Esistono delle storie di ingiustizia di cui pochi sono a conoscenza, storie dimenticate e seppellite dalle urla della propaganda che si scaglia sempre e solo contro i più fragili. Eppure dietro queste storie ci sono delle persone che ancora oggi attendono di capire cos’hanno fatto di sbagliato per finire dimenticate in uno sperduto carcere italiano. Questa è la storia degli “scafisti” passeggeri, ragazzi giovanissimi che hanno lasciato i loro paesi devastati dalla fame, dalla guerra e dalla persecuzione per sfuggire alla morte e sperare in un futuro meno atroce.

Ci hanno abituato a pensare che lo scafista sia un trafficante di uomini, un appartenente alla criminalità organizzata. Ma sono tanti anni che in Italia non mette più piede un vero trafficante. Quelli di oggi sono passeggeri come gli altri, hanno venduto tutto quello che avevano per pagare un biglietto. Altri hanno lavorato qualche anno in Libia per poter pagare la traversata e lì hanno scoperto il significato delle parole tortura e crudeltà.

Spesso questi passeggeri vengono segregati in capannoni vicino le coste, pronti a essere caricati di peso su un peschereccio, ogni volta che il mare lo consentirà. I trafficanti veri li fanno salire a bordo, spesso minacciandoli con fucili e armi perché facciano in fretta e con ordine. Li accompagnano fino a metà strada.

Raggiunte le acque internazionali i criminali sanno che è tempo di tornare indietro, di farsi riportare in Africa a bordo di un motoscafo o di una moto d’acqua, perché oramai si sa cosa succede in Italia agli scafisti. Così scelgono tra uno, due o tre di quei passeggeri spauriti e affidano loro i compiti da portare a termine. Molti di essi non sanno neppure nuotare, non avevano mai visto il mare prima d’ora. I trafficanti ne costringono uno a sedere al posto guida e prendere il timone – “devi puntare il nord, è facile” -, l’altro chiamerà i soccorsi dal satellitare.

Quando arriveranno la Guardia costiera o le Ong, queste anime prostrate verranno portate in Italia. Allo sbarco, la polizia e le altre autorità presenti chiederanno a tutti la stessa cosa: “Hai visto chi stava al timone?” Chi ha chiamato i soccorsi?”. I passeggeri diranno la verità, al timone c’era Lui. Diranno anche che prima c’erano gli altri e poi sono andati via, ma nessuno ci farà caso.

Lui verrà immediatamente preso in custodia e portato in carcere. Sarà accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il reato previsto dall’articolo 12 della famigerata Bossi-Fini. Le pene sono altissime, fino a 16 anni di reclusione. Dopo il naufragio di Cutro sono stati introdotti altri due reati, per il caso di morte o lesioni, con pene fino a 24 anni. È prevista la multa fino a 25mila euro per ogni passeggero trasportato. Un ragazzo è stato condannato a sette anni e 8 milioni di multa solo per essere rimasto seduto al timone con la barca ferma a motore acceso e 348 anime a bordo. Un altro, rivelatosi incapace di guidare è stato sostituito dal compagno. Sono stati processati separatamente: il primo condannato e il secondo assolto.

Per essere condannati non serve essere un vero trafficante o aver organizzato il viaggio, è sufficiente essere stato indicato come colui che teneva il timone o la bussola. La norma non richiede che il reo abbia davvero organizzato e realizzato l’ingresso irregolare di persone, ma solo che abbia compiuto degli atti diretti a favorire quell’ingresso.

In carcere, questi ragazzi giungono pieni di terrore e senza capire cosa stia accadendo. Non parlano la nostra lingua, spesso mancano gli interpreti del loro idioma, non riescono a spiegare al difensore, figuriamoci al giudice, cosa è successo. A volte, i passeggeri che hanno testimoniato allo sbarco vengono convocati per riconoscere lo scafista dietro a un vetro, in mezzo ad altri che dovrebbero somigliargli. Purtroppo capita anche che l’accusato venga messo in mezzo a gente molto diversa da lui. A quel punto i testimoni non avranno dubbi, lo riconosceranno tra mille, è Lui.

Questi stessi testimoni, nella maggior parte dei casi, lasciano l’Italia prima che sia iniziato il processo e le loro dichiarazioni raccolte al momento dell’arrivo, acquisite senza che sia presente il difensore dell’indagato a far domande nel suo interesse, vengono fatte entrare direttamente nel processo. Eppure sappiamo che la Costituzione prevede che l’imputato ha diritto al contro esame dei testimoni che hanno reso dichiarazioni contro di lui. Ma in questi casi non succede, quelle parole diventano una pietra tombale nel fascicolo e saranno usate per la condanna.

Di rado qualcuno viene assolto per aver agito al solo fine di salvare la propria e l’altrui vita dall’annegamento, quasi mai viene riconosciuto che sono stati minacciati e costretti dai veri trafficanti a sedere al timone o a chiamare i soccorsi. Eppure loro ci sono, innocenti, in ogni carcere d’Italia, e per anni pagano la colpa di essere stato il passeggero più sfortunato, quello che è stato scelto.