
“La lotta cura. La lotta ti interroga sulla cura. La lotta si prende cura. L’energia collettiva è terapeutica”, da Psicologia della Resistenza di Gianpaolo Contestabile.
Passo dopo passo le giornate diventano sempre più piene. Ci si accorge con il passare dei giorni di non avere più tempo per soddisfare tutte quelle cose che abbiamo in mente nella quotidianità. Il mondo del lavoro sta sempre più entrando nelle nostre vite e nelle nostre giornate sotto varie forme. Le logiche aziendali moderne del massimo profitto e del risparmio stanno portando a un sempre più evidente calo di personale impiegato come forza lavoro verso un aumento, perfino trasversale, dei compiti.
Le aziende vogliono e pretendono, le lavoratrici e i lavoratori cercano di non soccombere alle sempre più numerose pressioni. Gli orari prolungati sono diventati la normalità di ogni giorno. Le famose otto ore sono oramai un bel ricordo che appartiene spesso al passato. I ritmi del capitalismo moderno ci hanno incastrati in quella che il filosofo Byung-Chul Han definisce la società della stanchezza, un sistema basato sull’iper-prestazione e sulla spinta a dare sempre di più.
La tecnologia moderna ci sta disabituando alla così chiamata e tanto discussa “disconnessione”, lasciandoci sempre e comunque mentalmente presenti e connessi. Guardare e rispondere alle mail, ai gruppi whatsapp di lavoro, alle chat di Teams è diventata persino una nostra routine quotidiana dal buongiorno della mattina, fino a prima di addormentarsi la sera. Perché è smart, è semplice e veloce, non costa nulla. E così anche i datori di lavoro e i manager si sono quindi abituati, con il nostro ingenuo aiuto, a queste modalità rendendole prassi dovute. Tutto ciò, sommato alle disattenzioni di altra natura, come le fast news, i social e altro, sta andando a erodere l’attenzione sui pilastri fondamentali del riposo, dell’occuparsi della casa e della famiglia e soprattutto di sé stessi. Provare a tornare a quella che era la normalità è difficoltoso.
Se questa routine aggressiva logora la vita di qualsiasi lavoratore, diventa un muro insormontabile quando incontra la fragilità della salute. È esattamente di fronte alla malattia e alla disabilità che la trappola della produttività mostra la sua parte più spietata.
Prenderò spunto dalle esperienze per cercare di trasmettere come viene affrontata la quotidianità lavorativa di oggi in un contesto di diversità e fatica maggiore.
Un giorno arriva la notizia che non ti saresti mai aspettato, la malattia. Tutto ciò sopra descritto viene subito a mancare, come una vecchia scritta di gesso sulla lavagna di scuola cancellata da una spugna bagnata. La mente effettua involontariamente un reset di tutto ciò che ti circonda concentrandosi su un’unica cosa, ovvero semplicemente sopravvivere. Quindi iniziano le assenze dal lavoro causa malattia, iniziano le operazioni, le cure.
Passano i mesi. La sfida rimane sempre la stessa, salvare la pelle. Iniziano anche tutte quelle reazioni avverse che il corpo subisce e innesca perché avvelenato dalle terapie salvavita. I dolori cronici, l’enorme fatica fisica, la poca memoria e un elenco infinito di sintomi ormai cronicizzati che saranno per molti i compagni di vita. Per i più fortunati, si rimarrà sotto terapia farmacologica per anni e per anni si dovranno effettuare numerose visite ed esami di controllo. Si vive nella speranza che nulla di brutto si ripresenti ancora.
Passano i mesi. Bisogna rientrare al lavoro, ma solo per chi il lavoro ce l’ha ancora. Vi sono infatti tantissime persone che devono abbandonare il percorso lavorativo dimettendosi perché, dando la priorità alle cure, non riescono a farsi carico anche dei mal di pancia dei datori di lavoro. Come se ammalarsi e assentarsi fosse una colpa. Quando si rientra nei luoghi di lavoro dopo una lunga malattia, ci si accorge e si nota meglio quella routine malsana diventata la normalità descritta sopra. Chi ha altre priorità, quasi ataviche, come quelle di preservare la poca salute e la poca energia rimasta, non è in grado fisicamente e mentalmente di riprendere quei ritmi veloci e ingombranti che le altre persone “normali” mantengono. Forse è perché la mente, per colpa o per merito della malattia, ha riordinato ciò che è importante, ovvero la vita e la salute, e ciò che lo è meno. Per questo si tenta di fuggire dal rientrare in questo vortice.
