L’impennata delle spese militari nel vecchio continente sta trasformando il sogno dell’Europa dei popoli del Manifesto di Ventotene nell’incubo dell’Europa dei popoli armati, che l’attuale commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen pone come strategia prioritaria. Insomma a Bruxelles sostengono che ‘se vuoi la pace, prepara la guerra’. Le nuove parole d’ordine sono guerra e riarmo, e il green deal finisce sotto i cingoli dei carri armati, al pari del welfare. “Non si sta parlando più di transizione ecologica, invece è tornata al centro del dibattito politico la reintroduzione del servizio militare obbligatorio”, conferma Paolo Maranzano. L’economista milanese è convinto, dati alla mano, che il miglior investimento possibile sia quello sulla pace. “É una follia, per giunta antistorica, sostenere che chi acquista armi poi non le usi. Se non lo fa in casa propria, lo fa in casa di altri”.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, in particolare dopo l’annuncio del piano “Rearm Europe”, l’incremento di valore dei titoli delle società produttrici di armi è stato impressionante. Solo per restare in casa nostra, le azioni di Leonardo sono quasi decuplicate. Mala tempora currunt, non le pare?

“Il mercato azionario è sempre il primo agente economico-sociale a reagire. In alcuni casi anticipa le stesse trasformazioni che avvengono nella società. Anticipa le crisi, anticipa le bolle. Ha chiaramente già compreso che se la corsa al riarmo è cosa seria – e il mondo della finanza ne è convinto – allora in quel settore si possono fare soldi. Il mercato azionario non solo è un indicatore di quel che sta succedendo, è sempre un passo avanti. In seguito bisognerà capire come reagiranno la società e l’economia reale. Però il mercato azionario, almeno nel comparto aero-spazio-difesa, in questo momento dice che le aziende stanno guadagnando un sacco di denaro. Hanno stabilizzato e incrementato le loro posizioni finanziarie. Non solo Leonardo. Il rapporto di Mediobanca ‘Sistema Difesa nel mondo e in Italia’ del 2024 evidenzia un record globale nella spesa per il comparto. Se poi si prendono come riferimento i mesi prima della guerra, alla fine del 2021, nel settore aereo-spazio-difesa il valore delle azioni è aumentato del 72%, mentre l’indice generale di tutti gli altri settori segna un più 20%. C’è stata la crisi, il post Covid, il recupero, l’iniezione economica attraverso il Pnrr, comunque sia il settore della difesa è cresciuto tre volte tanto rispetto al resto. Sempre dal rapporto di Mediobanca si vede molto bene che in realtà – questo ha stupito anche me – sono le aziende europee ad aver beneficiato molto di più di quelle americane. Complessivamente tutto il mondo ha beneficiato del business delle armi, però le fabbriche europee hanno fatto numeri che sono più del doppio di quelle statunitensi. É un segnale preciso, significa che in Europa ci stanno credendo fortemente. Non è un bel segnale”.

Grazie ad un racconto mediatico e politico dai toni esasperati, l’Unione europea investe massicciamente nel settore militare, cercando così di nascondere la profonda crisi industriale che la attanaglia, e in assenza di una strategia alternativa per rilanciare l’innovazione, la crescita e l’occupazione. Ma non è una scelta di corto respiro, vista anche l’estrema debolezza dell’Europa al tavolo delle trattative con le grandi potenze mondiali?

“A definirla una scelta miope stiamo facendole un complimento. Stiamo rincorrendo una supposta emergenza con una risposta di pancia, ignorando completamente la realtà. Questa ti dice che sei un continente in stagnazione in vari ambiti, non solo in quello economico ma anche in quello demografico, con effetti sulla sostenibilità dei bilanci pubblici, quindi non è un buon momento. C’eravamo lanciati ormai dieci anni fa sul green deal e questo ci aveva fatto fare un balzo in avanti. Non voglio utilizzare il concetto di morale, ma certo avevamo posto come priorità l’obiettivo di una crescita sostenibile. Ora però la governance europea ha abbandonato il progetto del green deal con una facilità disarmante, giustificando con ‘l’emergenza Ucraina’ la corsa agli armamenti. Eppure sono convinto che ci sia un pezzo di Europa che vuole continuare sulla strada del green deal. La Spagna, ad esempio, non ha mostrato alcun interesse a entrare nel business delle armi. Ma tutto il blocco dell’Est, gli ex membri del Patto di Varsavia, quelli che hanno subito settant’anni di occupazione/dittatura, chiamiamola come vogliamo, hanno dei rancori profondi e un peso economico e sociale in Europa che prima non avevano, penso soprattutto a Polonia e Ungheria. E se tu parli con un polacco oppure con un estone, loro hanno il terrore di trovarsi davanti casa i carri armati russi. Ma un conto è invadere l’Ucraina, che non è un paese Nato, altro conto invadere anche solo un centimetro dell’Estonia. Insomma non riesco a immaginare che domani i russi dicano ‘facciamo la guerra a mezzo mondo’, tra l’altro quello ben armato. Non ha senso. E poi come fai a parlare di una crescita sostenibile, anche sotto il profilo sociale, e progettare il riarmo e rimettere la leva obbligatoria? Le due cose non stanno insieme”.

