Ci si commuove ad ascoltare Cisco che parla di Guccini. Quasi si commuove anche lui. Potenza del mito, questo era Francesco Guccini per tante generazioni di italiane e italiani. Quando certe canzoni sono cantate insieme dai nonni e dai nipoti, vuol dire che sono diventate patrimonio della musica e della cultura italiana. “Le sue canzoni sono un po’ come i Promessi sposi di Manzoni – esordisce Bellotti, indimenticato front man dei Modena City Ramblers – anche chi non ha letto il libro sa chi sono Renzo e Lucia, Don Abbondio e Don Rodrigo. Succede così anche con Guccini, pure chi non è appassionato di musica si ricorda di aver sentito quelle parole, quelle frasi, quelle melodie, come se fossero rimaste scolpite nel cervello. Poi per noi emiliani Guccini era come l’aria della Val Padana, quella che respiriamo ogni giorno, quella della nostra pianura. Anche se non avevi i suoi dischi, tra una balera e una festa dell’Unità, sentivi suonare le sue canzoni, riconoscevi la sua voce, i suoi versi. E questa cosa ti entrava dentro, finiva per far parte del tuo dna. Era qualcosa che andava al di là della tua volontà”. Anche Cisco Bellotti è un cantante e un poeta, il fiammeggiante esordio dei Modena City Ramblers con lui che intonava “uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento passi” per ricordare Peppino Impastato, è da trent’anni la colonna sonora di ogni manifestazione di protesta. Sempre sulla strada Cisco, on the road, a tener viva la fiamma di quel combat folk che continua, a dispetto delle stagioni, ad appassionare giovani e giovanissimi a tutte le latitudini.

Quando hai incontrato per la prima volta Guccini?

“In uno dei miei primi viaggi in Irlanda, era l’inverno del ‘91, o forse del ‘92. Ero in un pub ad ascoltare musica dal vivo e bere birra assieme a un paio di amici. A un certo punto vedo entrare nella sala questo omone grosso, e mi dicono: ‘Guarda, c’è Francesco Guccini’. Allora ancora non suonavo, ero tentato di andarlo a salutare ma non ebbi il coraggio. Così l’ho conosciuto qualche anno dopo, nel 1996. Con i Modena City Ramblers avevamo inciso la nostra versione della sua ‘Locomotiva’. E, in maniera molto ingenua se vogliamo, anche poco ortodossa, avevamo tolto una strofa dal testo, ci sembrava non aggiungesse nulla. Quando la casa discografica sentì il pezzo, ci avvertì subito: ‘Ma avete chiesto all’autore se potevate farlo? Forse è meglio che lo avvisiate’. Mi diedero il numero di telefono, quello di casa sua a Pavana, toccò a me chiamarlo. Noi non eravamo famosi, quello era il nostro secondo disco. Quando rispose mi presentai: ‘Ciao Francesco, sono il cantante dei Modena, volevo dirti che nel disco che uscirà il prossimo mese abbiamo rifatto una versione della ‘Locomotiva’, però abbiamo fatto un piccolo errore, abbiamo tolto una strofa della canzone’. Lo sentii un po’ serio. ‘Cosa avete tolto?’, chiese incuriosito. ‘La strofa del cavallo che morde il freno con muscoli d’acciaio e forza cieca di baleno’. E lui: ‘Avete fatto bene, una canzone troppo lunga, troppo lunga’. Rimasi sorpreso dalla risposta cortese, gioviale. Alla fine le 13 strofe della Locomotiva diventarono 12, con l’approvazione dell’autore”.

Insomma, di fronte a un’icona della musica popolare, l’imbarazzo svanì come neve al sole. Anche perché eravate, di fatto, dei suoi allievi. Dei cantastorie come lui.

“Ci sentivamo a casa con tutto quello che scriveva Guccini. Non dico che gli dobbiamo tutto, ma certo gli dobbiamo molto di quello che facciamo, di quello che abbiamo fatto in questi anni. Non che volessimo ripercorrere le sue orme, ma per noi era normale prendere posizione. E su tutti gli altri artisti, Guccini era quello che ti aveva insegnato a dire certe cose in un determinato modo. Lui era soprattutto uno scrittore. Negli anni ho intuito, capito che a Francesco la parte musicale delle sue canzoni interessava quasi meno del resto. Per lui era importantissimo il testo, lo scriveva accompagnandolo ad alcuni accordi, alcune armonie. Poi delegava gli arrangiamenti ai suoi musicisti, e aveva dei super musicisti: da Ellade a Flaco, a Vince Tempera. Tutti quelli che hanno suonato con lui erano musicisti con i fiocchi, lasciati liberi di abbellire la canzone. A lui premeva di più che il messaggio arrivasse dritto al cuore di chi lo ascoltava”.

Tra tante canzoni che hanno fatto storia, quale è quella che ti piace di più?

“Rispondo la ‘Locomotiva’, perché è quella che canto da vent’anni a questa parte. Magari non tutte le sere, ma certo è un pezzo che mi accompagna sempre, come la nostra versione di ‘Bella ciao’. Se poi devo pensare alla canzone che personalmente avrei voluto scrivere, dico ‘l’Avvelenata’. Secondo me è un capolavoro di scrittura, da far studiare ai giovani nei testi scolastici. Ti dirò, vista la musica che ascoltano le nuove generazioni, credo che avrebbero proprio bisogno di sentire brani come ‘l’Avvelenata’, ‘Eskimo’, ‘Autogrill’… C’è un mondo da scoprire, e vale per tutti, non solo per i giovani. Penso che con la sua morte in tanti si siano andati a riascoltare i sui dischi, magari a sentire i file su internet. Perché ne vale veramente la pena”.

Parlaci ancora di lui, immagino lo abbiate incontrato altre volte.

