Negli ultimi giorni si è assistito a costanti richiami da parte di politici e imprenditori sulle potenzialità dell’Intelligenza artificiale (IA), ritenuta addirittura in grado di distruggere l’umanità in un decennio. Lasciamo questi scenari alla fantascienza. Piuttosto viene da pensare che, dal momento che i Laocoonti e le Cassandre dei pericoli di questo ultimo ritrovato del progresso tecnologico sono proprio quelli che all’inizio ne hanno decantato le virtù (si pensi a Trump, che con la scusa dell’IA ha giustificato il licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici), la posta in gioco sia altra. Per esempio, l’accesso, il controllo e il possesso materiale dell’IA e delle sue potenzialità di sviluppo.

Come evidenziava Karl Marx 150 anni fa, il capitalismo non può protrarsi senza rivoluzionare i rapporti di produzione. Ne consegue che si apre davanti al nostro orizzonte un nuovo ciclo di lotte politiche e sociali, che sfocerà nella creazione di nuove gerarchie, disuguaglianze, discriminazioni. Quindi di nuove forme di repressione e di controllo sociale, attraverso il dispiegamento dei nuovi mezzi cibernetici a disposizione.

In verità, su questo versante, possiamo dire che i saperi di polizia hanno addirittura anticipato l’irrompere dell’IA, attraverso la creazione e il consolidamento di modelli predittivi e generativi legati alle strategie di controllo della criminalità. I quali, guarda caso, si sono sviluppati in parallelo al sorgere, nei primi anni ottanta del secolo scorso, dell’ideologia securitaria, in particolare nel Regno Unito e negli Usa.

All’epoca la crisi delle socialdemocrazie e la repressione dei movimenti sociali, in parallelo con la ristrutturazione industriale, coincisero con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, secondo la quale la responsabilità di creare condizioni di vita decenti appartiene alle scelte individuali e non alle politiche pubbliche. ‘Government is the problem’, il governo è il problema, disse Ronald Reagan nel suo discorso di insediamento. Di conseguenza, era necessario che lo Stato si ritirasse dalla società e dall’economia, lasciandole nelle mani dell’iniziativa privata, e riprendesse il suo ruolo di garante dell’ordine pubblico, ovvero di ‘nightwatch’.

I neoliberisti rampanti, consapevoli che il loro progetto di società avrebbe aumentato la forbice delle disuguaglianze e fomentato risentimenti, agirono in due direzioni: ideologicamente giustificarono le nuove disuguaglianze con la mancanza di iniziativa, capacità e volontà da parte degli strati marginali. Nella pratica cominciarono a dispiegare un apparato di controllo più sofisticato, dirottando le risorse sottratte al welfare verso il potenziamento dell’ambito repressivo.

I cosiddetti quartieri a rischio furono controllati attraverso presidi di polizia, mentre la cosiddetta tolleranza zero, che trovò il suo culmine negli anni ‘90 con Rudolph Giuliani, espulse dal centro le classi pericolose. Fu proprio l’ex-magistrato e allora sindaco della Grande Mela ad intuire le potenzialità dei mezzi informatici. Sotto la sua sindacatura venne creato il Compstat, ovvero un sistema di raccolta e immagazzinamento dei dati relativi all’andamento della criminalità nei cinque ‘borough’ newyorkesi, a cui la polizia poteva tranquillamente accedere, indipendentemente dal suo ambito di competenza.

Il Compstat fornì il pretesto per sviluppare, agli inizi degli anni 2000, un modello ulteriore, ovvero l’‘intelligence-led policing’, un modello di polizia che pretende di ispirarsi alle tecniche operative dei servizi di sicurezza. Attraverso il presidio dei territori “a rischio”, l’infiltrazione all’interno di gruppi sociali considerati pericolosi, i fermi preventivi, il controllo dei dispositivi elettronici di persone sospette, le forze di polizia entrano in possesso di una pluralità di dati, che immettono nel sistema informatico per elaborare le strategie e le pratiche di prevenzione della criminalità. Ovviamente ad essere controllati sono i gruppi sociali subalterni, quelli marginali e le persone che hanno precedenti penali.

Soprattutto, l’intelligence-led policing considera normale entrare in possesso dei dati biometrici dei sospetti, per poi immagazzinarli ed elaborarli attraverso mezzi informatici, innanzitutto l’IA, sempre più sofisticati. Siamo di fronte ad un pericolo elevato per le libertà civili, poiché le forze preposte alla repressione, oltre a possedere una quantità spropositata di dati, sono anche in grado di manipolarli attraverso l’utilizzo della tecnologia.

Inoltre, nel contesto degli scenari neo-autoritari che si vanno delineando, l’utilizzo della tecnologia in senso spiccatamente repressivo può condurre alla produzione e riproduzione di stereotipi criminali, oltre a una manipolazione finalizzata alla creazione del colpevole di turno. Di tutto questo dobbiamo avere paura. O meglio, esserne consapevoli per reagire. Piuttosto che inseguire narrazioni fantascientifiche.