La sudditanza dell’Ue verso gli Stati Uniti è un fatto acclarato, al pari degli ostacoli che Bruxelles sta ponendo verso le produzioni e gli investimenti cinesi. Anche in questo caso, non pensa che sia una scelta miope?

“Certo, ma è in linea con la nostra storia. E non parliamo solo di armamenti. Il primo esempio da fare sono i rigassificatori. Nel momento in cui abbiamo deciso di attivare i pacchetti di sanzioni contro la Russia che era il nostro primo fornitore energetico, guarda caso arriva subito l’amico americano che ti offre una soluzione che porta vantaggio solo a lui. Così compriamo il gnl dagli Stati Uniti per rifornirci al doppio, al triplo del prezzo che facevano i russi. La sudditanza porta anche a questo. E nessuno ha fatto nulla, perché evidentemente va bene così. Facendo pagare alla popolazione, in questo caso, il prezzo economico dell’operazione, giustificandola dicendo che abbiamo un alleato e un certo tipo di valori, e stiamo con loro fino alla fine”.

Più di un suo collega teme, dati alla mano, che sia prossima l’esplosione di una nuova ‘bolla’ finanziaria. Lo pensa anche lei? E quali sarebbero le cause dell’ipotetico crack ?

“Detta brutalmente, mi auguro che sia solo una bolla. Perché se la bolla c’è, allora esplode e poi fine. Il fatto è che, almeno nei tre paesi principali dell’Europa, l’industria delle armi non genera posti di lavoro, non tanto quanto gli altri settori strategici, a partire da quello ambientale, della salute e della scuola. Più che di bolla, secondo me qui c’è da parlare dell’impegno istituzionale. Nel senso che, esattamente come con il green deal, quello che c’è da capire è se le istituzioni europee stanno bluffando e seguono la pancia come dico io, o invece ritengono che la nostra strada ormai sarà questa, e dobbiamo sostanzialmente rimangiarci gli ultimi settant’anni di storia e di progressi che abbiamo fatto nella società e nell’economia, per tornare a un modello che è chiaramente il modello americano, o quantomeno gli ruota attorno. Negli Stati Uniti la spesa militare è davvero una leva di politica economica. Ma questo è vero solo se hai un apparato industriale in grado di sostenere questa operazione. Lì funziona perché hanno gli strumenti, la tecnologia, il know how. Invece qui dicono ‘riarmiamoci’ ma importiamo il 46% della spesa totale di equipaggiamenti militari, di cui il 94% è americano. Allora ribattono che ‘tra cinque anni saremo pronti’. Ma pronti a cosa?”.

Il piano Trump per la pace in Ucraina prevede investimenti per la ricostruzione con la partecipazione di capitali russi congelati e la creazione di una joint venture che porterebbe a una nuova fase di cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia. Quali sarebbero gli effetti per l’Ue, che del pericolo russo ha fatto un mantra, fino a diffondere nell’opinione pubblica l’immagine di una invasione dell’Europa da parte di Mosca?

“L’immagine dei carri armati russi in piazza del Campidoglio a Roma, magari con la bandiera dell’Urss sopra, è un’autentica follia. Piuttosto si dimentica che, in tempi non sospetti, Trump disse che l’Unione europea era stata costruita per truffare gli americani. Che cosa ci si deve aspettare dopo una tale affermazione? Che quando arriverà il momento della trattativa, ne verrai tagliato fuori. L’ipotesi più probabile è che noi rientreremo in questo scenario di pace facendo la figura di quelli che la guerra la volevano continuare, perché o vince l’Ucraina o è una sconfitta a prescindere. La verità è che la Russia parla con una testa, gli Stati Uniti parlano con una testa, perfino l’Ucraina parla con una sola testa, mentre noi ne abbiamo ventisette. E di quelle 27 al massimo vanno d’accordo a coppie”.

Eppure Ursula von der Leyen insiste a dire che se vuoi la pace devi armarti…

“Una posizione folle, e antistorica. Non sono uno storico ma un grande appassionato della materia, e una delle poche leggi che ci sono nella storia è che non esiste il ‘vis pace para bellum’. Quando prepari le armi poi le vai a usare da qualche parte, magari non a casa tua ma le usi. Non si costruiscono armi per tenerle lì”.

Insomma, anche economicamente la pace conviene…

“La guerra conviene a pochissimi, entro certi limiti a Leonardo. Ma quanti potranno essere i posti di lavoro dell’industria miliare? Qualche migliaio, non di più. Intanto da noi le fabbriche chiudono, penso all’Ilva che è solo la punta dell’iceberg, mentre la Nato chiede ai paesi europei di arrivare al 5% di Pil per le spese ‘per la difesa’. Questo vuol dire che in Italia ti dovresti impegnare a trovare in bilancio tutti gli anni 70 miliardi. Come fai? Sarà sempre troppo tardi quando ci renderemo conto che abbiamo perso tempo, intanto sacrifichiamo lo stato sociale, e anche qualche diritto”.

(2 dicembre 2025)