Lo straordinario percorso intellettuale e militante di Enrico Pugliese si è purtroppo concluso il 28 novembre scorso. Iniziato a Castrovillari nel 1942, proseguito a Napoli-Portici, poi a New York e a Berkeley, successivamente in Germania per poi tornare in Italia, riprendendo le fila delle indagini giovanili sul lavoro agricolo e sul Mezzogiorno, transitando sulle strade dell’emigrazione che aveva trasformato contadini e braccianti meridionali in operai delle grandi fabbriche del nord Italia e nord Europa, mentre insegna e presiede la Facoltà di Sociologia alla Federico II di Napoli e poi alla Sapienza a Roma.

Negli anni ‘80 e ‘90 il suo tragitto si concentra sull’immigrazione, su mercato del lavoro, welfare e disoccupazione-lavoro nero e precario, come forme costitutive del modello di sviluppo italiano. Lancia iniziative a sostegno dei diritti degli immigrati, contro il razzismo, continuando ad applicare, nelle sue innumerevoli ricerche – scritte spesso a più mani con una nutrita schiera di altri autorevoli studiosi, ricercatori e collaboratori (Mottura, Graziani, Nardone, Macioti, Calvanese, Rebeggiani, Carchedi, Colucci e Vitiello, tra molti altri) – la metodologia dell’inchiesta e contrastando “un certo empirismo astratto abbastanza diffuso tra le schiere dei sociologi”.

Ma l’indagine partecipata, per essere coerente e produttiva, non può non basarsi anche su un’analisi rigorosa dei dati disponibili, sulla loro comparazione, sul rifiuto dell’ideologia a livello interpretativo. Ed è proprio il contatto diretto coi soggetti dell’indagine che consente di capire e interpretare il movimento sociale, le grandi mutazioni che intervengono sempre più rapide nel lasso di tempo che egli attraversa, dagli anni ‘60 ad oggi.

“Sporcarsi le scarpe”, come invitava a fare Manlio Rossi-Doria – di cui Enrico fu uno degli allievi prediletti – implicava anche una comprensione condivisa del vissuto e delle prospettive dei soggetti indagati. Per questo, la ricerca e la militanza sono sempre stati compresenti nel lavoro di Enrico.

Militante del movimento studentesco contro la guerra nel Vietnam, poi dirigente di Avanguardia Operaia a Napoli tra la fine dei ‘60 e la prima metà dei ‘70. Quindi nel ‘manifesto’; sempre in stretto rapporto con la Cgil e le sue organizzazioni (fu dirigente dell’Ires-Cgil della Campania) e con le associazioni dei migranti italiani e degli immigrati in Italia.

Negli ultimi anni, dopo aver diretto l’Irpps-Cnr, tornò ad occuparsi di emigrazione, questa volta della cosiddetta nuova emigrazione – inattesa, quanto consistente – sviluppata dopo la crisi del 2007-08. Su quest’ultimo oggetto di indagine, come per gli altri che aveva trattato nei decenni precedenti, Enrico fornisce un quadro decisivo per la comprensione del fenomeno, dalla sua composizione alle sue ragioni, alle tendenze. Nel volume “Quelli che se ne vanno” (Il Mulino 2018) – che costituisce anche l’esito di numerosi approfondimenti seminariali con le organizzazioni dell’emigrazione (Fiei, Filef, Faim) a partire dal 2012 – descrive nel dettaglio la nuova natura di questo ciclo emigratorio, al di là della vulgata e della cronaca: essenzialmente proletario e connotato da alti livelli di precariato, anche se partecipato da più classi sociali, ivi inclusi quelli dei più scolarizzati, laureati e ricercatori.

E’ una fotografia degli esiti del neoliberismo in declino che, insieme al nomadismo dei capitali in cerca di valorizzazione libera e immediata, spinge le nuove generazioni di lavoratori a riprendere antiche e nuove rotte verso lidi relativamente migliori, lasciando le aree di partenza al loro destino.

Sulla ricorsività di questo destino, poi precisato nell’ultima pubblicazione, scritta insieme a Mattia Vitiello, “Storia sociologica dell’emigrazione italiana dall’unità ad oggi” (Donzelli 2024), in una intervista realizzata da Giustina Orientale Caputo nel 2022 (qui il testo e qui il video) in occasione degli 80 anni, Enrico Pugliese dice: “Nella lunga storia italiana questo carattere di crocevia non è una novità, ma in questo caso essa è legata a fenomeni nuovi di segmentazione e internazionalizzazione del mercato del lavoro. I lavoratori stranieri, che arrivano magari anche come rifugiati, soddisfano segmenti della domanda di lavoro italiana, mentre i giovani italiani che partono per le destinazioni più varie, ma in massima parte per i paesi dell’Ue, hanno una ricchezza di capitale umano che soddisfa la domanda di lavoro dei paesi di destinazione. Tutto ciò però in un quadro di precarietà che rappresenta la cifra che unifica i protagonisti appartenenti alle diverse classi sociali e aree di provenienza”.

Ma soprattutto: “Si tratta di un aspetto del fenomeno più generale della disoccupazione (…) una caratteristica immanente al sistema produttivo e sociale italiano …”.

Per approfondire: Inchiestaonline: https://www.inchiestaonline.it/author/enrico-pugliese/

Matteo Sanfilippo, In ricordo di Enrico Pugliese: https://www.cser.it/in-ricordo-di-enrico-pugliese/

IRPPS-CNR: https://www.irpps.cnr.it/cordoglio-per-la-scomparsa-del-prof-enrico-pugliese/