
Si sono riuniti a Bogotà in Colombia, il 15 e 16 luglio scorso, i governi di 30 Stati appartenenti a quattro contenenti (America, Africa, Asia ed Europa) in un vertice internazionale di emergenza convocato dal Gruppo dell’Aia contro il genocidio in Palestina. Il gruppo dell’Aia è un network di Stati nato dopo la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato “illegale l’occupazione israeliana della Palestina”.
Al vertice hanno partecipato Colombia, Sudafrica, Cina, Qatar, Spagna, Senegal, Libia, Libano, Oman, Algeria, Brasile, Indonesia, Messico, Turchia, Pakistan, Gibouti, Uruguay, Indonesia, Cile, Malesia, Irlanda, Honduras, Portogallo, Bolivia, Bangladesh, San Vincent e Grandines e Palestina. Trenta governi si riuniscono per discutere e condividere un percorso che porti la fine dell’occupazione israeliana della Palestina. Paesi che sono impegnati a vari livelli per salvare e conservare il Diritto internazionale, compresa l’attuazione della risoluzione dell’Onu che invita e sollecita gli Stati membri delle Nazioni Unite a operare per mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi entro il mese di settembre 2025.
Questo vertice assume un significato politico e dal punto di vista procedurale. Infatti, questi paesi non fanno altro che chiedere e sollecitare la comunità internazionale a rispettare questa Risoluzione dell’Onu. Dall’altra parte la sentenza della Corte ha creato obblighi legali vincolanti per tutti i 193 stati membri dell’Onu, così nessun paese delle Nazioni Unite può più fornire aiuto di qualsiasi tipo ad Israele, facilitando e mantenendo l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi.
Questo significa un embargo generale sulle armi. Questo percorso dovrebbe aprire la strada a una serie di misure concrete in tal senso, partendo dall’embargo sulle armi che significa bloccare vendita di armi, munizioni, equipaggiamento militare e anche componenti utilizzabili nei territori palestinesi occupati.
Certi Stati, come la Spagna e il Belgio, hanno già intrapreso questa strada sospendendo i permessi e le licenze per l’esportazione di armi verso lo Stato genocida di Israele, così come anche l’Olanda ha già bloccato la vendita di componenti del caccia bombardiere F35. Altre iniziative, anche se non di carattere governativo, hanno avuto un impatto fondamentale, come quelle che riguardano i porti e gli aeroporti dove i lavoratori si sono rifiutati di caricare e scaricare armi destinate ad Israele.
Sul fronte economico e commerciale i paesi partecipanti stanno valutando il blocco degli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, vietando l’importazione di prodotti come vino, frutta, cosmetici o tecnologia che arrivano da queste zone considerate illegali dal diritto internazionale. L’Irlanda ha già annunciato che introdurrà una legislazione per bandire i prodotti degli insediamenti costruiti illegalmente nei territori palestinesi, anche la Francia sta valutando misure simili.
Si stanno attuando anche altre misure più drastiche, che comprendono sanzioni soggettive ed individuali contro ministri e funzionari israeliani responsabili della politica di insediamento, come il congelamento dei beni personali e il divieto di ingresso nel paese, la sospensione e il congelamento degli accordi di cooperazione scientifica e accademica con Israele. Ad esempio, il Brasile ha già richiamato il suo ambasciatore da Israele, la Colombia ha già annunciato la sospensione del partenariato con la Nato – la Colombia è l’unico paese dell’America Latina che ha questo rapporto con l’Alleanza atlantica.
Questo vertice, aldilà delle decisioni assunte, manda quattro messaggi ben precisi ad altri soggetti ben individuati. Il primo messaggio alla comunità internazionale relativo all’universalità e alle indivisibilità del diritto e della legalità internazionale, perché non è possibile avere due pesi e due misure. Il secondo messaggio è rivolto ai 57 paesi arabi e musulmani che non hanno fatto nulla per salvare la popolazione palestinese dal genocidio. Questo è uno schiaffo morale, etico e politico a questi paesi. Il terzo messaggio è rivolto ad Israele e ai suoi principali alleati, gli Usa e l’Unione europea, per dire e ricordare che le organizzazioni internazionali e le loro risoluzioni vanno rispettate e praticate, comprese le sentenze della Corte Penale Internazionale e delle Nazioni Unite.
Infine, un messaggio di portata storica è rivolto al popolo palestinese che non deve sentirsi solo. Questo ultimo messaggio, aldilà della sua importanza storica, rappresenta un atto di solidarietà e di sostegno alla causa del popolo palestinese in un momento particolare in cui tanti attori e soggetti stanno cercando di liquidare questa nobile causa.
