“E veniamo da un mondo di guerra e di fame dovunque
e cerchiamo una patria comunque
per tornare a sperare
per vivere ancora
per ricominciare”
Francesco Guccini, Migranti

Quando si parla di processi migratori, si sottolinea quasi sempre l’aspetto della fuga dalle guerre, della ricerca di un futuro migliore, della speranza riposta nell’avvenire. Si tratta di una narrazione certamente importante, ma spesso incompleta. Troppo frequentemente, infatti, ci si dimentica di osservare ciò che accade negli interstizi di questi percorsi: i processi di resilienza culturale che le persone migranti costruiscono quotidianamente, la capacità di custodire e trasformare le proprie tradizioni, di ricreare legami, linguaggi, pratiche comunitarie e forme di appartenenza lontano dal proprio Paese d’origine.

Il 28 giugno scorso, in occasione della festa della Cgil intitolata “L’altra Milano”, come Ufficio Politiche Sociali abbiamo organizzato un pomeriggio dedicato proprio alle culture di alcune delle comunità migranti presenti sul territorio. Il Parco Trotter è diventato uno spazio di incontro, confronto e scambio tra esperienze differenti: dalle testimonianze delle associazioni ai balli ecuadoregni, dalle letture di poesie palestinesi ai canti curdi. Linguaggi diversi, accomunati dalla volontà di raccontare costruire comunità.

Lo spirito di questa giornata è stato quello di contribuire alla costruzione dell’immaginario dell’ ‘altra Milano’, una città capace di riconoscersi nella propria vitalità e nel proprio intrinseco pluralismo, troppo spesso invisibili nella narrazione dominante. Ciò che abbiamo l’ambizione di costruire è una città che non considera la diversità come un elemento da tollerare, ma come una risorsa da valorizzare e mettere al centro della propria visione politica. La scelta che abbiamo compiuto è stata quella di parlare di processi migratori partendo dal pluralismo e dalla possibilità di mantenere la propria identità all’interno di un autentico clima interculturale. Abbiamo voluto mettere in evidenza la centralità delle tradizioni, che spesso vengono, nel migliore dei casi, sottovalutate e folklorizzate, e nel peggiore ridicolizzate, marginalizzate o represse.

Questa esperienza ha rappresentato un tassello di un percorso più ampio, fatto di connessioni, ascolto e relazione, nella prospettiva di rafforzare il legame con il territorio e con il ricco tessuto dell’associazionismo diffuso. Costruire reti, valorizzare le esperienze esistenti e favorire spazi di protagonismo significa anche rafforzare la coesione sociale e contrastare l’isolamento e la frammentazione che attraversano la nostra città.

Il ruolo delle politiche sociali è anche quello di rappresentare un’avanguardia dell’azione sindacale, promuovendo uno sguardo capace di mettere al centro non soltanto il lavoratore o la lavoratrice, ma la persona nella sua interezza. Troppo spesso, infatti, la nostra azione si concentra esclusivamente sulle problematiche che emergono nei luoghi di lavoro, senza cogliere pienamente le identità, le relazioni, i percorsi di vita e i bisogni che attraversano l’esperienza di lavoratrici e lavoratori anche al di fuori dell’ambito professionale.

Una parte fondamentale del nostro compito è allora quella di sollevare il velo di Maya che offusca il nostro sguardo, per restituire profondità alla realtà e coglierne tutta la ricchezza e la complessità. Solo così possiamo riconoscere le molteplici sfumature delle condizioni di vita delle persone, comprendere i bisogni che spesso restano invisibili e costruire un’azione sindacale più capace di comprendere e rappresentare lavoratrici e lavoratori.

Se la partecipazione è l’orizzonte della nostra azione politico-sindacale, momenti come la Festa dei Popoli rappresentano occasioni preziose di partecipazione attiva. In un contesto internazionale di crisi della democrazia e indebolimento dei legami collettivi, il sindacato, aprendosi alla città, ha la responsabilità di essere non solo luogo di accoglienza, ma anche spazio attivo di creazione di comunità.

Parte del percorso che, con iniziative come questa e con il lavoro quotidiano, sosteniamo è proprio quello della costruzione di una cultura politica, fondata su chi vive e lavora in questa città. Crediamo che sia da queste persone, dalla loro pluralità e dalla loro capacità di costruire legami, che può sorgere davvero un’‘altra Milano’.