
Dal 19 al 21 giugno scorsi si è svolto il congresso del partito Die Linke a Potsdam, in un clima politico estremamente teso. L’economia e in particolare l’industria in Germania si trovano in una crisi profonda. Lo stato sociale viene attaccato brutalmente. Il governo composto da democratici cristiani e socialdemocratici perde considerevolmente di consenso. Merz è il cancelliere più impopolare di tutti i tempi. L’estrema destra, il partito Afd, è, secondo i sondaggi, il primo partito e dato per vincente alle elezioni regionali di settembre nell’Est (Sachsen-Anhalt e Mecklenburg-Vorpommern).
Di conseguenza, lo slogan del congresso è stato: “Adesso basta – rendiamo la vita accessibile”. Le politiche sociali hanno quindi rappresentato il fulcro del congresso, affrontando in particolare i costi dell’energia, dei generi alimentari e dell’abitazione, nonché i temi delle pensioni e delle infrastrutture pubbliche. I delegati si sono impegnati ad opporre una ferma resistenza allo smantellamento delle Stato sociale.
Accanto alla politica sociale, anche la questione della guerra e della pace ha giocato un ruolo centrale. Il partito respinge con decisione la militarizzazione e un servizio militare obbligatorio. Inoltre, l’elevata spesa militare è un ostacolo nella lotta contra la crisi climatica e per una trasformazione sociale-ecologica giusta; temi che, tuttavia, hanno trovato poco spazio nella discussione.
Il congresso ha approvato una risoluzione che riconosce sia il diritto di Israele di esistere sia il diritto dei palestinesi a uno Stato proprio. L’intervento militare del governo israeliano a Gaza viene condannato come genocidio. Ciò rappresenta un compromesso su una questione fortemente controversa all’interno del partito. Alla luce dei terribili eventi, una parte del partito si è radicalizzata in modo significativo sulla questione dei diritti dei palestinesi. Die Linke viene da tempo accusato di essere antisemita, una accusa infondata, strumentalizzata dagli avversari politici. Il congresso si è chiaramente dichiarato contro ogni forma di antisemitismo.
Il congresso ha eletto una nuova presidenza e un nuovo comitato esecutivo. Ines Schwerdtner è stata confermata con un risultato molto buono, con l’85,7% dei voti, mentre Luigi Pantisano, il successore di Jan van Aken, che non si era ricandidato per motivi di salute, ha ottenuto solo 53,3%, un risultato molto debole. In un’intervista rilasciata prima del congresso Pantisano ha paragonato la Cdu alla Afd, accusando i democratici cristiani di perseguire le stesse politiche – nello specifico di stampo fascista. Tali affermazioni avevano suscitato critiche molto forti non solo da parte degli altri partiti ma anche nell’interno del suo stesso partito. Vi erano inoltre altri motivi per il suo pessimo risultato: una presentazione debole in netto contrasto a quella di Ines Schwerdtner, e anche un processo di candidatura non molto trasparente.
La sua dichiarazione, per la quale in seguito si è scusato, rivela però un problema politico più ampio. Riguarda la posizione del partito nei confronti delle politiche conservatrici e dell’estrema destra. C’è una parte del partito che vede il fascismo “ante portas” e classifica la Afd come inequivocabilmente fascista.
A mio avviso, però, si tratta di un semplificazione che banalizza il fascismo. Indubbiamente, la Afd persegue politiche autoritarie, razziste e nazionaliste e rappresenta una sera minaccia per la democrazia. Eppure, sebbene la Afd presenti elementi fascisti, non può essere classificata inequivocabilmente come un partito fascista. Ciò non sminuisce affatto l’importanza di opporsi alla estrema destra e alle tendenze fasciste. Tutt’altro: la lotta antifascista rimane cruciale per la politica di sinistra, alla quale si sono dedicati particolarmente i giovani.
Negli ultimi due o tre anni Die Linke non solo ha più che raddoppiato i propri iscritti ma si è notevolmente ringiovanita. Questo ha plasmato anche il congresso. Più della metà dei delegati ha partecipato per la prima volta a un congresso del partito. Vi era un forte desiderio di discutere. E anche le decisioni politiche del congresso sono state influenzate da questo cambiamento, portando all’adozione di posizioni più radicali, come ad esempio per quanto riguarda la critica alla militarizzazione.
Il congresso ha confermato la stabilità del partito, che nei sondaggi si attesta attualmente tra il 10 e l’11 per cento. Il co-presidente uscente van Aken ha auspicato la trasformazione di Die Linke in un partito socialista di massa capace di un’ulteriore crescita significativa, un obiettivo, a mio avviso, un po’ troppo ambizioso. Quello che adesso è necessario è il dibattito rispetto alla collocazione di Die Linke nel sistema partitico e sulla strategia per affrontare l’estrema destra. Si tratta di una questione strategica ancora irrisolta, ma di grande urgenza in vista delle elezioni di settembre.
