
Il secondo turno delle elezioni presidenziali peruviane del 7 giugno scorso ha nuovamente messo in luce una delle fratture politiche e sociali più profonde dell’America Latina: il confronto tra le élite urbane concentrate nelle grandi città, e le maggioranze popolari delle regioni rurali e storicamente escluse.
Queste elezioni, ancora in una situazione di sostanziale parità (con una differenza dello 0,04%), vedono contrapporsi due progetti di Stato profondamente diversi: da un lato la proposta di fermezza e militarizzazione di Keiko Fujimori, dall’altro la piattaforma di intervento statale nei settori strategici promossa da Roberto Sánchez.
Sebbene i primi risultati ufficiali attribuissero a Keiko Fujimori un vantaggio di circa cinque punti percentuali su Roberto Sánchez, la stessa candidata ha riconosciuto che si trattava di una competizione estremamente equilibrata, consapevole che gran parte dei voti ancora da scrutinare proveniva da territori rurali nei quali il suo avversario godeva di un forte sostegno.
In questo contesto, la sfida tra Fujimori e Sánchez trascende le tradizionali differenze programmatiche e diventa l’espressione di due progetti di Paese profondamente contrapposti. Da un lato, Keiko Fujimori rappresenta la continuità di un settore politico storicamente legato al modello neoliberista introdotto negli anni Novanta durante il governo di suo padre, Alberto Fujimori, e segnato da gravi accuse di autoritarismo e corruzione. La sua candidatura ha ricevuto importanti appoggi dal mondo imprenditoriale, una significativa presenza nei grandi mezzi di comunicazione e un forte sostegno a Lima, dove si concentra gran parte del potere economico e finanziario del Paese; una candidatura che rappresenta le destre nazionali e regionali.
Dall’altro lato, Roberto Sánchez emerge come espressione dei settori popolari, rurali e periferici che da anni denunciano la disuguaglianza territoriale, la concentrazione della ricchezza e l’esclusione politica di ampie fasce della popolazione.
Più di 27,3 milioni di cittadini sono stati chiamati alle urne in un Paese che affronta queste elezioni segnato da una grave crisi istituzionale. Il Perù ha avuto otto presidenti in meno di un decennio, un dato che riflette non solo la fragilità del sistema politico, ma anche l’esaurimento di un modello di governabilità incapace di rispondere alle domande sociali accumulate nel corso degli anni.
La geografia elettorale mostra ancora una volta una realtà che si ripete in diversi Paesi latinoamericani: mentre le grandi città tendono a orientarsi verso opzioni associate a una presunta stabilità economica e agli interessi dei gruppi imprenditoriali, le zone rurali e andine sostengono alternative che promettono trasformazioni strutturali e una maggiore redistribuzione della ricchezza.
Questa divisione, oltre a essere ideologica, riflette decenni di sviluppo diseguale, centralismo statale e profonde disuguaglianze sociali che continuano a influenzare il comportamento elettorale.
Allo stesso tempo, è significativo che il presidente del Giurì Nazionale delle Elezioni abbia escluso preventivamente qualsiasi ipotesi di frode elettorale. Questa dichiarazione assume particolare rilevanza poiché negli ultimi anni l’America Latina ha registrato una crescente tendenza alla giudizializzazione e alla contestazione dei risultati elettorali.
Da diversi settori politici si è fatto sempre più ricorso a strategie di delegittimazione istituzionale di fronte ai risultati delle urne. L’insistenza di Fuerza Popular nel sostenere che “il processo non è ancora terminato” e che verrà avviata la difesa del voto, si inserisce in una logica politica ormai ricorrente in numerosi Paesi, dove la disputa non si conclude necessariamente con la chiusura dei seggi ma prosegue nei tribunali, nei media e sui social network.
Ciò che comunque può essere affermato è che le presidenziali peruviane hanno un carattere paradigmatico. L’attuale scenario politico peruviano, infatti, non può essere compreso senza considerare le profonde trasformazioni economiche e istituzionali avviate negli anni Novanta in tutta l’America Latina, in Perù nello specifico sotto il governo di Alberto Fujimori.
Il modello neoliberista imposto in quel periodo, attraverso privatizzazioni, deregolamentazione economica e riduzione del ruolo dello Stato, ha certamente favorito la crescita di alcuni indicatori macroeconomici, ma ha soprattutto consolidato una struttura sociale caratterizzata da forti disuguaglianze territoriali e da una marcata concentrazione della ricchezza.
In questo senso, la stabilità economica spesso rivendicata dai sostenitori del modello fujimorista–neoliberista, non si è tradotta in un’effettiva democratizzazione delle opportunità sociali, al contrario ha minato alla base qualsiasi coesione sociale, lacerando il tessuto sociale minimo per una convivenza “pacifica”.
Forse dovremo attendere probabilmente ancora qualche giorno per verificare se i subalterni sono riusciti, tramite il voto, ad affermare la possibilità di riaprire l’orizzonte della storia che molti davano ormai per finita.
(14 giugno 2026)
