Gioacchino Garofoli, Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi, FrancoAngeli, pagine 273, euro 39.

Oggi “è venuto meno il ruolo dell’ ‘economista generale’, capace di interpretare i processi economici e le trasformazioni di lungo periodo”. Lo scrive Gioacchino Garofoli nelle prime pagine del suo “Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi”, seconda edizione rivista e aggiornata della precedente opera del 2014. E non si può non essere d’accordo, semmai aggiungendo che manca anche il ‘sociologo generale’, il ‘filosofo generale’, il ‘politologo generale’… ovvero gli specialismi (auto-referenziali) stanno uccidendo (in realtà l’hanno uccisa dagli inizi della modernità tecno-scientifica) la capacità di vedere non solo l’insieme dei fatti ma soprattutto l’insieme dei processi. Che tracima oggi nell’ ‘automazione cognitiva’ imposta dall’intelligenza artificiale.

Di più: la crisi economica sembra diventata normalità quasi compulsiva – come la povertà e l’impoverimento – del sistema capitalistico. E la scienza economica, da ‘scienza sociale’ quale era, è diventata solo matematica (algoritmi compresi, ovviamente), che però si crede esatta, dimenticando che ‘esatto’ (matematicamente) quasi mai è anche ‘giusto’ socialmente, politicamente, ecologicamente o eticamente. E dal tempo della programmazione e delle politiche economiche e industriali, siamo arrivati ora alla dittatura del mercato e delle oligarchie, mercato che crediamo libero e capace di autoregolarsi quando in realtà è pianificatore quanto se non ben più delle politiche keynesiane, accusate dai neoliberali di limitare la libertà individuale e soprattutto dell’impresa e del capitale.

Su tutto, ci si rassegna all’esistente, visto/creduto come ineluttabile e immodificabile (‘il migliore dei mondi possibili!’), replicando ciò che prescrivevano (chiedendo al popolo una ‘saggia rassegnazione’ al potere di industriali e banchieri) i positivisti di inizio ‘800 (anche allora: ‘non ci sono alternative!’) – oggi riducendo appunto l’economia a matematica, schemi e tabelle; di più e peggio, si insegnano le competenze a fare e non ad acquisire conoscenze e sapere per pensare prima di fare; si usano slide invece dei libri; non si confronta criticamente oggi con ieri.

Fortunatamente, ‘economista generale’ – uno dei pochissimi rimasti – è Gioacchino Garofoli, che è stato docente di Politica economica alle Università di Bari, Pavia e poi dell’Insubria, che è presidente dell’Associazione degli economisti di lingue neolatine, che ha studiato in particolare i problemi delle economie locali e dei distretti (in Italia e in Europa, ma non solo), traducendo poi (cosa che gli specialisti quasi mai fanno) la ‘teoria’ in ‘prassi’, cioè in progetti di sviluppo locale, provando a realizzarli.

E se del ‘miracolo economico’ italiano molti hanno almeno un vago ricordo, chi oggi ha memoria (e citiamo solo alcuni elementi di questa ‘storia dal 1945 a oggi’, utile appunto per “comprendere non solo ciò che è avvenuto, ma anche ciò che si sarebbe potuto realizzare”, ma non si è fatto), chi ricorda la Nota aggiuntiva di Ugo La Malfa alla Relazione generale sulla situazione economica del Paese, del 1963; o l’inflazione a due cifre degli anni ‘70; o i processi di decentramento produttivo con lo sviluppo del sistema delle Piccole Medie Imprese (“piccolo è bello”, si diceva) e i distretti industriali; chi ricorda come sono arrivate e come si sono imposte le nuove tecnologie degli anni ’90 con la promessa (non mantenuta) di un ‘lavoro cognitivo’ e insieme con la trasformazione dei luoghi di lavoro fisici in piattaforme immateriali (la nuova forma della fabbrica); e poi la crisi finanziaria del 2007-2008 e l’austerità europea pro-ciclica/recessiva invece che anti-ciclica come doveva essere. E ancora il Pnrr, le guerre a pezzi, ma soprattutto la crisi climatica e ambientale – che imporrebbe un radicale cambio di paradigma economico – mentre invece l’Ue preferisce il riarmo al Green Deal.

Detto con Garofoli, “l’Europa ha abbandonato il suo modello sociale, senza alcun dibattito e confronto con i cittadini e neppure con il Parlamento europeo. […] Non si è avuta la forza di una visione europea”- se non quella appunto ideologicamente ordoliberale, volta a sovra-ordinare il mercato a Stato e società, riuscendoci perfettamente.

Che fare, oggi? “Un ‘cambio di rotta’ è necessario e per questo va rilanciato il ruolo dello Stato”, conclude Garofoli. Ma su tutto, occorre tornare a formare di nuovo ‘economisti generali’, insegnare un ‘pensiero critico’ sul capitalismo, provare a ‘immaginare’ altro dall’esistente – e “solo la conoscenza del passato può guidarci a comprendere i problemi di oggi e le possibili traiettorie future”.

Un libro da leggere, e meditare.