Nel mese di giugno la sinistra israeliana è stata scossa dall’annuncio, da parte di Rula Daood e Alon-Lee Green, i due leader del movimento socialista Standing Together, della formazione di un nuovo partito che correrà alle prossime elezioni politiche. Si tratta di Makom Lekulanu, una lista elettorale caratterizzata da una forte partnership arabo-ebraica e con l’ambizione di rivolgersi a entrambe le comunità in modo innovativo.

Questo evento ha immediatamente innescato un acceso dibattito all’interno della sinistra israeliana, con forti critiche provenienti sia dall’area sionista socialista che da quella vicina ad Hadash. Daood e Green sostengono che il partito nasca da una profonda insoddisfazione per lo stato attuale delle cose, e dalla sensazione che l’opinione pubblica di Israele sia pronta per una politica basata sul coraggio e sulla speranza. Ritengono che sia giunto il momento di portare nella Knesset i risultati raggiunti come Standing Together, il quale rimarrà un movimento ben distinto dal partito, nelle lotte sociali e civili di questi anni.

Il programma si concentra su temi caldi come la lotta alla criminalità nella società araba, il carovita, la crisi abitativa e la promozione di un accordo di pace israelo-palestinese. Questi punti programmatici vanno assieme all’obiettivo primario di sostituire l’attuale governo anche con uno guidato da Bennett o Eisenkot. Con questa mossa intendono aiutare la vittoria dell’opposizione allargando il bacino elettorale, portando al voto persone che altrimenti si sarebbero astenute.

Su Haaretz hanno riportato un sondaggio di Mano Geva, secondo cui il partito potrebbe pescare il 28,2% dei suoi potenziali elettori tra indecisi e astenuti, specialmente tra giovani e donne della società araba. L’annuncio ha scatenato un fitto dibattito sulle pagine del giornale. Anat Kamm ritiene che questo partito indebolirà la sinistra israeliana sottraendo voti a liste più forti, come I Democratici e Hadash, con il rischio di non superare la soglia di sbarramento e, di conseguenza, facendo un favore a Netanyahu.

Ad essere criticata è anche la modalità con cui il progetto è nato. Si parlava di un partito legato a Standing Together già a gennaio ma all’epoca ci furono nette smentite rispetto alle quali, con questo annuncio, c’è stata un’inversione a U. L’alternativa suggerita è la partecipazione alle primarie interne delle altre forze di sinistra. Ad esempio, in questi giorni I Democratici, che nel frattempo hanno raggiunto quota 85mila attivisti, il numero più alto tra i partiti dell’opposizione, hanno pubblicato la lista con i 51 candidati per comporre la propria lista elettorale. Leggendone i nomi si nota la sua natura estremamente variegata e rappresentativa dei diversi settori della società israeliana, vista la presenza di nomi di provenienza ebraica, drusa, araba e appartenenti alla comunità Lgbtq+, con ben 19 donne e la garanzia statutaria di un meccanismo di alternanza di genere che prevede l’alternanza di uomini e donne nella lista per la Knesset.

Eran Rolnik, sempre su Haaretz, critica invece l’abbandono della natura extraparlamentare del movimento. Ritiene che questa dimensione sia sempre stata centrale nella storia della sinistra israeliana, il cui potere trasformativo risiede nella capacità di spostare i confini del discorso politico e sociale, rendendo normali idee un tempo considerate radicali. Standing Together, con le sue attività sul campo, la sua presenza in aree periferiche e il suo lavoro di costruzione di ponti tra comunità, era riuscita a fare proprio questo: dare voce ai diseredati, portare attenzione su temi trascurati, creare un linguaggio comune e una visione di futuro condiviso.

Trasformare questa realtà dinamica in un partito politico rischia di essere una regressione. La Knesset, con i suoi giochi di potere, potrebbe facilmente assimilare e neutralizzare la carica rivoluzionaria del movimento, riducendolo a un attore marginale. Invece di continuare a influenzare la politica dall’esterno, spingendo i partiti più grandi ad adottare le loro istanze, i leader di Standing Together hanno scelto di entrare nell’arena politica tradizionale. La domanda che si pone Rolnik è se sia saggio e produttivo barattare un ruolo di influenza e creazione di consenso con un’incerta rappresentanza parlamentare.

Green ha risposto sullo stesso giornale a queste accuse dicendo che non sono né degli opportunisti né degli irresponsabili, ribadendo che il loro obiettivo principale è aiutare il resto dell’opposizione a vincere le elezioni. Ritiene possibile anche un loro ritiro della corsa elettorale qualora i sondaggi indicassero l’impossibilità di superare la soglia di sbarramento. La sfida sarà dimostrare con i fatti che la loro presenza nelle urne è un fattore di mobilitazione e di speranza invece che un elemento di frammentazione.