Se è vero, come è vero, che “gli eroi son tutti giovani e belli”, allora Francesco Guccini è (il presente è voluto) il più giovane e bello dei cantautori italiani. Per sua stessa ammissione “non artista, ma semplice baccelliere”, ha attraversato la vita di moltissime persone come nessun altro è stato in grado di fare. Un cantore della vita quotidiana, ma con una capacità di tenere insieme tutti i registri, dal volgare basso all’epica classica, passando per il decadentismo ottocentesco e la semplice rozzezza del dialetto. Ironico e colto, profondo e pungente, a volte romantico. I suoi testi trasudano di citazioni, di rimandi, di rime osé.

Come scrisse Umberto Eco, solo Guccini avrebbe potuto far rimare amare e Schopenauer (e si beccò pure il rimbrotto gucciniano, che sottolineò come quella fosse un’assonanza e non una rima). Però poi fece rimare “Fox” con “Juke-box”, e “non lo so” con “paletot”.

“Cantare il tempo andato sarà il mio tema”, aveva annunciato già in uno dei suoi primi album, e mantenne la promessa, con quella nostalgia (colore delle stoviglie) di ciò che non può più tornare che ha contornato tutta la sua produzione. Ha cantato “d’amore (mai banale) di morte e d’altre sciocchezze”.

Se Fabrizio De Andrè è stato il cantore degli ultimi, Francesco Guccini li ha vissuti. I suoi personaggi li abbiamo incontrati tutti nella nostra vita. Chi non ha mai incrociato in uno squallido bar di provincia “un frate che parla in tedesco e in latino”, o “i vecchi imbriaghi che sembravano la letteratura”? Ha dato dignità alle osterie di fuori porta e portato chi lo ascoltava oltre oceano. Su una vecchia nave di migranti come lo zio Amerigo o sulle caravelle di Cristoforo Colombo, lungo la Pennsylvania avenue o dietro le sbarre di una prigione dove si poteva vedere il deserto dove un tempo dominava il Seminole.

Come Bonelli col suo Tex Willer ha portato generazione di lettori di fumetti nel selvaggio west, Guccini ha trasportato i suoi ascoltatori in quell’America sognata e poi vista, dove un “faro di libertà” rappresentava paradossalmente le ingiustizie del mondo. Quelle ingiustizie che il suo Don Chisciotte ha provato a combattere, col fido Sancho Panza al suo fianco, “romantici rottami che però hanno avuto il coraggio di sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”.

Tutti stiamo ancora aspettando “che ci giunga la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata bomba contro l’ingiustizia”, perché “torni a illuminare l’aria la fiaccola dell’anarchia” e finalmente “trionfi la giustizia proletaria”.

Francesco Guccini è stato “un burattinaio di parole”, e che parole. Gozzano e Omero, la beat generation e i cantastorie occitani si sono mischiati nelle sue canzoni, e ci ha costretto ad andare in biblioteca per scoprire cosa fosse lo strutturalismo, o perché mai dovesse “trascriver quartine a Kayyam”. Diverso dai suoi colleghi cantautori, che hanno fatto bene ad aver le tasche piene e non solo i coglioni, i suoi personaggi (come lui del resto) non sono mai cambiati. Se la piccola infelice è andata a un summit sul ballo popolare, e Marinella ha fatto la vita in balera, il suo frate non ha smesso di bere per fare lo speaker in tv. E le sue canzonette le avrebbe dovute recensire Roland Barthes.

Lui, figlio di una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia. Lui tutto, niente, stronzo o ubriacone, lui poeta e lui buffone, lui anarchico. Lui ricco, senza soldi e radicale, diverso ed uguale, negro, ebreo, comunista. È stato quello che ha cantato meglio di tutti la vita quotidiana, le notti insonni e la malinconia del giorno dopo. Quante volte nella vita abbiamo lasciato che qualcosa non succedesse, lasciando un nichel di mancia, prendendo il resto e andandocene? Chi non è stato un Cirano nascosto sotto la casa della sua Rossana in attesa di un segnale? È stato romanziere, giallista, cultore della lingua pavanese.

In attesa di oltrepassare l’ultima thule, ha smesso di cantare nel 2012 per dedicarsi alla scrittura di libri, conscio che di lui e della sua nave si sarebbe spento anche il ricordo. E forse su questa previsione ha sbagliato.

Ma adesso che non c’è più, chi ci ridarà indietro il tempo perso, quelle stagioni di vetro e sabbia, la rabbia il gesto, donne e canzoni? Gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli assetati e la fede cieca in poveri miti?

Agnostico per definizione, non saprà mai se esiste davvero un paradiso su misura, del tutto uguale al solito locale, dove il bere non si paga e non fa male. Se dovesse esserci davvero, sarebbe là, da qualche parte, “tra la via Emilia e il West”.