“Un’occasione, bellissima, fu nel 2005 quando in studio, sempre con i Modena, stavamo registrando l’album ‘Appunti partigiani’. Eravamo andati a ripescare canzoni della guerra e della Resistenza, in ogni brano c’era un ospite. Dato che volevamo rifare ‘Auschwitz’ ci venne naturale chiamarlo. Si rese subito disponibile ma mi fece una domanda strana: ‘Quale versione? Quella mia o quella dell’Equipe 84?’. Risposi stupito: ‘Come quella dell’Equipe? Io conosco solo la tua’. ‘Va bene, va bene’, mi disse. Poi mi spiegò che quella canzone era finita perfino in tribunale. Era stata depositata dall’Equipe perché Guccini l’aveva scritta da minorenne. Così dopo ha dovuto recuperare i diritti, e allora c’è un doppio deposito di quel brano: c’è ‘Auschwitz’ depositato dall’Equipe, e ‘Auschwitz canzone del bambino nel vento’ di Guccini. (A questo punto a Cisco si incrina la voce, ndr). Venne in studio di registrazione, il nostro era nella bassa reggiana, ma dovevamo andarlo a prendere perché lui, si sa, era senza patente. Il tour manager si offrì di fare da autista, mentre io parlavo sempre con questo numero che era di Pavana. Alla fine gli dico: ‘Se mi fai sapere dove ti devo venire a prendere, l’indirizzo preciso, lo riferisco all’autista’. Un po’ seccato risponde: ‘Bèh, via Paolo Fabbri 43’. A quel punto mi misi a ridere al telefono e chiesi scusa”.

Non poteva che essere l’indirizzo della sua casa bolognese, via Paolo Fabbri 43.

“La giornata in studio fu memorabile. Lui fece la sua parte in venti minuti, io la mia, la base era già pronta. Così passammo otto ore ad ascoltare le sue storie. Un’esperienza meravigliosa. Fra un salame tagliato a mano, uno gnocco fritto e delle bottiglie di lambrusco, il tempo volò. Non dimenticherò mai quella giornata. Fra le tante, ci raccontò questo bellissimo aneddoto: ‘Alla mattina scrissi ‘Auschwitz’, alla sera dello stesso giorno ‘Dio è morto’. Aveva 15, 16 anni al massimo, e in un giorno scrive due canzoni così, capolavori che avrebbero fatto la storia della musica e anche della cultura italiana. Non solo italiana. Noi Modena rimanemmo a bocca aperta, pensando alla fatica che facciamo per scrivere una canzone più brutta e meno importante delle sue”.

Guccini era legatissimo all’Emilia e soprattutto a Bologna. Eppure le sue canzoni sono apprezzate e cantate in tutta la penisola.

“É la forza delle sue parole e della sua musica. Francesco scrive di Bologna, della sua Modena, della via Emilia e il West, ma in quelle canzoni ci si riconosce anche un ragazzo che vive a Genova, una ragazza che vive a Caltanissetta, altri che abitano a Roma o a Napoli. Lui aveva la capacità propria dei grandi scrittori e dei grandi poeti. Mi resta il rammarico di non aver potuto fare un tour con Guccini insieme ai Modena, come aveva fatto anni prima con i Nomadi. Quando glielo proposi mi disse che si sentiva stanco, non insistetti. Ora ho deciso di chiudere la scaletta di tutti i miei concerti con ‘la Locomotiva’. E sotto il palco il pubblico canta e piange, tanto è legato emozionalmente a quella canzone e a lui”.

La musica di Guccini parla al cervello e soprattutto al cuore delle persone, è in grado di emozionare.

“C’erano echi di musica popolare, di folk, a noi Modena veniva facile arrangiare i suoi pezzi. Quando morì Augusto Daolio, cantante dei Nomadi, ci chiesero di partecipare a un tributo e noi arrangiammo l’‘Atomica cinese’, che era stata scritta proprio da Guccini. Ne venne una cover perfetta, etnica, molto folk. Del resto Francesco scriveva in maniera popolare, amava Bob Dylan. Due maestri assoluti”.

Ti ricordiamo sul palco anche con Bandabardò…

“Ho cantato anche con loro, un paio di anni, dopo la morte di Erriquez. Aveva chiesto di portare avanti la loro musica, allora ho dato una mano. Nei concerti io cantavo le loro canzoni, loro suonavano le mie. Così dopo il lutto sono ripartiti, oggi sono in giro a suonare. Perché in fondo quello che cantiamo, quello che facciamo siamo noi stessi, suoniamo perché sappiamo fare quello e ci piace farlo. Abbiamo composto anche brani durissimi, penso a canzoni come ‘Quarant’anni’ e ‘Morte di un poeta’. Eppure in concerto la gente ballava e sorrideva, anche ascoltando parole pesanti come pietre. Perché ballando e sudando si metabolizza il messaggio, ci si impossessa delle parole”.

Guccini ha attraversato molte generazioni, ma anche voi non state scherzando…

“Ancora oggi, quando vedo dei ragazzi che mi dicono di essere cresciuti con la nostra musica, sono un po’ orgoglioso. Mi sento vecchio, perché ho quasi sessant’anni, ma orgoglioso. Pensa a una canzone come i ‘Cento passi’, l’ho vista nascere tra le mie mani e adesso viaggia con i suoi piedi, con le sue gambe, in ogni manifestazione, in ogni piazza. Se c’è una lotta, risuonano i ‘Cento passi’ ed è una grande soddisfazione. Quando la sinistra vinse le elezioni in Grecia con Tsipras, i telegiornali in collegamento da Atene rimandavano le immagini della piazza e risuonava ‘Bella ciao’. Sentivo la mia voce e mi veniva la pelle d’oca”.