
Nell’ossessione della minaccia russa, la spesa militare dell’Unione europea esplode, ma non si vede traccia della “difesa comune”, tanto evocata (almeno in Italia trasversalmente agli schieramenti politici). Ogni Stato fa soprattutto da sé. La Germania, ad esempio, con un piano nazionale che porta il bilancio della difesa a circa 163 miliardi di euro entro il 2029, è il caso più evidente di una corsa agli armamenti che procede soprattutto attraverso i bilanci nazionali.
Frammentazione e impreparazione, a fronte di uno sforzo senza precedenti negli investimenti bellici, sono certificate nel primo rapporto annuale dell’Agenzia europea per la difesa (Eda) dedicato alla “Defence readiness” (“Prontezza della difesa”, la locuzione eufemistica per mascherare il piano Rearm Europe).
Questo è quanto emerge dai pochi dati diffusi dall’Eda. Il rapporto, infatti, non è pubblico, ma ad “uso esclusivo dei governi”. Preparato con il contributo della Commissione assieme al Servizio europeo per l’azione esterna e allo staff militare dell’Unione, nei giorni scorsi è stato presentato ai ministri della Difesa prima del Consiglio Affari esteri e in vista del Consiglio Europeo del 15 e 16 ottobre.
Un dato salta agli occhi: gli investimenti in difesa ammontavano a 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del Pil dell’Ue, in previsione si potrà arrivare a 547 miliardi nel 2029. I Ventisette, sottolinea l’Eda, hanno raggiunto livelli di investimenti “senza precedenti” negli ultimi trent’anni.
Per quanto riguarda l’Italia, la spesa complessiva è stata di 45 miliardi, pari al 2% del Pil, circa 770 euro pro capite. Per la Germania, la quota è di 107 miliardi (1.279 euro pro capite). Una crescita senza precedenti, agevolata dalle risorse dei fondi Safe (prestiti agevolati garantiti dall’Unione). L’aumento della spesa si inserisce nella traiettoria fissata dalla Nato al vertice dell’Aja del giugno 2025, quando i governi si sono impegnati a portare entro il 2035 gli investimenti per la difesa al 5% del Pil, sotto la forte pressione esercitata da Donald Trump.
Ma l’Eda sottolinea che l’aumento della spesa non si è tradotto in forze sufficientemente operative e sostenibili e in grado di funzionare insieme. Secondo il Rapporto, restano “gravi lacune” nelle capacità. A fronte di quelli che vengono giudicati come avanzamenti, soprattutto nel campo dei droni e dei sistemi anti-drone, la necessità principale rimarrebbe quella di trasformare la spesa in capacità effettive come munizioni, scorte, logistica e addestramento.
Il problema di fondo segnalato dall’Eda è quello della frammentazione: il 68% degli investimenti si ferma al livello nazionale. È qui che la corsa al riarmo rischia di entrare in contraddizione con l’obiettivo di una maggiore capacità a livello Ue. Ventisette Stati che acquistano separatamente possono spendere molto senza ottenere capacità comuni. Se poi gli eserciti comprano sistemi diversi, con standard, tecnologie, piattaforme e cicli logistici differenti, diventa più difficile farli operare insieme efficacemente. Con il rischio di sviluppare capacità che evolvono secondo traiettorie diverse, anziché costruire un sistema europeo più integrato.
Il Rapporto invita a usare i fondi Ue per finanziare progetti comuni, non acquisti dei singoli Stati. Indica anche i settori in cui avrebbe senso concentrare gli investimenti comuni: dal comando delle operazioni militari al rifornimento in volo, dalle infrastrutture spaziali a una rete europea sicura per gestire e condividere i dati militari.
La corsa al riarmo avviene ovviamente a scapito di quello che si sacrifica per finanziarla. Il tema è stato rilanciato dal gruppo The Left al Parlamento europeo, a partire da uno studio commissionato dalla commissione Affari economici dell’Eurocamera. La ricerca segnala che, una volta esaurita la flessibilità prevista dalle regole di bilancio, la spesa aggiuntiva dovrà necessariamente essere finanziata con maggiori entrate o con tagli, che da sempre si concentrano in primis sullo stato sociale, sanità e scuola pubbliche.
Mentre la logica della difesa si estende anche al settore della ricerca e dell’università. I ministri della ricerca di otto Paesi Ue – tra cui Polonia, Svezia e Danimarca – hanno chiesto di rafforzare il ‘dual use’ nel prossimo programma quadro per la ricerca e l’innovazione, cioè tecnologie e progetti per applicazioni civili, utilizzabili anche in campo militare.
Bene ha fatto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, a denunciare come “l’aumento delle spese militari non determina più sicurezza, ma va a discapito dei necessari investimenti in salari, sanità, istruzione, nuove politiche industriali ed occupazionali e mette in discussione, in Italia e in Europa, la tenuta del nostro modello sociale”. Temi al centro della manifestazione nazionale del 17 ottobre.
(5 ottobre 2026)
