Si è spento Mario Pugliese e con lui se ne va un pezzo di quella Sicilia e di quell’Italia che credono ancora nella militanza come respiro vitale. Non è un addio qualunque, questo.

La sinistra sindacale e politica, quella vera che si sporca le mani e non ha paura di guardare in faccia la realtà ha perso una delle sue colonne portanti, un uomo che ha saputo intrecciare con la sua militanza nella Funzione Pubblica Cgil e nella politica nella sinistra d’alternativa, nel Prc, i bisogni sociali con le aspirazioni ideali.

La sua scomparsa, dopo una lunga malattia, ha scatenato un’onda di ricordi, di parole che dipingono il ritratto di un militante nel senso più nobile del termine.

Non era solo un funzionario sindacale, persona di rigore e di profonda competenza, ma un uomo che sapeva stare in piazza, un intellettuale che non si è mai tirato indietro, un tessitore di relazioni umane, un maestro nel tenere insieme le complessità.

La sua biografia politica è un racconto che parte dalle lotte globali, quelle che scuotono le coscienze, per arrivare ai diritti più concreti, quelli che cambiano la vita delle persone.

Molti lo ricordano muovere i primi passi in Democrazia Proletaria per poi proseguire con Rifondazione Comunista. Ma Mario non si è mai limitato a un impegno di partito.

Lo si trovava nelle “piazze calde” della Sicilia, a Comiso contro i missili, a Sigonella, a Niscemi nelle mobilitazioni antimilitariste. E poi le battaglie ambientali, contro il Ponte sullo Stretto, contro la devastazione del territorio.

La sua voce era una presenza costante in ogni battaglia per l’emancipazione.

C’era anche un altro fronte, forse meno appariscente ma altrettanto decisivo: quello della competenza tecnica, della proposta legislativa. Esperto di diritto del lavoro ha messo le sue conoscenze al servizio della tutela.

Pensiamo al suo contributo fondamentale nella stesura della legge di iniziativa popolare per il salario minimo legale a dieci euro l’ora. Per lui non era solo una cifra, ma il riconoscimento di un reddito che garantisse una vita libera dallo sfruttamento.

E poi le proposte sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, unendo l’analisi giuridica all’impegno per la giustizia sociale.
Dai racconti di chi lo ha conosciuto emerge un uomo che rifiutava gli stereotipi del militante dogmatico. Un compagno capace di ascoltare, di creare legami, che univa la fermezza delle idee alla dolcezza dei toni. In un ambiente politico spesso lacerato da divisioni, la sua capacità di “tenere insieme le complessità” era un dono prezioso.

Anche nel sindacato, nella Fp Cgil, era noto per competenza, passione, rigore e uno straordinario senso di giustizia, sempre con il faro puntato sulla difesa dei diritti e della dignità del lavoro.

Un amico ha raccontato di un episodio che parla da sé: l’ultimo incontro a uno sciopero generale dei sindacati di base. Si sono parlati con gli occhi, sorridendo, una complicità che andava oltre le sigle. La sua militanza non conosceva confini: presente con l’Anpi ogni 25 Aprile, nei comitati per l’acqua bene comune, nelle lotte antimafia.

La sua figura incarna un modello di impegno che non passa di moda: radicato nel territorio, capace di unire l’azione diretta nei conflitti con lo studio e la proposta concreta, animato da una forte etica.

Ora tocca a noi onorare la sua memoria, proseguendo sulla strada che ha contribuito a tracciare. Possiamo e dobbiamo “far diventare seme il ricordo del suo impegno”, come hanno scritto i suoi compagni del Prc.

Ma quali sono queste strade oggi? La sua vita ci suggerisce le risposte.
Mario non sceglieva tra la piazza e i palazzi: occupava entrambi, convinto che la protesta dovesse trasformarsi in diritto, in istituzioni. La battaglia per il salario minimo ne è l’esempio perfetto: una mobilitazione popolare supportata da un lavoro tecnico ineccepibile.

In un’epoca in cui il conflitto sociale rischia di essere solo testimonianza o la proposta politica pura accademia questo metodo è più che mai attuale.
La sua militanza non era ideologica o fine a se stessa; guardava alla presenza nelle fabbriche, nei quartieri, nelle battaglie ambientali.

Questo gli garantiva un’autorevolezza che superava le appartenenze di partito. Per un sindacato e una politica spesso accusati di essere distanti dalla vita reale delle persone il suo esempio è un monito a tornare a un impegno “sotto il sole e tra la folla”.

Mario apparteneva a una generazione che ha saputo costruire sapere e pratica nel lungo corso. Se ne va lasciando un vuoto di presenza e di sapere. Ma lascia anche una memoria fatta di lotte, di studio, di sorrisi complici nelle piazze. Il modo migliore per ricordarlo è riprendere con la stessa serietà e passione le battaglie a cui ha dedicato la vita: per il lavoro dignitoso, per la giustizia sociale, per una Sicilia e un’Italia libere dallo sfruttamento e dalle mafie.

La sua lezione è nell’impegno al fianco degli ultimi, un impegno che non passa e non passerà mai di moda.