
Uno spirito legato alla giustizia sociale e alla libertà individuale e collettiva.
Difficile parlare della Vanoni. Ornella fu per la mia generazione una rottura – come ci era capitato con Domenico Modugno – con il passato di musica leggera fatto da madonne, signorinelle pallide, malinconie, colombe, eccetera. Come Volare fu una scossa di alto voltaggio, ci (mi) capitò di vivere la stessa emozione con l’esordio di Ornella in televisione.
In coppia spesso con Gino Paoli riempiva alcune nostre serate con il sali-scendi del juke-box (ne ho ancora una nostalgia enorme: ce n’è ancora qualcuno in giro: prima o poi lo comprerò) in cui mettevamo “Sapore di sale” o “Senza fine”. Ma Ornella andava oltre ed entrava in un campo difficile e fino allora quasi inesplorato, con le canzoni della ‘mala’ “Hanno ammazzato il Mario”, “Le mantellate”, “La zolfara”, eccetera. Indimenticabile fu poi “Ma mi”, scritta da Strehler con la musica di Fiorenzo Carpi.
Davvero, più grande di prima.
Del resto lei veniva anche dal teatro, dove aveva recitato anche come attrice, con Strehler al Piccolo. E ancora tanti generi, dal pop tradizionale al cantautorato ligure, dalla frequentazione della bossa nova al jazz. E poi, trasferitomi a Milano nel lontano ’63, la vidi – non ricordo più in quale teatro (al Manzoni, all’Odeon o al Lirico, non ricordo ma importa poco: basterebbe guardare su Google) – a cantare e recitare per “Rinaldo in Campo”, grande capolavoro di commedia musicale.
Ancora la dolcissima “Che cosa c’è”, scritta nel 1963 da Gino Paoli, che scriverà per lei “Senza fine”. Li vidi assieme a Napoli, non ricordo più in quale anno, durante un loro concerto stupendo.
Poi nel 2011, con Paolo Fresu e Paolino Dalla Porta, in una serata memorabile dell’Atelier Musicale, da me presieduto. Non posso dimenticare: finito il concerto, organizzammo una cena e Ornella, che si sarebbe nei giorni successivi recata in Sardegna per una serata jazz con Paolino, venne con noi in una piccola osteria in piazzale Medaglie d’Oro.
Fu la serata più divertente e un po’ triste della mia vita nella ‘Secondo Maggio’. Le piacque inizialmente, poi si era stancata; voleva parlare con Paolo Fresu ma un assieme di avventori le chiedeva l’autografo. Era francamente stufa (ma era fatta così, con questa altalena di alti e bassi), non le piaceva il vino dell’osteria, e ci chiese quasi “al finale” di tornare a casa. Ovviamente la accontentammo. Fresu era imbarazzato, ma la conosceva bene e la adorava.
Quando penso al suo ‘fin de partie’ mi viene in mente quella strana coppia: con la Vanoni che aveva espresso il desiderio, poi soddisfatto, che al suo funerale, fosse Fresu, con la sua tromba, a pareggiare il finale della sua bellissima vita (non ho mai chiesto a Paolo cosa fosse accaduto in Sardegna, ma prima o poi lo farò).
Ornella Vanoni – era quello che più mi incantava di lei – era uno spirito legato alla giustizia sociale e alla libertà individuale e collettiva, come espressioni indissolubili di un mondo tutto da rifare.
Dire che la compiango è poco. Se ne va un piccolo ma importante pezzo della mia vita.
Sabato 6 dicembre, ricordando un altro grande personaggio della canzone milanese e non solo, Enzo Jannacci, nel concerto “Jannacci e la sua Milano” con Alessio Lega, Rocco Marchi, Guido Baldoni, Enrico Intra e con la presenza di Piero Colaprico, direttore di quel gioiello che è il Teatro Gerolamo, abbiamo avuto l’occasione per ricordarla e commemorarla anche attraverso alcune canzoni che erano nel programma, quali “Ma mi”.
Ciao, Ornella!
