungo.
Sono molte le condizioni che producono la povertà cronica, noi sui territori le tocchiamo con mano tutti i giorni. Quando il reddito non basta, ad esempio, qualcuno cerca scorciatoie col gioco d’azzardo. Non è difficile capire perché chi è in affanno possa affidarsi alla speranza di una vincita. Ma il risultato è quasi sempre l’opposto: il poco che c’è viene consumato, arrivano i debiti, poi altri prestiti per coprire quelli precedenti, fino all’usura. E intanto il gioco può diventare dipendenza e “sfasciare” relazioni, con un vortice che coinvolge tutta la famiglia.
La salute è un altro ambito che produce povertà cronica. Avere un anziano non autosufficiente o un bambino con disabilità non dovrebbe essere una “disgrazia” per una famiglia. A trasformare una condizione di fragilità in un fattore di impoverimento è spesso la solitudine nella quale quella famiglia viene lasciata. Quando i servizi pubblici sono insufficienti, qualcuno deve ridurre il lavoro o abbandonarlo per occuparsi della cura; aumentano le spese, diminuisce il reddito, si restringono il tempo e lo spazio delle relazioni. La povertà economica comincia allora ad alimentare quella relazionale, e viceversa.
Poi c’è il lavoro. Il Rapporto mostra con chiarezza quanto sia cresciuta la presenza dei lavoratori poveri, soprattutto nelle fasce centrali della vita. Anche qui i numeri raccontano qualcosa che noi vediamo quotidianamente. I ragazzi che accogliamo, formiamo e accompagniamo riescono direi facilmente a trovare un’occupazione. Il problema arriva dopo. Perché avere un reddito e avere una vera autonomia sono ormai due cose diverse.
Il passaggio decisivo è quasi sempre la casa. Se una parte troppo grande dello stipendio serve per pagare l’affitto, se per entrare in un appartamento sono necessarie garanzie che non si possiedono, se dopo le utenze e le spese ordinarie non rimane abbastanza per vivere, il lavoro da solo non basta. Si può lavorare tutti i giorni e continuare ad avere bisogno di un dormitorio, di una comunità, dell’aiuto della famiglia o di un sostegno economico.
Le questioni poste dal Rapporto Caritas vanno oltre i numeri e le singole percentuali. La lettura del territorio attraverso i Centri di ascolto ci sta dicendo che la povertà sta diventando normale, persistente, capace di raggiungere anche chi lavora e chi fino a poco tempo prima riusciva a stare in piedi con le proprie forze.
Di fronte a questo non possiamo limitarci a organizzare meglio l’assistenza. Dobbiamo tornare a costruire percorsi di uscita sollecitando e “stanando” istituzioni, politica, mondo delle imprese e della cultura.
Chi lavora ogni giorno con la fragilità sa che non esistono strumenti magici. Ma sa anche che accompagnare una persona non significa soltanto darle ciò che le manca oggi. È questa la misura con cui dovremmo giudicare le politiche per la casa, il lavoro, la salute e i servizi sociali.
Una società non diventa più giusta perché riesce ad assistere un numero crescente di poveri. Diventa più giusta quando impedisce che essere poveri diventi una condizione dalla quale non si riesce più a uscire.
