
Mario Pianta (a cura di), Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, pagine 250, euro 21.
Per settant’anni l’Europa ha costruito la propria identità attorno all’idea di uno spazio di pace. Oggi invece è il riarmo al centro dell’agenda politica europea.
Tempestivo e ricco di analisi arriva il volume curato da Mario Pianta “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”, con testi di Gianni Alioti, Anna Balestra, Raul Caruso, Futura D’Aprile, Dario Guarascio, Martin Köhler, Paolo Maranzano, Sara Mombelli, Daniela Musina, Mario Pianta, Marco Stamegna, Francesco Strazzari e prefazione di James K. Galbraith.
Il volume ricostruisce le origini della nuova militarizzazione europea, analizza l’evoluzione delle politiche di difesa dell’Ue, il ruolo della Nato, la crescita dell’industria militare, l’intreccio tra tecnologie digitali e nuove armi, gli effetti economici dell’aumento della spesa militare e le implicazioni per il welfare, la transizione ecologica e il modello di sviluppo europeo.
“Questo è un libro importante con un messaggio molto forte: la politica europea di riarmo è un errore. È dannosa per la sicurezza militare europea, è dannosa per l’economia e per il benessere degli europei”, sintetizza efficacemente Galbraith nella sua prefazione.
Per usare un termine ricorrente nel libro, il riarmo europeo è una politica “illusoria”.
Il volume affronta tre temi principali – la politica, l’economia e la tecnologia -, raccoglie analisi approfondite sulle industrie militari europee e documenta come investimenti di pari entità in sanità, istruzione, infrastrutture, e imprese civili produrrebbero benefici economici nettamente superiori.
Il contesto internazionale e i problemi della sicurezza europea sono alla base del riarmo dell’Unione, che ha identificato l’autonomia strategica come obiettivo fondamentale nella prospettiva di una futura Unione della difesa. Ma l’analisi presentata nel volume dimostra che le realtà politiche, militari e tecnologiche non consentono un perseguimento significativo dell’autonomia strategica. L’idea di fondare una maggiore integrazione europea sulla militarizzazione appare un progetto illusorio. Nel 2024 le spese militari dei paesi Ue membri della Nato hanno raggiunto i 317 miliardi di euro (+86% in termini reali sul 2014). Il bilancio Ue 2028-2034 prevede una spesa di 131 miliardi di euro per la difesa, sei volte superiore al bilancio precedente. Il ‘White Paper for European Defence – Readiness 2030’ sostiene che “gli investimenti nella difesa potrebbero raggiungere almeno 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni”.
Ma si manifestano quattro fattori distinti, spesso contraddittori: la “militarizzazione federalista” perseguita dalla Commissione europea; la “militarizzazione a geometria variabile” degli interessi e strategie divergenti degli Stati; la “militarizzazione della proiezione esterna” con cui l’Ue interviene, in misura crescente, nelle aree vicine; la “militarizzazione delle Big Tech” guidata dal potere tecnologico delle grandi imprese americane, rischio importante, ampiamente ignorato dalle attuali politiche.
La stagnazione, le restrizioni fiscali e monetarie, l’elevato debito pubblico e il sistema di governance economica dell’Unione fanno sì che il riarmo non possa essere finanziato senza gravi tagli alla spesa pubblica civile, in particolare quella sociale e ambientale.
Il libro dimostra che un’economia militarizzata contribuisce in misura molto ridotta alla crescita e all’occupazione. I paesi che spendono di più in armamenti – Usa, Uk e Francia – sono quelli più colpiti dal declino industriale. Maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità avrebbero effetti molto maggiori su crescita e occupazione, e migliorerebbero molto la qualità della vita.
L’attuale militarizzazione dell’Unione, inoltre, non può fare affidamento su un’industria della difesa integrata. Il complesso militare-digitale dominato dagli americani rischia di influenzare gli sviluppi economici e di sicurezza in Europa. Ancora una volta siamo di fronte a un progetto politico illusorio.
Il volume conclude che il riarmo dell’Unione non è una traiettoria di sviluppo sostenibile a lungo termine, non contribuisce a una crescita significativa né alla creazione di posti di lavoro, non conduce alla sovranità tecnologica e rende impossibile la transizione verde e la tutela dello stato sociale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è un modello economico sbagliato.
Le alternative per la sicurezza europea devono ritornare al principio della sicurezza comune (Helsinki, 1975) e al ruolo che può avere per la risoluzione dei conflitti, il disarmo e la cooperazione. Negli ultimi vent’anni, diversi contributi hanno posto la questione dei rischi ambientali come problema di sicurezza per l’Europa. Ciò porta alla necessità di una visione globale delle reali esigenze di sicurezza, che consideri anche le minacce non militari. In questa prospettiva, la militarizzazione e la tutela ambientale rappresentano visioni contrastanti dell’idea di sicurezza e di futuro del continente e del pianeta.
