
In Lombardia è partita la corsa per la costruzione di Data Center, impianti di immagazzinamento dati, fondamentali per lo sviluppo delle ultime tecnologie e in particolare per IA, criptovalute, automazione industriale, e-commerce e scopi militari, oltre a digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Questa scelta è frutto della politica governativa che ha aperto la strada a capitali esteri (principalmente Usa), senza una seria strategia.
In Italia sono centinaia le richieste a Terna – più di 160 già accettate – per l’allaccio di nuovi data center, di cui quasi la metà in Lombardia. Attorno all’area milanese e pavese, ma anche nel lodigiano, cremonese e bresciano, sono decine i progetti che hanno già visto i primi passi dell’iter autorizzativo, attraverso le varianti urbanistiche.
Più di 30 progetti sono in fase di valutazione di impatto ambientale (Via) presso il Mase e sette ulteriori progetti sono stati considerati strategici dal Mimit, senza neppure un confronto con i territori. Tutti questi progetti sono hyperscale, con la richiesta di centinaia di megawatt di potenza. Dei soli 30 progetti in Via, l’energia necessaria è dell’ordine di circa il 7% del fabbisogno elettrico nazionale. A questo, vanno aggiunti i data center già funzionanti, che incidono intorno al 2% del fabbisogno nazionale.
Il progetto di Lacchiarella (Milano) è uno dei più grandi in valutazione, assieme a quello di Magenta e Vimercate, dell’ordine di 300 Mw di potenza e con un consumo stimato intorno ai due TeraWh annui, pari al consumo di oltre 500mila famiglie. Una delle principali criticità di questi impianti è proprio il loro contributo energivoro, che pone seri dubbi sulla tenuta energetica del paese, sulla sostenibilità della rete di trasmissione ad alta tensione, oltre ad avere un impatto sulle bollette dei cittadini. Il prezzo zonale, che ha sostituito il Prezzo unico nazionale (Pun) pone a rischio i territori che ospiteranno queste opere di una ricaduta inflazionistica pesante per le famiglie e i meno abbienti.
Il rischio concreto, da oggi al 2035, è che entrino in funzione decine di impianti, andando a richiedere una quota di oltre il 10% del fabbisogno nazionale, in un contesto già critico per l’importazione del 16% dell’energia elettrica.
Ci sono altre forti criticità dovute al consumo di suolo, all’uso dell’acqua per il raffreddamento (i progetti Amazon e Microsoft usano sistemi a bulbo umido, per cui nei periodi estivi vengono usati milioni di litri di acqua), oltre al problema delle isole di calore e dell’impatto microclimatico. Sempre più studi scientifici stanno dimostrando l’impatto dell’aumento delle temperature anche a due, tre chilometri di distanza. Lo studio più famoso è del ricercatore Marinoni dell’Università di Cambridge, ma il fisico Sergio Manera ha presentato al ministero uno studio indipendente proprio sul caso Lacchiarella. Questi studi hanno spinto la commissione tecnica Via del ministero dell’Ambiente a richiedere ai proponenti studi indipendenti, e, nel caso di Siziano, sono arrivate le prime risposte di parte. Per un data center a Siziano di media taglia, l’aumento delle temperature nel raggio di 400 metri sarebbe di 2°, confermando quanto esposto dai comitati e da scienziati e ricercatori.
C’è poi la questione salute, spesso sottovalutata, ma che trova conferma nei pareri e nelle richieste di nuovi studi, da parte dello stesso Istituto Superiore di Sanità. Una delle criticità più evidenti è negli stessi generatori di emergenza, con l’emissione di forti inquinanti come ossidi di azoto, Pm10, Pm2,5, Nh3 e altre sostanze. Di fronte alla richieste dell’Iss, alcuni proponenti, in fase di Valutazione di impatto sanitario, hanno dovuto ammettere di non rispettare gli indici di tossicità acuta e cronica imposti dalle direttive comunitarie e dall’Oms. Seppur in fase emergenziale o manutentiva, questi grandi impianti termici d’emergenza a gasolio creerebbero seri problemi con ricadute acute e anche croniche, colpendo sopratutto le vie respiratorie e il sistema cardiovascolare. La principale criticità è proprio nella stessa collocazione in terre lombarde, dove è già presente un forte problema di pessima qualità dell’aria, per il quale paghiamo due infrazioni comunitarie.
C’è poi l’impatto cumulativo di tutti questi progetti, in un contesto urbanizzato, antropizzato e inquinato come la Lombardia.
Serve un piano nazionale pubblico per queste infrastrutture, razionale e discusso con i cittadini e i territori. Non si può pensare di calare dall’alto i progetti delle Big Tech, senza un piano per il bene comune del nostro paese.
C’è, infine, l’aspetto che riguarda l’impatto dell’Intelligenza artificiale sul lavoro: che livello ci sarà di sostituzione di manodopera con algoritmi o modelli di IA e robot? È un tema ancora troppo poco discusso, che dovrebbe aprire una seria riflessione da parte di tutti. Noi dei comitati territoriali l’abbiamo posto e vogliamo aprire un dibattito su questa nuova tecnologia e sui suoi reali impatti ambientali, sociali e sul mondo del lavoro.