Purtroppo nel mondo del lavoro le abitudini non svaniscono e quindi vi è una pretesa scontata e incurante delle aziende a ottenere anche da te, come da tutti gli altri, lo stesso maggior impegno anche quando le risorse fisiche e mentali sono cambiate. Incuranti e non pensanti, come se nulla fosse successo, dando per scontato che “è così che si deve fare ed è così che tu farai”. Le richieste di orario prolungato, di maggior dispendio di energie, l’assunzione di ruoli trasversali magari con mansioni più faticose sono all’ordine del giorno. Il senso di colpa pervade chi non ce la fa perché è stato malato e dentro di sé non ha la stessa vitalità del passato.
Allora si alza la mano, come una richiesta di aiuto, ma troppo spesso inutilmente. Ci si sente come un giocattolo rotto che non può più essere aggiustato e che non serve più. È qui che comincia la spinta celata verso ruoli minori, che molto spesso si trasforma in veri e propri demansionamenti e nello svuotamento progressivo delle mansioni. Il pensiero manageriale è spesso “non puoi più, in quanto meno performante, rimanere in ruoli attivi o di responsabilità, devi lasciare spazio a chi sta bene e può garantire quel rendimento” esasperato. Se provi a resistere di fronte a questa ingiustizia, vieni gradualmente isolato. Subentra un vero e proprio mobbing volto a farti cedere, a logorare la tua tenuta psicologica per spingerti ad arrenderti. Attorno a te si crea il vuoto, gli stessi colleghi si allontanano e ti isolano, spesso non per cattiveria, ma per la sottile e umana paura di subire ritorsioni a loro volta.
L’avanzamento di queste grandi ed enormi aziende strutturate appare inarrestabile su tutti i fronti, un ingranaggio cieco che travolge chiunque non riesca a stare al passo. Chi non ha la forza di reagire e di non soccombere, perché far valere i propri diritti quando si è già provati dalla malattia è enormemente faticoso, cerca comunque di tutelarsi con tutti i mezzi necessari che la legge mette a disposizione.
Di fronte a un muro, difendersi non è un atto di sfida ma una necessità per non lasciarsi cancellare. In una società focalizzata sulle alte prestazioni la gestione della malattia viene riconosciuta come un diritto legittimo, o prevale la pressione societaria e la gratificazione di controllo dei datori di lavoro? Basterebbe iniziare con formule di accomodamenti ragionevoli che puntino almeno ad applicare ciò che è presente nei contratti nazionali, nelle buone norme e, perché no, nel buon senso.
Il ruolo del sindacato in queste casistiche delicate è a parer mio molto importante. Le nostre strutture sono già ben attrezzate per prendersi carico di ogni esigenza di questo tipo anche attraverso gli Uffici delle Politiche Sociali e gli Uffici Vertenze e Legali delle Camere del Lavoro. Tramite l’alta formazione delle Rappresentanze, i ruoli delle Rsu e dei Delegati Sociali sono fondamentali per intercettare tutte queste criticità, ampliando sicuramente anche la consapevolezza a livello territoriale a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori in difficoltà, che vi è la possibilità di ricevere un aiuto concreto e di far valere i propri diritti.
Fare rete comune, lottare insieme su problematiche che oltre alla conflittualità lavorativa hanno al loro interno storie di veri e propri traumi e sofferenze, in un mondo del lavoro aggressivo e spietato come quello odierno e futuro, sarà un compito sicuramente prioritario e arduo. I sindacati di categoria dovranno trasmettere sempre più focus verso politiche e azioni comuni volte alla lotta e al dissenso verso gli scorretti comportamenti aziendali sulle fragilità, anche con l’aiuto di trattative di secondo livello che guardino alle tutele collettive, purtroppo sempre più difficoltose da far digerire alle aziende.
Non bisogna mai smettere di provarci. Le idee di uguaglianza e giustizia non devono affievolirsi mai. Passo dopo passo le giornate devono diventare sempre più piene di aiuto e di lotta sociale e collettiva.
