Se non sono un pronto soccorso ospedaliero, poco ci manca. Ormai le farmacie sono un punto di riferimento per tutte e tutti, dai 18 ai 90 anni. La prima linea per l’accesso alle prestazioni sanitarie, dalla puntura di insetto al calo di pressione, dalla scottatura al mal di schiena. Dietro al bancone ci sono dottoresse e dottori, professionisti con un percorso di studi di tutto rispetto, ci vogliono cinque lunghi anni per arrivare alla laurea in farmacia e avere così i titoli per iniziare a lavorare. Ma sono pagati poco, troppo poco per il loro impegno quotidiano, più faticoso di quanto si pensi, non fosse altro per le lunghe code di clienti che invariabilmente troviamo ogni volta che andiamo in farmacia. Sono mobilitati da parecchio tempo, con l’obiettivo di far rispettare i propri diritti, e ottenere un nuovo contratto adeguato alle molteplici esigenze cui i farmacisti devono oggi far fronte.

Chiara Cuda vive e lavora a Firenze, in una farmacia comunale nella frazione di Ponte a Ema. “All’ultimo sciopero ha aderito il 98% degli addetti – racconta con soddisfazione – un segnale inequivocabile: non siamo più disposti a fare i tappabuchi di un sistema sanitario che fa acqua da tante parti, e a non veder riconosciuta la nostra professionalità”. Il loro lavoro è anche una missione. “Siamo un po’ medici e un po’ psicologi, finiamo per diventare amici di quelli che di fatto sono nostri pazienti, ci conoscono e ci chiamano per nome, da noi cercano rassicurazioni. Dobbiamo tenerci costantemente aggiornati sui prodotti farmaceutici, per poter consigliare al meglio chi si rivolge a noi. Come se non bastasse, ormai eroghiamo tutta una serie di servizi che una volta erano affidati alle strutture ospedaliere”. Si va dalle campagne vaccinali alla diagnostica di base, dalle strategie di prevenzione dei tumori alle analisi di routine. “Mettiamo anche gli holter per controllare lo stato del cuore, facciamo elettrocardiogrammi e tante altre piccole e grandi operazioni in cui c’è bisogno di un contatto fisico con il paziente. Ci vengono chiesti sempre più servizi, e molti di questi non sono legati al nostro percorso di studi”.

Cuda ha iniziato a lavorare nel 2015, subito dopo essersi laureata. Nonostante l’attuale stipendio non sia adeguato, nonostante la fatica quotidiana per far fronte a un numero sempre maggiore di utenti, nonostante orari di lavoro spezzati che finiscono per rendere sempre più difficoltosa la conciliazione vita-lavoro, la delegata sindacale della Filcams Cgil ama la sua professione. “Interagire con tante persone, riuscire ad aiutarle, è gratificante. Dopo il diploma abbiamo fatto cinque anni di università, siamo esperti di chimica, di farmacologia e di altre branche della medicina. C’è anche chi ha sostenuto master e dottorati, il nostro è un lavoro delicato. Vogliamo essere rispettati e pagati adeguatamente per quel che facciamo”.

A giugno c’è stato uno sciopero nazionale unitario delle lavoratrici e dei lavoratori delle farmacie comunali, la decisione di incrociare le braccia da parte dei 6mila addetti è arrivata dopo mesi di trattative senza esito, con Assofarm che non vuole riconoscere incrementi salariali e miglioramenti normativi adeguati all’aumento del costo della vita, e alle crescenti responsabilità richieste ai dipendenti di quella che oggi viene ben definita come ‘farmacia dei servizi’. “Siamo pochi e viviamo sotto stress. Quello che una volta era un mestiere ambito, oggi viene scansato da tanti giovani che magari preferiscono lavorare nelle case farmaceutiche, con orari certi e stipendi superiori ai nostri”.

Con una battuta amara ma che fotografa la realtà, Cuda dice che “fare il farmacista non è un lavoro per chi vuole diventare madre”. Lei invece è andata in controtendenza, e ha deciso di mettere su famiglia. “Ma con un figlio di appena 14 mesi sono dovuta passare al part-time, altrimenti sarebbe stato impossibile seguire il mio bambino. Una soluzione potrebbe essere quella dell’orario continuato. Ma questo significherebbe assumere più dipendenti. É la solita storia del cane che si morde la coda”.

Con Assofarm la trattativa è stata riaperta, ma la posizione di farmaciste e farmacisti non cambia: ritengono inaccettabile che, a fronte di un ampliamento così invasivo delle mansioni, che trasformano le farmacie in presidi ambulatoriali di frontiera, corrisponda un totale immobilismo sul piano salariale, normativo e delle tutele. “Se cambiano il lavoro e le responsabilità aumentano, il contratto deve adeguarsi – precisa Cuda – per giunta non tutti i farmacisti sono disposti a fare un servizio che non era previsto nel percorso formativo, che li ha portati ad essere professionisti esperti dei farmaci”.
La mappa delle adesioni all’ultimo sciopero del 17 giugno fotografa una partecipazione imponente, specialmente nel centro e nel nord Italia. Nelle piazze e nei presidi è stato toccato con mano l’orgoglio di una categoria che si è stancata di veder svalutato da molti anni il proprio lavoro. E non si può fare cassa sulla pelle di chi contribuisce a garantire la salute.