“Prosegue una fase positiva per il mercato del lavoro.…il Veneto ha dimostrato resilienza grazie alla forza del settore turismo”. Con queste parole il vicepresidente e assessore al Lavoro della Regione Veneto, Lucas Pavanetto, ha commentato i dati relativi all’ultimo report “La Bussola” predisposto da Veneto Lavoro relativo ai primi cinque mesi del 2026. Perfettamente in linea con i dirigenti del suo partito (Fdi) e del governo nazionale, legge i dati relativi al mercato del lavoro in maniera poco obiettiva, con una visione ristretta rispetto al periodo di riferimento.

Citando il compianto Carlo Mazzacurati, sarebbe sempre utile avere “la giusta distanza” per raccontare i mutamenti ma anche l’immobilità di questa regione. Infatti, se ci si limita ad una visione stretta dei primi cinque mesi dell’anno, il saldo è certamente positivo, ma appena si allarga lo sguardo ai mesi precedenti, ovvero allo stesso periodo di un anno fa, è evidente la tendenza di un’occupazione in calo e con aspetti poco trionfalistici.

Analizzando i dati trasmessi dalla stessa Regione, si evidenziano segnali di peggioramento nella qualità e nella stabilità del lavoro. Se guardiamo al lavoro stabile emerge chiaramente un rallentamento. I contratti a tempo indeterminato tra gennaio e maggio 2026 registrano un lieve calo (-1%) rispetto allo stesso periodo del 2025. Nel 2025 i contratti a tempo indeterminato segnavano un +14.800 anziché i +11.800 di quest’anno. Se poi ci si concentra solo sul mese di maggio, confrontandolo con lo stesso del 2025, i contratti a tempo indeterminato sono praticamente dimezzati (+620 contro +1.100). Già questi numeri, letti insieme alla riduzione delle assunzioni (-7%) ed al calo delle stabilizzazioni dei contratti precari nelle cessazioni (-5%), dipingono una regione non proprio “resiliente” come sostiene l’assessore.

Continuando ancora con l’analisi dei numeri trasmessi dalla Regione Veneto, è evidente che l’occupazione è trainata soprattutto dai settori del turismo e del terziario, settori quindi prevalentemente stagionali, discontinui e molto spesso con basso salario. Questo è il modello di sviluppo che si vogliono dare l’Italia e il Veneto!

Le dichiarazioni del vicepresidente della Regione Veneto, inoltre, giustificano il rallentamento dell’industria come effetto del contesto internazionale (è sempre colpa di qualcun altro …), dimenticando che la produzione industriale in Italia è in rosso ormai da tre anni. Quali sono le politiche industriali, quali investimenti e strategie di lungo periodo si propongono per superare questa impasse?

Infine i numeri non misurano la qualità, stabilità e retribuzione degli occupati. Il Veneto del post pandemia vede le donne maggiormente penalizzate, sia sulla tipologia contrattuale (aumentano i part-time femminili) che sulla forma contrattuale. I contratti a tempo indeterminato coinvolgono più del doppio gli uomini rispetto alle donne. Le donne primeggiano nei contratti part-time (che aumentano del 4%) 45,9% contro il 21,5% degli uomini. Quindi le donne hanno un presente lavorativo povero e, guadagnando meno, un futuro da pensionate molto più critico rispetto al pari maschile.

Insomma, si fa fatica a vedere un Veneto dinamico e intraprendente. Manca, per esempio, il confronto con gli anni precedenti delle ore lavorate. Statisticamente parlando, un contratto da quattro ore settimanali corrisponde ad un nuovo occupato. Ma le statistiche non forniscono risposte alle seguenti domande: quanto durano questi contratti? Quante ore di lavoro prevedono? Qual è il salario medio? Quanti contratti a termine vengono trasformati in tempo indeterminato?
In generale, in Italia, il mercato del lavoro è caratterizzato da forte discontinuità e bassa intensità e, per quanto ci riguarda, siamo in una fase che sarebbe più opportuno definire statica e inerte. Una lettura attenta dei dati individua possibili criticità del mercato del lavoro. In Italia le retribuzioni continuano a scontare una significativa perdita di potere d’acquisto e permane un forte divario di genere, con salari medi per le donne inferiori di oltre il 25% rispetto agli uomini e pensioni previdenziali più basse del 34%.

È la conferma che il problema delle pensioni nasce prima del pensionamento, nei salari bassi, nella precarietà e nella discontinuità lavorativa, e che per garantire pensioni dignitose occorre innanzitutto migliorare la qualità del lavoro e aumentare le retribuzioni.

Una lettura attenta e non propagandistica dei dati individua possibili criticità e squilibri ed evidenzia il fatto che ancora non si fa abbastanza per garantire protezione sociale, soprattutto alle generazioni più giovani ed a quelle future.
Riprendendo le dichiarazione del vicepresidente e assessore al lavoro, il Veneto è tutt’altro che resiliente: in una realtà dove regnano l’individualismo, l’edonismo e il consumismo, la resilienza fa spazio alla desilienza, ovvero all’impossibilità di riscostruirsi.